Storie di isole e uccelli marini: Shearwater

Parabola curiosa quella degli Shearwater. Una manciata di ottimi album, all’insegna di un songwriting d’alta scuola, capace di fondere intimismo, grandeur epica e lirismo sofferto in ballad dalle strutture sofisticate, accomunate da ...

Parabola curiosa quella degli Shearwater. Una manciata di ottimi album, all’insegna di un songwriting d’alta scuola, capace di fondere intimismo, grandeur epica e lirismo sofferto in ballad dalle strutture sofisticate, accomunate da uno sguardo esistenzial-naturalista che ricorre in tutte le loro opere (al punto tale da trasformarle in veri e propri concept), ne hanno fatto una delle formazioni di culto della scena indie-folk americana. Culto, sì; successo, no. Sebbene apprezzata dalla critica, la loro arte è pressoché sconosciuta ai più. Un vero peccato, perché un talento come quello di Jonathan Meiburg meriterebbe ben altra considerazione. Probabilmente, il fatto di essere in un certo senso cresciuti all’ombra degli Okkervil River non ha certo giovato ad una proposta musicale già di per sé concettualmente troppo raffinata, anche per un pubblico più selezionato.

La storia degli Shearwater s’intreccia infatti a doppio filo con quella del combo capitanato da Will Sheff. Meiburg, nato a Baltimora, Maryland, nel 1976, dopo aver conseguito una “bachelor’s degree” (una sorta di equivalente della nostra laurea triennale) in inglese alla University of the South in Sewanee, Tennessee, vince un borsa di studio (la prestigiosa “Watson Fellowship”) per continuare le sue ricerche lontano dagli USA. Deciso ad analizzare i più antichi insediamenti umani. Jonathan parte per La Terra del Fuoco per poi raggiungere le Falkland. A Stanley (la capitale ed unica città delle isole), nella pensione in cui si è stabilito, fa la conoscenza di Robin Woods, un ornitologo britannico in cerca di un assistente. Affascinato dalla prospettiva, Meiburg si offre volontario. Trascorre così un anno tra le Malvine, l’insediamento aborigeno di Kowanyama in Australia, le isole Chatam in Nuova Zelanda e gli Inuit di Kimmirut (uno stanziamento situato nella canadese Baffin Island), prima di ritornare negli Stati Uniti. Stabilitosi ad Austin, s’iscrive alla University of Texas dove consegue la “master degree” (la nostra laura magistrale) in geografia, con una tesi sulla “biogeografia del caracara striato”, un rapace appartenente alla famiglia dei falconidae. È in questo periodo che Meiburg matura anche le prime esperienze musicali: nel 1993, a Bedford, Texas, fonda i Whu Gnu [1], con i quali, quattro anni più tardi, realizza un album autoprodotto, “Naked and Without Teeth”, passato del tutto inosservato.

Il 3 dicembre del 1999, alla Waterloo Brewing Company di Austin, il nostro assiste ad una performance degli Okkervil River. All’epoca, la band ha già licenziato due extended-play, “Bedroom EP” (1998) e “Stars Too Small to Use” (1999), ma non si può certo dire che sia sulla cresta dell’onda. Ad ogni modo, il nostro, rapito dalla performance e dal sound del gruppo, terminato il set chiede a Sheff di entrare a far parte del progetto. Detto, fatto: Meiburg è assunto in qualità di pianista, organista e tastierista. Il primo passo è la partecipazione al locale SXSW Festival del 2000: il risultato è un successo, al punto tale che i texani vengono notati dall’ingegnere del suono Brian Beattie con il stringono l’accordo per la realizzazione di un primo full-lenght, quel “Don’t Fall in Love with Everyone You See” che vedrà la luce due anni più tardi.

