Tra “Santi Barbari”, Rodari e “gatti” bizzarri: il “fantastico mondo” di Franco Naddei

exceptThecat è il nuovo progetto solista di Franco Naddei, alias Francobeat. Musicista, cantautore-cantastorie, produttore artistico, titolare del Cosabeat Studio, Naddei è metà del progetto Santo Barbaro assieme a Pieralberto Valli (di recente ...

exceptThecat è il nuovo progetto solista di Franco Naddei, alias Francobeat. Musicista, cantautore-cantastorie, produttore artistico, titolare del Cosabeat Studio, Naddei è metà del progetto Santo Barbaro assieme a Pieralberto Valli (di recente è uscito il loro splendido Navi) e, al tempo stesso, sperimentatore “in solitaria” tra il metaletterario (come Francobeat ha pubblicato, nel 2011, Mondo fantastico, raccolta di canzoni ispirate ai versi di Gianni Rodari) e l’improvvisativo. exceptThecat nasce proprio dall’idea di un’elettronica “fatta a mano”, con strumenti analogici e vintage, e frutto dell’impulso creativo del momento: su Soundcloud, le “tracce” di questo bizzarro felino; qui sotto, il resoconto della nostra chiacchierata con Naddei.

Come nasce exceptThecat? Soprattutto, come si concilia questa sperimentazione elettronica, basata sull’improvvisazione, con i progetti targati Francobeat, più affini alla forma-canzone e ironici?

Fa parte del mio linguaggio. Francobeat è tante cose insieme. tante robe. Mondo fantastico s’inseriva in quel filone che ho ribattezzato “pop da biblioteca”, proprio perché mi interessava e mi interessa tutt’ora avere a che fare con testi scritti da qualcun altro, che mi abbiano colpito e stupito. Il primo disco a nome Francobeat, Vedo beat, era sul “beat” italiano (inteso proprio come “beat generation”) ed era basato anch’esso su un libro, pubblicato da Stampa alternativa [Beat e mondo beat, di Matteo Guarnaccia, n.d.r.]. Mondo fantastico, invece, partiva dall’idea di musicare le filastrocche di Rodari. In entrambi i casi, a legare il tutto c’era la parola. Con Francobeat ho sempre messo avanti la parola, utilizzando anche forme di suono “primitive”: Vedo beat era basso-chitarra-batteria, ma già con Mondo fantastico mi sono spinto un po’ oltre. Il bello è che ho realizzato un disco “per bambini”, ma che qualche testata ha recensito tra le cose d’avanguardia. A tutto questo, si sono aggiunti i Santo Barbaro, in cui la parola gioca un ruolo fondamentale. Da questo punto di vista, exceptThecat è un’isola felice, un posto in cui bisogna che stia zitto un attimo…

Uno spazio tuo, insomma…

Esatto – muto. Tra l’altro, dopo qualche concerto che ho fatto, ho capito che proprio zitto non riesco a stare [ride, n.d.r.]. In generale, “il gatto” (così lo chiamo io) è una specie di gioco, in cui cerco di portar dentro i miei ascolti, la mia esperienza. Mi piace anche l’idea che non ci siano strutture, ritornelli o altri elementi ricorrenti: ogni volta è diverso. Ed io non mi preparo nulla, mi presento al pubblico sempre in mutande! [ride, n.d.r.]

Mi sembra che alla base di exceptThecat ci sia una specie di paradosso: da un lato, dicevamo, è uno spazio giocoso, tuo, di silenzio, dall’altro, però, data la sua natura, è un progetto “serio”, perché si parla d’improvvisazione, di un’elettronica fatta a mano” (come la definisci tu), dunque senza computer, tutta analogica…

