Sigur Rós – Pala Arrex, Jesolo (VE)

Al di là dei generi, la differenza tra John Power (aka Blanck Mass), chiamato ad aprire la prima data italiana dei Sigur Rós (e quella di Assago, stasera), e la stessa band di Jónsi, sta in un muscolo, piccolo e tanto sottovalutato: il cuore. ...

Al di là dei generi, la differenza tra John Power (aka Blanck Mass), chiamato ad aprire la prima data italiana dei Sigur Rós (e quella di Assago, stasera), e la stessa band di Jónsi, sta in un muscolo, piccolo e tanto sottovalutato: il cuore. Perché se il primo, per tutta la durata del suo set in quel di Jesolo, si è limitato ad armeggiare con laptop e mixer, sorseggiando distratto una birra, i secondi, pur nell’intaccabile perfezione formale della loro esibizione, hanno lasciato trasparire qualcosa che non può essere semplicemente ricondotto a perizia tecnica. I Sigur Rós hanno cullato e schiaffeggiato il pubblico del Pala Arrex con un mix annichilente di potenza e grazia, di asprezza ed eleganza, che trova il suo equilibrio in una sincerità disarmante – quella, per intenderci, che ti fa sentire nudo al cospetto di Olsen olsen o E-bow, ad esempio, e che quasi ti porta alle lacrime davanti alla magnificenza “oceanica” di Fljótavík.

Ha funzionato tutto, ieri sera, dall’acustica all’apparato video-luci (suggestivo ma non invasivo): soprattutto, hanno funzionato loro, questi islandesi timidi e quasi impacciati quando non cantano, giganteschi e fermissimi non appena intonano i loro appassionati inni di bellezza universale. Coadiuvati da un trio d’archi e d’ottoni, un tastierista e un chitarrista, Jónsi (Jón Þór Birgisson), Georg Hólm e Orri Páll Dýrason hanno esplorato, con equilibrio, il proprio repertorio, muovendosi tra i classici del passato (la doppietta – applauditissima – HoppípollaMeð blóðnasir, entrambe da Takk) e futuro. Su questo versante, le inedite Yfirborð (deboluccia) e soprattutto Brennisteinn e Kveikur (più grintose e a fuoco) sembrano voler scacciar via i fantasmi di un ultimo album, Valtari, troppo autoindulgente (non a caso, la sola pescata da lì è Varúð, pure intensissima). I Sigur Rós, insomma, sono più che in forma: te ne accorgi da come azzannano Lagið Í Gær a suon di feedback maestosi, dal modo in cui voce di Jónsi s’inerpica su quella vetta innevata che è Glósóli o in cui la sua chitarra (suonata con l’immancabile archetto) scintilla nella lenta processione di Svefn-g-englar. Te ne accorgi, più di tutto, dal fatto che la scaletta fluisce leggera, che il controllo e la preparazione non tolgono nulla alla spontaneità e alla vividezza delle suggestioni che la messa in scena semplicemente asseconda, senza artefazioni.

Gli applausi fragorosi e ripetuti del Pala Arrex (pieno, non strapieno), con in risposta qualche “thank you” del frontman quasi imbarazzato (la timidezza di cui sopra), e soprattutto la standing ovation finale, celebrata dai Sigur Rós con tanto d’inchino, testimoniano il successo della serata e, soprattutto, la forza di una band ormai divenuta classico.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.