Nel frattempo, però, Sheff e Meiburg decidono di intraprendere un discorso parallelo alla band madre mettendo in piedi un progetto autonomo, gli Shearwater, per l’appunto. Il nome scelto per battezzare la partnership deriva da quello di un uccello, la Berta maggiore, che nidifica sulle coste dell’Oceano, a sottolineare la passione di Jonathan per l’ornitologia. Dopo aver arruolato la contrabbassista Kim Burke (attualmente ex signora Meiburg), nel 2001 la formazione dà alle stampe, per conto della Grey Flat, “The Dissolving Room”.

L’intenzione alla base dell’LP era quella di confezionare una collection di ballate spartane nello stile del Nick Drake di “Pink Moon” (1972). Il risultato, tuttavia, differisce dagli intenti iniziali per via di una vena decisamente più “americana” che percorre il disco, per cui l’angoscia metafisica del menestrello inglese risulta corretta con la malinconia più “terrena” di songwriter come Will Oldham, Bill Callahan e ovviamente degli stessi Okkervil River. Chitarre acustiche, piano, glockenspiel, banjo, slide ed archi costruiscono il tessuto di queste raffinate composizioni, contese tra folk e country e intonate in punta di piedi, quasi a voler accrescere il senso di vulnerabilità che da esse promana. «Each delicate piece/ When I pick it up it just can’t help but fall/ I can’t hold anything/ All machines, clothes and cars they just crumble and break/ When they touch my hand/ Cause I feel like I’m holding the hand that made them that way» canta Sheff nella cullante Grey Lining e non c’è metafora più pregnante per raccontare la precarietà e il senso di fragilità dell’individuo che permea un po’ tutta la raccolta e che, in tracce come la swingante If You Stay Sober (condita da un bel solo di violino), la folk-ballad depressa Not Tonight e il ¾ carezzevole di This Confiscated House si tinge di cupe visioni di morte. E se Mulholland è uno struggente alt-country suggellata da un solo d’armonica degno di Neil Young, Military Clothes, dal canto suo, paga dazio agli Okkervil River di Red. Tra i momenti migliori della scaletta non possiamo non citare poi la spettrale Little Locket, condotta da un arpeggio minimale e accarezzata dagli archi, con la voce di Sheff ridotta ad un sussurro, e la più vibrante Angelina (che contiene un altro verso emblematico: «Aren’t we lucky to walk in this funeral line?»).

Anche se poco sorprendente (perché allineato alle produzioni alt-country/folk dell’epoca), “The Dissolving Room” è un esordio assolutamente dignitoso, che evidenzia una scrittura evocativa ed una poetica raffinata, le quali, tuttavia, necessitano ancora di un po’ di rodaggio per maturare appieno tutto il loro potenziale.

Un piccolo passo in avanti, in tal senso, è rappresentato da “Everybody Makes Mistakes” (2002). Consolidata la line-up con l’ingresso del vibrafonista/batterista Thor Harris, gli Shearwater licenziano un lavoro contraddistinto da una maggiore varietà cromatica e da strutture armoniche meno prevedibili rispetto al predecessore. Ne sono un (ottimo) esempio All the Black Days 1 e 2, le quali giocano con il folk tradizionale complicandone però l’articolazione: se infatti nel primo episodio la voce cristallina della Burke è sorretta da un delicato arpeggio acustico e fasciata dall’abbraccio morbido degli archi, nel secondo il falsetto lirico di Meiburg tratteggia un’atmosfera di abbandono che culmina in un soundscape sospeso, con i rintocchi del banjo a scandire il tempo su un tappeto di field recording. Dicevamo della voce di Meiburg, ed in effetti l’album si fa notare anche per le qualità interpretative di quest’ultimo. In An Accident, ad esempio, la sua ugola denota qualche parentela con quella di Tim Buckley, mentre le figure di piano riverberato in alcuni passaggi ammiccano ai Radiohead (un’influenza che il combo avrà modo di sviluppare in seguito).

Nonostante un tono tendenzialmente trasognato (12:09, Room for Mistakes, Soon, The Ice Covered Everything e Safeway, contraddistinta da passaggi di stampo “post”), c’è spazio anche per un pizzico di brio (Well, Benjamin e Mistakes, forti di refrain insolitamente ariosi).