Si, perché poi solo con quella libertà scopri tantissimo di nuovo. Come diceva Rodari, dall’errore nascono un sacco di cose positive. Per esempio, prendi la schitarrata del ritornello di Creep dei Radiohead [da Pablo honey, n.d.r.]: è nata come uno “sfregio” che Johnny Greenwood voleva fare al pezzo, che non gli piaceva, eppure è diventata l’architrave di un’intera generazione. Un “errore”, in un certo senso, ma fondamentale. Anche con Santo Barbaro ho potuto sperimentare parecchio: durante il tour di Lorna, in cui eravamo solo io e Pieralberto, i pezzi li abbiamo smontati completamente, ed io mi concentravo in particolare sulla manipolazione “in diretta” dei suoni. Questo lavoro l’ho fatto anche con John De Leo [ex frontman dei Quintorigo, con cui Naddei ha lavorato, tra le altre cose, per il debutto solista Vago svanendo, 2007, n.d.r.] ed altri: stavolta, però, l’ho fatto per me, e in modo meno serioso (per chi ascolta). ExceptThecat è un progetto che non ha senso che esista in studio: le tracce presenti ora su Soundcloud sono una registrazione di una serie di prove fatte in casa, ma è evidente che la sua ragione di vita è nella dimensione live. Quando suono, come dicevo, non mi preparo nulla: voglio farmi “contaminare” dal posto in cui sto suonando, respirare l’aria del locale e reagire di conseguenza, con il mio arsenale di batterie elettroniche e synth vintage. Non a caso, sto pensando di registrare ogni concerto che faccio e condividerlo a mò di disco “vero”, con giusto un minimo di editing, perché alle volte si rischia di suonarsi troppo addosso.

Le tracce che troviamo ora su Soundcloud in che periodo sono nate, in che contesto?

La maggior parte sono state fatte l’anno scorso, in un periodo di transizione, perché eravamo alla “ricerca” di quello che poi è diventato Navi: stavo sperimentando un po’ di cose e, in un pomeriggio, mi sono messo a registrare – un paio d’ore di delirio puro, di flusso di coscienza. Mi sono dato un tempo: 24 ore per registrare tutto. Per cui non volevo e non potevo romanzare troppo: con il “taglia e incolla” puoi fare tutto, ma rischi di perdere l’urgenza, soprattutto quando l’elettronica che adoperi non viene fuori da un computer…

Il tratto spontaneo delle composizioni può essere considerata una specie di reazione alla complessità del disco dei Santo Barbaro?

Col senno di poi, sì: se all’inizio exceptThecat era nato come un gioco trasversale, ora ha acquisito anche questo senso. Non è un caso che anche Pieralberto abbia tirato fuori dal cassetto un suo vecchio lavoro della fine degli anni ’90 [Eyes and buttons, pubblicato di recente a nome LEVEL per la label ungherese Visionary Mind, n.d.r.]. In un certo senso, entrambi volevamo mettere in chiaro che quella realizzata con i Santo Barbaro è la versione dei fatti più “forte”, se vuoi, perché lì c’era tanta elaborazione, ma anche impeto, “errori” appunto…

Dicevamo prima che l’altra caratteristica delle tracce di exceptThecat, oltre all’improvvisazione, è l’uso di un’elettronica vintage. Cos’è che ti affascina dell’analogico?

I limiti. Perché se hai una batteria elettronica con quei due-tre suoni, devi usare quelli, non perdi il pomeriggio a cercare dei suoni in una banca dati di un milione di cose, con tutto il vantaggio in termini di concentrazione che ne consegue. Anche con i Santo Barbaro, anche gli strumenti virtuali sono stati adoperati in questo modo, addirittura a volte ipotizzando dei limiti, proprio per non esagerare la perdita di tempo e quindi d’ispirazione: alle volte capita che perdi due ore per cercare un suono e alla fine neppure ti ricordi più quello che volevi incidere. Quello che faccio è portarmi appresso le mie macchine e giocarci. Ti racconto una cosa. Di recente, ho fatto un concerto al teatro di Anghiari [il 12 gennaio: trovate le foto qui, n.d.r.]. Eravamo io e gli M + A [Michele Ducci e Alessandro Degli Angioli, che hanno da poco pubblicato il primo disco, Things. Yes n.d.r.]: eravamo sui balconcini e il pubblico sul palco, e da lì suonavo la mia tastierina Casio e facevo un rumore infernale. Ad un tratto, mi sono affacciato di sotto per far vedere cosa stavo facendo, perché ci tenevo a far capire che stavo lavorando su un “giocattolo” e che non stavo facendo i Prodigy! [ride, n.d.r.]

