Volcano!, decostruzionismo esotico e “witty”

Passare dal math-rock più teso e drammatico al post-punk e al pop esotico non è cosa da tutti. Soprattutto farlo con credibilità ed intelligenza. I Volcano! ci sono riusciti, e alla perfezione. Il trio di Chicago, composto da Aaron With (voce, ...

Passare dal math-rock più teso e drammatico al post-punk e al pop esotico non è cosa da tutti. Soprattutto farlo con credibilità ed intelligenza. I Volcano! ci sono riusciti, e alla perfezione. Il trio di Chicago, composto da Aaron With (voce, chitarra), Mark Cartwright (sintetizzatore, basso) e Sam Scranton (batteria, percussioni), è artefice di una parabola che ha preso le mosse dal post-rock rumoristico e apocalittico di Beautiful seizure (2005) per approdare alla “leggerezza” esotica di Piñata. Un album, quest’ultimo, crogiolo di stili e riferimenti, mix decostruzionista, surreale e “witty” di Pere Ubu, Talking Heads, Radiohead, Vampire Weekend e XTC, suonato con competenza e un certo gusto teatrale, tra le migliori uscite (sinora) del 2012. Ne abbiamo discusso con Scranton, che ci ha rivelato le ragioni della svolta stilistica e le dinamiche interne a quello che è uno dei gruppi più interessanti emersi negli ultimi dieci anni.

Ho ascoltato Piñata subito dopo aver “ripassato” Beautiful seizure, e la differenza mi ha impressionato, non solo per il sound ma anche per il mood, decisamente più spigliato (o almeno così sembra…). Cos’è successo in questi anni?

Buffo, anche io negli ultimi tempi ho ascoltato Beautiful seizure. Nonostante sia orgoglioso di quell’album, cominciava ad essere stancante suonare quella musica sera dopo sera. Era così drammatica ed intensa che replicare l’energia necessaria per rendere giustizia a quel materiale non ti faceva sentire sempre appropriato. Cosa sarebbe successo se ci fossimo sentiti allegri o più tranquilli? Come avremmo potuto suonare una grande versione di Easy does it o Red and white bells? Abbiamo deciso di modulare l’energia alla base quel materiale in una confezione più serrata, meno epica. Questo ci ha permesso di convogliare la tensione drammatica in modi più indefiniti. Rispetto al passato, credo che lo stesso impulso sia presente nella nostra musica, solo che ora acquista una forma diversa.

Richiami esotici e funk in effetti c’erano anche nel vostro secondo album, Paperwork, ma qui il sound è più “pop”, malgrado rimangano i ritmi nevrotici, le disarmonie e un certo gusto teatrale. Comunque una svolta stilistica non indifferente…

Credo che il “pop” sia stato un modo per convogliare la nostra energia in un formato più conciso. Come hai notato, la nostra tipica complessità ritmica, la teatralità e le armonie abrasive rimangono, per quanto ora cerchiamo di fare canzoni pop, con vincoli formali che articolino il nostro impulso drammatico entro strutture meno spossanti. Naturalmente questo non vale per tutte le tracce di Piñata: Platebraker, ad esempio, era un tentativo di riesaminare alcuni dei nostri vecchi spunti.

E infatti nonostante il disco risenta più di Talking Heads e Vampire Weekend, alcune influenze dei primi tempi (Radiohead, Pere Ubu) si avvertono ancora. Il bello, però, è che sono fuse insieme (penso, ad esempio, a Supply and demand)…

I Talking Heads sono da sempre una delle nostre fonti di ispirazione, soprattutto per Aaron [With, N.d.R.]. Credo che su Supply and demand stessimo cercando un’atmosfera da r’n’b “contorto”. Non sono sicuro di dove sia venuta fuori: credo che Aaron ami davvero questo genere di cose acrobatiche e melismatiche, e gli riescono bene. Per primo le abbiamo esplorate in I’ve been loving you since desert storm [brano contenuto nell’LP Apple and the gun, del 2006, N.d.R.].

Long gone mi pare abbastanza esemplificativa del nuovo corso: “leggerezza” pop, complessità prog, aromi esotici. Inevitabile, dunque, chiedervi come si sviluppi il processo creativo all’interno della band…

Per tutti e tre i nostri dischi abbiamo mantenuto sostanzialmente lo stesso approccio. Uno di noi porta una piccola idea, e poi, dopo mesi di dure prove, la piccola idea diventa grande, si somma ad altri spunti, diventa una canzone. Tutti e tre abbiamo tonnellate di idee, molte cattive, alcune buone solo per uno di noi: ci muoviamo tra esse fino a che non arriviamo ad una canzone completa che sia soddisfacente. Suppongo sia l’esatto opposto di quanto accadeva per i Led Zeppelin, dove Jimmy Page arrivava con un riff appagante, così divertente che la band ci jammava per ore. Poi magari uscivano, per una pausa sigaretta, e tutti ne ridevano, cantando insieme e pensando quanto fosse grandioso. Infine ritornavano dentro e Robert Plant semplicemente vocalizzava alcuni dei suoi elementi preferiti dalla trama de Il Signore degli Anelli, e quindi registravano.

Le liriche di Piñata mi hanno incuriosito parecchio, così “witty” e ricche di immagini bizzarre, surreali. In Child star, ad esempio, parlate del desiderio di reincarnarsi e rinascere, ma con più esperienza; in Platebraker dissertate sul “pineapple chili” e su piatti che si rompono; in St. Mary of Nazareth Ospital l’ospedale è in realtà una navicella spaziale e le suore degli alieni; la title-track adotta persino il punto di vista di una pignatta…

Non sono Aaron, perciò perdonatemi se le mie considerazioni non sono così precise, ma credo che al riguardo abbia fatto cenno al desiderio di scrivere testi più giocosi. Alcuni di questi raccontano storie di vendetta meschina, altri sono semplicemente divertenti da cantare e non significano nulla, come in Long gone. In un certo senso, le liriche sono più dirette e meno legate ad immagini cifrate di sensazioni personali.

Apparentemente, l’album ha il suo centro drammatico in Fighter. «Cause I’m a fighter» pare una specie di urlo di rivincita, su un crescendo piuttosto teso e a suo modo epico. In realtà, l’ironia abbonda anche qui…

È esattamente così. Il testo è piuttosto ironico, dal momento che abbina un cattivo tipo combattente da strada, dalle mani a forma di coltello, con un utente insoddisfatto, triste ed impotente, che non ha nessuna possibilità di fare ricorso per risolvere il suo problema. E anche il suo problema è terribilmente noioso.

A proposito: è la mia impressione o in brani come Child star e appunto Fighter c’è un pizzico della passionalità di Jeff Buckley?

Ce lo hanno detto altre persone, ma non credo che Aaron cercasse esplicitamente una vibrazione à la Jeff Buckley. È più qualcosa che ha a che fare con quelle atmosfere r’n’b di cui parlavo prima…

Sul vostro sito ho letto che attualmente siete in tour. Dato il carattere indubbiamente colto eppure fisico della vostra musica, come vi rapportate con l’idea del concerto rock tradizionale? Detto altrimenti, chi viene ad un vostro live, cosa deve aspettarsi?

Mettiamo concentrazione ed intensità nei nostri live. Siamo tutti musicisti abili e competenti. Aspettatevi versioni straordinariamente ben eseguite ed energiche delle canzoni di tutti i vostri dischi preferiti dei Volcano!

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.