La sensazione, insomma, è che gli Shearwater abbiano imboccato la strada. Rispetto a “The Dissolving Room”, l’album consolida la forza immaginifica della scrittura e, soprattutto, trova nuove vie espressive, confezionando una manciata di ballate eleganti e sofisticate che non scadono mai in un arido formalismo. La sensazione, tuttavia, è che il tentativo dei due songwriter sia ancora troppo timido rispetto alle loro effettive potenzialità.

Nel frattempo, gli Okkervil River pubblicano il primo dei loro capolavori, “Down the River of Golden Dreams” (2003) e per saldare sempre di più il legame tra i due progetti viene rilasciato anche lo split “Sham Wedding/Hoax Funeral” (2004), che i fan possono acquistare dapprima solo durante i concerti delle band, poi anche online. Il materiale raccolto comprende demo, inediti, traditional e una cover di Björk, Unravel. Nonostante la parentela tra le formazioni, gli Shearwater proseguono lungo la loro strada. “Winged Life”, licenziato nel 2004, continua l’evoluzione verso sonorità più vicine all’indie-rock. La varietà stilistica è il tratto distintivo dell’album. Sheff e Meiburg mescolano con disinvoltura spunti acustici, elettrici ed elettronici, dando vita ad una miscellanea colorata ed accattivante, contesa tra intimismo e slanci epici.

L’opener, A Hush, detta subito le regole del nuovo corso, imbastendo una progressione in crescendo che fa leva su un arpeggio elettrico, il tutto guarnito dagli immancabili archi. La voce del singer, se possibile, sembra ancor più sicura di sé nel suo registro lirico. Per contro, la successiva My Good Deed è una tenue ballad acustica, che si apre sul finale grazie all’organo (a cui il disco riserva uno spazio maggiore che in passato) e ad uno scampanellio da carillon. Altri momenti rilassati sono The Kind, che strizza l’occhio al Neil Young di “Harvest” (1972), la struggente nenia folk di Wedding Bells Are Breaking Up that Old Gang of Mine (dal sapore Wilco), la pianistica The World in 1984, St. Mary’s Walk, un folk-rock la cui impennata è dominato dall’Hammond, e l’estatica The Set Table, 6′ e 40” di delicati picking elettro-acustici e lievi tocchi di piano che sospingono una melodia incantata (vagamente à la Sigur Rós), arricchita da cori e fraseggi d’archi e nobilitata dall’intensa interpretazione di Meiburg.

Whipping Boy gioca invece con un riff di banjo e battiti oscuri, creando così una tessitura minimalista che fa pensare ai Radiohead di Packt Like Sardines in a Crushed Tin Box, mentre la triste nenia di Sealed, guidata da piano e tastiere, è devastata da un inatteso squarcio rumorista. Per contro, The Convert, A Makeover e (I’ve Got a) Right to Cry sono tre frizzanti esempi di indie pop-rock (con la seconda vicina forse alle indolenze adolescenziali firmate Pavement).

Eterogeneo ma tutt’altro che dispersivo, “Winged Life” deve la sua forza anche ai testi, come sempre raffinati ed intelligenti (il titolo stesso è ispirato ad un celebre verso di William Blake, contenuto in Eternity). Wedding Bells Are Breaking Up that Old Gang of Mine e The World in 1984 sono riflessioni sullo scorrere del tempo mascherate da malinconiche rievocazioni dell’infanzia, che evidenziano, a tratti, una non comune forza cinematica. St. Mary’s Walk, invece, narra del gesto di una madre che getta in mare il proprio figlio dalla prospettiva del bambino («And I hate the ocean», canta il frontman, e per una band dal nome di un uccello marino è un bel paradosso), mentre in My Good Deed è una relazione ad andare in frantumi. Lo sguardo è rivolto alla quotidianità, alle piccole cose; ed è proprio nelle piccole cose che vanno ricercate le ragioni della felicità. «And when you find these things that make you shine/ Don’t let them too far outside of your life» ammonisce Sheff in The Set Table, posta forse non a caso in chiusura di album.