Per la sua natura, mi pare di capire che exceptThecat difficilmente diventerà un disco…

Dato che è una cosa sfuggente, dovrei fare tipo dei CD riscrivibili! [ride, n.d.r.] exceptThecat è una cosa pensata per i tempi moderni, in cui si fruisce la musica via internet, anche se poi, pur non essendo un sostenitore della SIAE (anzi…), riguardo questa diffusione online penso occorrerebbe stabilire dei paletti. Con questo progetto cerco di misurarmi con il “gradimento” del pubblico, non voglio andargli addosso. Il che non significa, però, rinunciare a sperimentare. Un primo abbozzo del “gatto” risale ad un festival organizzato proprio da John De Leo, in cui mi esibii con un ballerino spagnolo di tip tap: 45 minuti di delirio elettronico “contemporaneo”, in cui siamo arrivati a toccare però anche la “cassa dritta” e la cattiveria del “big beat”. Quindi va bene non essere ostili per forza nei confronti di chi ti ascolta (altrimenti non c’è fruizione), però neppure si può accettare che tutto sia scelto e stabilito dal pubblico. Mi mancano i produttori, mi manca la gente che non tratti le masse da ignoranti, ma le solletichi. Se decidono tutto le masse, la musica non va da nessuna parte…

Anche nell’intervista a Pieralberto era venuta fuori questa “assenza” della figura del produttore artistico, oggi. A cosa è dovuta, secondo te?

È il frutto del “do-it-yourself”. Io stesso, che ho il Cosabeat Studio, mi rendo conto che c’è meno bisogno di uno studio a tanti livelli; però, posso tagliarmi i capielli anche da solo, ma alla fine faccio schifo, e dal barbiere ci devo andare. Ora si è costretti a fare tutto da soli: registrazione, produzione, stampa del disco, fissare le serate e via di seguito, poi però l’album lo fai in tre giorni perché non hai i soldi. Tutto diventa un po’ più compresso, con tutti i limiti del caso: anche i Radiohead hanno sofferto ed avuto dei grossi problemi dopo che ci sono autoincensati e benedetti in nome dell’autonomia. Il punto è che viviamo nei tempi del meno peggio: anche nei locali, raramente c’è un’attrezzatura e un impianto adeguati, per non parlare dei fonici, che li fanno fare magari al barista che ha una mezz’ora libera. Non è tutto così, ovviamente: ci sono un sacco di posti curati, che hanno rispetto. Ecco, il rispetto è la cosa che sento che manca, come l’autorevolezza di chi ha un pensiero forte – e non possono essere le band, perché ciascuna ha al massimo un pensiero su se stessa. Ecco perché, negli ultimi dieci anni almeno, non abbiamo più grandi dischi: tolti Kid A e Amnesiac dei Radiohead, secondo me negli anni Zero sono mancati del tutto i dischi epocali.

Mi pare di capire che un po’ ti manca il professionismo musicale…

Ma come fai ad essere un professionista? Il professionista è quello che riesce a campare di quello che fa, ma siamo nell’era dei “dopolavoristi”: se non sei tu a investire su te stesso, non lo può farlo nessun altro. L’esperienza di exceptThecat nasce anche da quello: si gioca sui palchi – ad arrivarci, perché anche lì, tra ENPALS e permessi vari, si aprono una serie di problematiche che ci vorrebbe un’altra intervista per elencarle tutte…

E a proposito, hai in programma qualche data adesso? Più in generale, quali sono i tuoi prossimi progetti?

Oltre alle date con i Santo Barbaro, con exceptThecat suono il 13 marzo suono al Diagonal a Forlì, ma in primavera conto di fare altre uscite. Di progetti per il futuro ne ho tantissimi. Con questa “sbornia” elettronica, ho un po’ accantonato Francobeat e il suo “pop da biblioteca”, ma ora ho un paio di cartucce da sparare: in primis, un disco con i matti. Di recente, sono entrato in contatto con un centro d’accoglienza a San Sabino, sopra Riccione: sono andato a trovarli, mi sono fatto dare un po’ di materiale realizzato dai “residenti” (hanno già dei laboratori di scrittura) e sono venute fuori delle cose che proprio non possono rimanere in un cassetto. Ho già fatto metà disco, che dovrebbe essere dovrebbe essere il secondo capitolo della mia trilogia della fantasia – perché avevo già in cantiere di fare un’altra cosa (questo perché non sono ambizioso) [risate, n.d.r.], un album basato sulle funzioni della fiaba di Propp, strutturato in modo che anche con ascoltato in modo “random” tramite mp3 possa avere sempre, per chi ascolta, un senso compiuto. Tante cose, insomma: bisogna però calibrarle e averne cura.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.