Un racconto inedito di Pieralberto Valli (Santo Barbaro)

Pieralberto Valli dei Santo Barbaro ci ha fatto un regalo: un racconto inedito. Lo pubblichiamo senza troppi preamboli, perché ha la forza per stare sulle sue gambe, non ha bisogno di inutili giri di parole, esattamente come le sue canzoni ...

Pieralberto Valli dei Santo Barbaro ci ha fatto un regalo: un racconto inedito. Lo pubblichiamo senza troppi preamboli, perché ha la forza per stare sulle sue gambe, non ha bisogno di inutili giri di parole, esattamente come le sue canzoni (l’ultimo disco dei Santo Barbaro – imperdibile – è Navi; per chi volesse appronfodire, qui la nostra intervista a Pieralberto):

Superando le colline di Rukohvina si poteva scorgere, da un’altezza di circa trecento metri, il panorama sottostante. Distese di praterie brulle si rincorrevano a ritmi ondosi e si smarrivano nell’orizzonte indistinto. A est la vista si perdeva facilmente fino a raggiungere il letto del grande fiume del vecchio mondo. La siccità lo rendeva una madre prosciugata del latte materno. Una madre ostinata che, nonostante tutto, rimaneva a cullare un figlio famelico senza la possibilità di poterlo nutrire. E quasi si udiva la sua nenia diffondersi tra i campi che si seccavano al sole. A ovest il villaggio di Novo Selo si ergeva caparbio come traccia del desiderio umano di domare la natura selvaggia. E poi la grande catena montuosa di Hamci a sud. Le sue vette orgogliose, la vegetazione bassa e fitta che sembrava crescere fin dalle profondità della terra. Dal punto dove si trovava, con le montagne alle spalle, Miroslav contemplava l’immensità di quel panorama. Si chiese se anche Dio, nella notte dei tempi, si fosse soffermato in quella posizione a contemplare il creato. Si domandò anche se ne fosse rimasto deluso. E come lui si accingeva a fare, si fosse rollato una sigaretta di tabacco, e nel silenzio della creazione si fosse perso in pensieri più grandi della vita stessa.

Gli bastò seguire il sentiero che costeggiava il crinale della collina per ritornare sul camminamento principale. Dopo duecento metri la natura aveva creato uno spiazzo spontaneo, forse figlio dell’erosione di un qualche fiume scomparso. La casa era poco più sotto, ma già da quell’agorà naturale si poteva scorgere il tetto di paglia e fango. Mirsa percepì l’odore e cominciò ad abbaiare al vento. Se Miroslav non si fosse palesato nella pienezza del suo esile corpo, avrebbe continuato per ore a cercarlo tra un latrato e l’altro. Non avrebbe desistito. Miroslav cominciò a scendere i gradoni di pietre che portavano all’ingresso laterale, sempre seguito dal suo asino, che ora lasciava procedere alle proprie spalle.

«Ciao Miro! Bentornato», le disse Azna, mentre accarezzava Mirsa nel cortile antistante l’ingresso di casa. «Come è andata?»
«E’ andata.» Rispose Miroslav. «Ma c’è sempre meno gente su al mercato. Presto o tardi dovrò rassegnarmi ad andare al mercato di Erjion.»
«Non ti è mai piaciuto il mercato di Erjion».
«Lo so. E continua a non piacermi. Ma su è diventato difficile vendere anche solo 10 forme. Tutti i produttori si sono trasferiti a Erjion. Vieni a darmi una mano, Azna.»
Con grande lentezza, cominciò a togliere le briglie dell’asino, appoggiando i prodotti contenuti nelle tasche e nelle bisacce su un ripiano di legno all’esterno della casa.
«Passa qua. Cosa sei riuscito a trovare?»
«Mah. Miele. Carne secca. Una lama nuova per la falce. E poco altro. Non c’era molta scelta. Qui come siete andati? I ragazzi?»
«I ragazzi sono stati bravi. Nadir è rimasto qui con me a conciare. Jela è andata nei campi con gli altri fattori. Tornerà a sera, credo.»
«Mmm.» Disse in segno di assenso Miroslav. «Porto l’asino all’abbeveratoio. Tu intanto porta dentro questa roba prima che arrivano le mosche.»
«Aspetta, Miro. Vado a prendere il cesto in cucina.»
Azna entrò in casa seguita dalla danza ritmica della sottana di lana grezza. La porta di ingresso la fece sparire dietro al movimento della tenda a motivi floreali che divideva, di giorno, l’interno della casa dallo spiazzo esterno. Mirsa la osservò entrare. Poi, forse nella speranza di poter raccogliere qualche boccone dalla sua mano pietosa, trotterellò al di là della soglia, mentre Miroslav finiva di slacciare le giunture dell’asino. Le nuvole si aprivano maestose all’orizzonte. I loro contorni erano particolarmente nitidi, livide cornici su un cielo violaceo. Ci si poteva perdere nel seguirle con lo sguardo fino a raggiungere le grandi megalopoli urbane, a centinaia di chilometri di distanza.
Azna fuoriuscì di casa precedendo di qualche passo Mirsa. Tra le mani un cesto in vimini bordato di rosso. Trovò il marito con il mento rivolto a quella visione celeste. Proiettato in una dimensione diversa da quel presente. Forse fu questa ragione a spingerla alla domanda che ruppe quel breve silenzio.
«Ci pensi spesso?»
«Qualche volta. Qualche volta.» La risposta pareva aver trovato subito un significato ben definito ad una domanda volutamente vaga. «Ma è così che va la vita, Azna. E noi cosa possiamo capire? E’ come seguire queste nuvole. Non ci porterebbero da nessuna parte.»
«Lo so, Miro. Pensi che stanno bene adesso?»
«Penso che hanno scelto la vita che volevano. E questo mi sta bene.»
Azna richiamò con un grido le galline che razzolavano in ordine sparso nei dintorni della casa. Non fu tanto la sua voce a richiamarle all’ordine. Piuttosto le briciole sparse sulla terra dalla mano caritatevole della donna. Chissà se avevano mai guardato oltre quella mano che le nutriva. Chissà se si erano mai soffermate sul fatto che quella stessa mano che le sfamava per assicurarsi un pasto futuro conservava intere scorte di cibo a pochi metri di distanza. Loro accorrevano al segnale. Si lanciavano su quelle miche sparse come devote religiose. Celebravano una comunione terrena, un patto con il proprio Dio umano. Chissà se pregavano, la sera, affinché quel Dio si mantenesse in salute e conservasse per loro un pasto per i giorni a venire. Azna continuò per qualche istante a spargere le briciole sulla terra e tra le piccole pietre dello spiazzo. Poi si strofinò le mani sul grembiule celeste e attese.
«Dici che domani viene a piovere, Miro?»
«Può darsi. Domattina comunque andiamo al fiume a prendere un po’ d’acqua. Non si sa mai.»
«Speriamo che Jela torna presto.»
«Tornerà. Vedrai. I fattori si staranno già ritirando» disse sicuro Miroslav, come se quella risposta fosse scritta da qualche parte nel cielo, o nella terra, o nell’arcuata camminata delle galline.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.