Dopo quest’ottima sortita, la formazione rilascia un EP, “Thieves” (2005), composto da una serie di outtake dall’ultimo lavoro, maggiormente orientate al folk placido (la narcolettica There’s a Mark Where You Were Breathing, l’agreste Near a Garden e la cameristica You’re the Coliseum), ma con qualche lampo di grinta (Mountain Laurel). Sheff decide di defilarsi e lascia campo libero a Meiburg, il quale, pertanto, è il solo responsabile di “Palo Santo”. Pubblicato nel 2006, il disco rappresenta forse il vertice assoluto della produzione della band. Il folk-rock alla base delle partiture ingloba, di volta in volta, la malinconia di Jeff Buckley, le ubbie dei Radiohead, le atmosfere dilatate dei Talk Talk e l’algido struggimento di Nico (alla quale il disco è dedicato e alla cui vita sembrano far riferimento alcune delle invero poco decifrabili liriche), con l’aggiunta di sovratoni “naturalistici”. L’album, infatti, apre quella che è definita la “Island Arc trilogy” (“island arc” in inglese designa una catena d’isole di formazione vulcanica), composta dai successivi “Rook” (2008) e “The Golden Archipelago” (2010) ed incentrata sul rapporto tra uomo e natura, da sempre uno dei pallini di Meiburg. Non a caso, l’album deriva il suo nome da un albero, la Lignum Vitae (“palo santo” in inglese), che cresce nelle Galápagos ed è coltivato in altre zone del Sud America, noto soprattutto per le proprietà curative dell’incenso che si ricava dalla sua resina. Le stesse composizioni sono ambientate in paesaggi ventosi, notturni («The wind that lifts the leaves against the night/ The reeds that bow and bend beneath its weight/ The holy sap, its smoky light/ I will not hide», recita la title-track) ma non per questo ostili: il tentativo è quello di penetrare il mistero («There’s something singing in the ice/ In the deepest part of the world», da White Waves) per raggiungere una sorta di comunione con il creato. E tale comunione non può che passare per quel linguaggio comune che sembra essere la musica («The fish that swim inside the murky deep/ The island shores that loom above the sea/ The holy, holy melody/ Will bring them all to me», sempre dalla title-track).

Le partiture sono ancor più raffinate e ricche di spunti rispetto a “Winged Life”. White Waves, ad esempio, parte con un delicato arpeggio folk per poi trasformarsi un blues-rock ruvido, con un riff massiccio e stonesiano. Un battito metronomico, su cui s’incastrano un banjo e le punteggiature isteriche delle tastiere, propelle la danza robotica à la Brian Eno di Red Sea, Black Sea. L’epica di Johnny Viola, guidata dal piano e arricchita dai fiati, suggerisce una vicinanza con Warren Zevon, mentre la solenne elegia pianistica di La Dame et la Licorne trae spunto tanto da Buckley junior che da Thom Yorke, il cui spettro aleggia anche nella title-track, in cui s’assommano echi dei Simon & Garfunkel di Scarborough Fair. L’incalzante e veemente Hail Mary sfoggia terribili distorsioni sul finale e fa il paio con la nevrosi di Seventy-four, Seventy-five, marchiata da figure pianistiche rubate al John Cale solista (viene in mente, ad esempio, Fear Is a Men Best Friend).

A distendere il clima ci pensano la lullabye Sing, Little Bird, reminiscente di Devendra Banhart, mentre le trasognate Nobody, Going is Song e Failed Queen richiamano alla mente le dilatazioni folk-ambientali di Mark Hollis e, per il loro approccio minimal, Nick Drake.

Con “Palo Santo” gli Shearwater mettono definitivamente a punto la propria grammatica, regalando un album dalla notevole forza sinestesica. La musica, contesa tra languido abbandono e accelerazioni grintose, e le liriche, oscure e criptiche, lavorano congiuntamente per colpire i sensi e parlare all’inconscio prima ancora che alla testa, trascinando l’ascoltatore in una dimensione “altra” e realizzando appieno quelle premesse che i lavori precedenti contenevano solo in nuce.

L’anno successivo il quintetto passa dalla Misra (che aveva pubblicato gli ultimi tre album) alla Matador, la quale, ad aprile, immette sul mercato una versione deluxe double-disk di “Palo Santo”, con un nuovo artwork, cinque delle undici tracce dell’LP interamente reincise, quattro inediti (inclusa la cover di Special Rider Blues di Skip Spence) e altrettante demo version di brani contenuti nella tracklist originaria. Il 2008 porta con sé alcune importanti novità per il gruppo: la separazione tra Sheff e Meiburg (il primo abbandona gli Shearwater e il secondo gli Okkervil River, freschi della pubblicazione di “The Stand-Ins”), decisi a concentrare le proprie energie sui rispettivi progetti, e l’uscita di un nuovo album, “Rook”.

Il secondo capitolo della trilogia di “Island Arc” si colloca lungo la scia del suo predecessore, snocciolando una manciata di ballate forbite, intrise di lirismo fiabesco. Posta rigorosamente in primo piano, la natura, selvaggia e misteriosa, è ancora una volta adoperata in chiave metaforica per evidenziare la caducità delle cose e la precarietà della condizione umana («You were not the first to arrive/ And will not be the last to survive» recita l’incipit di Century Eyes). Meiburg si conferma bardo di un mondo di commovente grazia e maestosa purezza, incontaminato, a cui intona uno struggente addio: «No child at all/ Would wake to the light/ Of a sun that is reddening/ Like a robin’s breast/ And no lioness/ Boards a last, great hull/ On the waves/ The close/ On a world/ That will never return again/ And no sound escapes/ From the night to come» intona malinconico in The Hunter’s Star. Musicalmente, “Rook” (“corvo”, altro titolo dettato dalla passione ornitologica del bandleader) mantiene intatto l’eclettismo di “Palo Santo”, forgiando melodie raffinate e mai banali e vestendole con arrangiamenti variegati, arricchiti dalla presenza di dulcimer, vibrafono, glockenspiel e arpa. Il risultato, sebbene di assoluto pregio, è tuttavia meno sorprendente rispetto al precedente lavoro.

La classe rimane tuttavia immutata. On the Death of the Waters in apertura si finge elegia pianistica per poi esplodere in un muro sonico pinkfloydiano, Rooks è un country-rock guidato da un arpeggio ipnotico e dal drumming preciso ed essenziale di Thor, e guarnito da belle linee disegnate dalla tromba. Orchestrazioni ampie e delicate avvolgono Lost Boys (spartana e lirica, che sul finale si trasforma in una marcia militare) e Home Life (la più lunga del lotto, con i suoi oltre sette minuti di durata), la pianistica The Hunter’s Star, dal refrain arioso, e la più ambiziosa Leviathan, Bound, con glockenspiel e dulcimer a far la parte del leone. La matrice folk è sempre presente, ma trasfigurata in una chiave eterea, onirica, come dimostra anche l’impalpabile I Was a Cloud, in cui l’io-narrante e soggetto di una contemplazione a distanza è proprio una nuvola. L’unico momento veramente rock è Century Eyes, memore di Warren Zevon. Per il resto, South Col è uno strumentale infarcito di feedback e droni, e The Snow Leopard una suggestiva ballata radioheadiana (Karma Police docet), che darà il titolo anche ad un EP del 2008, composto da tracce live e cover (So Bad di Baby Dee e Henry Lee, traditional già interpretato da Nick Cave).

I viaggi di Meiburg negli angoli più puri e incontaminati del pianeta (uniti ai racconti del nonno, radio operatore nel Sud del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale) sono la fonte principale d’ispirazione di “The Golden Archipelago” (2010). Il concept del disco (che nella versione deluxe si presenta corredato da un ampio “dossier” con mappe, fotografie e appunti di viaggio), è l’analisi della vita su un’isola, luogo carico di simbolismi e riferimenti metaforici alla società in cui viviamo. Rispetto a “Rook”, l’album suona più solenne e barocco. Sebbene arrangiate in maniera assai creativa, le partiture, dominate dal batterismo possente di Thor e squarciate da improvvisi lampi elettrici “post”, finiscono con il depotenziare la potenza visionario dell’immaginario di Meiburg, consegnandoci un’opera formalmente perfetta ma meno “sentita” se paragonata alle precedenti.

Introdotta da un antico canto intonato dai nativi dell’atollo di Bikini, i quali, nel 1946, furono costretti all’esilio sull’isola di Kili a causa dei test atomici che rendevano impossibile la vita nella loro terra, Meridian, una malinconica meditazione folk a metà tra Scott Walker e Bon Iver, rischia di trarre in inganno circa la cifra stilistica dell’album. Il piano martellante e le vocals veementi della seguente Black Eyes, i tribalismi oscuri di Ladscape at Speed (che aumenta d’intensità sino ad un finale a base di feedback) e quelli più nevrotici di Corridors, contrassegnata da immani distorsioni chitarristiche, precisano meglio le coordinate di questo “arcipelago dorato”, che trasfigura il lirismo di Meiberg con spunti degni dei Pink Floyd di “Final Cut” (1983) e della Kate Bush di “Hounds of Love” (1985). God Make Me e Uniforms sono accomunati da crescendo in cui archi e sei corde elettriche s’impastano in modo solenne. Più raccolte risultano il folk-rock di An Insular Life e soprattutto il valzer minimalista di Hidden Lakes, d’ispirazione quasi liturgica, mentre la delicata nenia di Castaways è squassata dai soliti tamburi militareschi di Thor.

Nonostante una produzione che punta esplicitamente su un sound corposo, magniloquente, d’impatto, e che dunque attenua la forza lirica dell’arte di Meiburg, “The Golden Archipelago” lascia comunque trapelare una raffinatezza e un’eleganza che pochi songwriter possono vantare.

Per liberarsi dalle pastoie di un barocchismo che rischia di essere soffocante, il trio dapprima si concede il divertissement di “Shearwater in Enron”, album strumentale contenente una serie di improvvisazioni avant di stampo acustico-elettronico (alcune delle quali suonate con il monicker “Enron” ad Albuquerque, nell’aprile del 2010) [2], poi il più completo bagno purificatore di “Animal Joy” (2012). Il disco segna il passaggio dalla Matador alla Sub Pop e si configura come uno dei più immediati e diretti mai incisi della formazione. Conclusa la trilogia del regno vegetale, l’album sembra voler inaugurare un nuovo capitolo dell’esplorazione naturalistica del frontman, stavolta dedicato al regno animale, inquadrato sempre sotto la luce dell’allegoria. La riflessione verte sulla profonda essenza della natura umana, sulle gabbie mentali e sociali che ci costruiamo. L’obiettivo è la “animal joy”, la gioia animale, dunque una sorta di “liberazione”: ma per realizzare appieno la tanto auspicata comunione con la natura, occorre raggiungere quella «half remembered wild interior/ Of an animal life» (Animal Life), se necessario rimettendo in discussione la stessa civilizzazione («You could drive the mountains down into the bay/ Or go back to the East where it’s all so civilized/ Where I was born to the life/ But I am leaving the life», dichiara il cantante in You as You Were).

E in effetti la stessa sobrietà degli arrangiamenti, lontani dallo spirito “bombastic” di “The Golden Archipelago” e spesso imperniati su ritmiche scattanti e chitarre sferraglianti, fa pensare proprio al tentativo di recuperare, almeno in parte, un’istintività sonora libera da inutili orpelli. Non per questo, però, la settima release dei texani suona banale o piatta. Emerge, semmai, una capacità di sintesi e di “concentrazione” che non concede nulla alle banalità di certa scena indie contemporanea e che si ricollega, in un certo senso, alla purezza cristallina dei primi album.

Rispetto al passato si segnala una matrice più marcatamente post-punk/new-wave, particolarmente evidente in Immaculate, memore dei The Sound, ma anche in Pushing the River (che incorpora elementi folk su un pattern ritmico scattante, sfregiato da immani devastazioni chitarristiche), nella darkeggiante Breaking the Yearlings (spettrale e tempestosa danza propulsa da battiti oscuri, ammantata da un organo sinuoso e sfregiata da sei corde distorte), nella pigra e solenne Dread Sovereign e in You as You Were (dominata da un pianismo martellante e da un incedere che fanno pensare agli Arcade Fire). Tutt’altro che impersonali, questi pezzi rinnovano il vocabolario della band, portando alle estreme conseguenze certe tensioni che si respiravano qua e là nei precedenti lavori.

Animal Life, dal canto suo, è un folk rock in crescendo che sfrutta una progressione degna degli Elbow, appena increspata da una celesta obliqua, iniettandovi le ormai consuete dosi di martellamenti ritmici. Open Your Houses (Basilisk) e Believing Make It Easy confermano la vicinanza di Meiburg a Mark Hollis e al suo “spirito dell’Eden”, mentre Run the Banner Down rispolvera l’arsenale acustico di certi episodi del passato, intessendo una melodia preziosa, carica di malinconico abbandono. La maestosa Star of the Edge e la melodrammatica Insolence (con qualche eco radioheadiano nelle linee di piano) sono altri esempi di come un impianto grandioso non necessariamente significhi pomposità ottusa.

“Animal Joy” è l’ennesimo tassello di una discografia preziosa, che ad oggi non ha conosciuto cedimenti. Attraverso un percorso musicale che parte dalla malinconia dell’alt-country/folk più scarno ed essenziale per raggiungere l’epica ruvida di certo rock indipendente, filtrata da altre complesse esperienze sonore (art-rock, prog, new-wave), Meiburg, ha intonato una personale ode post-moderna alla natura, al suo fascino lussureggiante, misterioso, primigenio, condensando in un pugno di album di gran pregio quel “sentimento oceanico” di freudiana memoria, un’idea di comunione pànica col tutto che lambisce una forma di misticismo laico eppure potentissimo.

Note:

[1] Leggenda vuole che Meiburg abbia fatto parte di una fantomatica formazione, i Kingfisher. Come lo stesso musicista ha avuto modo di spiegare durante un’intervista al blog “The Interior”, un gruppo con tale nome non è mai esistito. «Non c’è mai stata una band chiamata Kingfisher. C’era una band della quale facevo parte [i Whu Gnu, N.d.R.] che era nota con un paio di nomi diversi. […] Facemmo un piccolo disco […]. Ad ogni modo mi cacciarono via [nel 2003, N.d.R.] perché non mi facevo mai vedere». La leggenda dei Kingfisher nasce nel momento in cui «[…] avevamo bisogno di qualcosa da inserire nel “one-sheet” [un foglio di presentazione per la stampa, N.d.R.]. E Kingfisher era uno dei nomi che era stato lanciato. Perciò lo inserimmo nel one-sheet, ed è curioso come la gente stampi sempre qualsiasi cosa tu metta in uno one-sheet. […] I Kingfisher hanno avuto molta più stampa di quanto la band attuale abbia mai avuto. Le persone dicono sempre “Jonathan Meiburg dei Kingfisher!”». Per la cronaca, i Whu Gnu hanno inciso nel 2009 un secondo album (autoprodotto anch’esso), “Walking Spanish”.

[2] L’EP è ascoltabile a questo indirizzo.


Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.