Sanremo è sempre Sanremo: il racconto della prima serata

Alla fine, è andato tutto secondo copione, anche quando sembrava che il copione fosse stato stracciato, che ci fosse l’imprevisto, il blitz del sociale in un Ariston addobbato a festa e al solito sempre un po’ troppo finto, ...

Alla fine, è andato tutto secondo copione, anche quando sembrava che il copione fosse stato stracciato, che ci fosse l’imprevisto, il blitz del sociale in un Ariston addobbato a festa e al solito sempre un po’ troppo finto, snob. L’apertura della prima serata del Festival di Sanremo è stata all’insegna di un deja vù (e di un sipario bloccato, col senno di poi una bella metafora): l’aspirante suicida. Solo che stavolta non era una farsa patetica come quella di Baudo tanti anni fa, ma la protesta di due lavoratori del consorzio unico di bacino di Napoli e Caserta, senza stipendio da 16 mesi e con altri 6 mesi di attesa all’orizzonte, prima che la speranza di una soluzione della faccenda si concretizzi.

Uno dei due ha iniziato ad urlare mentre Fabio Fazio era lanciato in un monologo sulla bellezza e l’importanza della cura del territorio. Voleva che il conduttore leggesse una lettera. Fazio, va detto, non s’è scomposto (con quel colletto e quella cravatta stretti era un po’ difficile probabilmente): ha invitato i due operai alla calma e poi ha anche letto qualche stralcio della lettera, prima di riprendere il monologo.

Qualcuno – maligno – ha poi scherzato che il gesto dei due lavoratori potesse essere una reazione alla presenza di Ligabue, annunciato qualche giorno fa come superospite italiano del Festival e, soprattutto, investito in questa prima serata del compito di rendere omaggio a Fabrizio De André (oggi avrebbe compiuto 74 anni). Il Liga, accompagnato da Mauro Pagani, non se l’è cavata malissimo, va detto, ma Creuza de ma interpretata da un emiliano di per sé non è una grandissima idea. Ligabue l’ha affrontata a modo suo, che poi è sempre lo stesso: mentre l’ascoltavo mi ha preso la paura che tra le “muri de mainé” (le facce dei marinai) e gli “scheuggi” (gli scogli) potesse spuntare fuori qualcuno degli avventori del bar Mario, ma tant’è, alla fine nessun danno.

(Mauro Pagani e Luciano Ligabue)

Tutto secondo copione, dicevo. C’era la Littizzetto, ovviamente: con lei Fazio ha giocato il suo gioco preferito, poliziotto buono e poliziotto cattivo, il primo della classe contro la teppista, il presentatore ostaggio del suo ruolo istituzionale contro la battitrice libera, con licenza di satira. Tutta roba già vista l’anno scorso e nelle ultime stagioni di Che tempo che fa. Anche con le altre spalle non è andata meglio. Con la Casta, prima ospite internazionale, Fazio ha inscenato un siparietto noioso, tutto all’insegna della sua passione francofila (e di un omaggio a Modugno che ha battuto di gran lunga quello di Ligabue quanto ad inutilità). Difronte alla Carrà, perfetta per ricordare i sessant’anni della RAI, il conduttore è stato sopraffatto: la Raffaella nazionale gli ha rubato la scena, se l’è presa senza troppi complimenti per presentare il suo ultimo disco, una rilettura di vecchi brani del passato, con perle come Cha cha ciao che fanno sembrare Lady Gaga Dante. Per non farci mancare nulla, la Carrà ha fatto anche un appello per la liberazione dei marò e ha duettato con la Littizzetto.

Tralascio per pietà l’omaggio a Freak Antoni – trenta secondi di stacchetto e il talento irriverente di un artista ridotto ad un cumulo di battutine, con la Littizzetto che ha detto qualcosa tipo “Freak si sarebbe divertito su questo palco”, ignorando forse che Sanremo lì non ce l’ha mai voluto. Verrebbe voglia di tralasciare pure le canzoni, ma come si fa? Sono la ragione per cui mi sono sorbito quasi quattro ore di spettacolo, dunque non posso.

Lo dico subito, di pezzi memorabili non ce ne sono. Arisa, la prima a salire sul palco, era fresca come Orietta Berti: tra il bolero di Lentamente (il primo che passa) e Controvento il pubblico da casa e la stampa hanno scelto quest’ultima, ma per me sono entrambe da 4,5.

Frankie Hi-NRG era palesemente fuori posto, la classica foglia di fico per dire che a Sanremo c’era pure un genere “ggiovane” come l’hip hop (che però Di Gesù ha lasciato stavolta a casa). Un uomo è vivo era assolutamente anonima (4), un pochino meglio Pedala (5: ho detto “pochino meglio”), se non altro perché più viva nei colori dell’arrangiamento (un basso dub, i fiati). E infatti ha passato largamente il primo voto quest’ultima.

Non avesse cantato nel solito falsetto, Antonella Ruggiero avresti potuto scambiarla per Robert Smith e dire che la sua performance era tutta lì. Quando balliamo e Da lontano (quella che è passata) sognavano di ripetere il miracolo di Vacanze romane, puntando tutto su un arrangiamento essenziale e i soliti vocalizzi, ma hanno finito con l’uniformarsi al nero della mise, confondendo raffinatezza e noia (voti: 3,5 alla prima, 4 alla seconda).

Gualazzi, a metà tra il pensionato del soul e un renziano dell’ultima ora, ha giocato la carta del soul-gospel (Tanto ci sei) e della dance (Liberi o no) con Bloody Beetroots, ma non ha capito molto né del primo né della seconda: 4,5 e 5,5 per averci provato.

Meglio Cristiano De André, di cui il pubblico e i giornalisti hanno scelto il pezzo più sanremese (il crescendo de Il cielo è vuoto) a scapito della ballata che il “figlio di” preferiva (Invisibili, racconto autobiografico di una Genova devastata dalla droga). Belli i testi, appassionata l’interpretazione, ma anche qui novità zero e chance che tra vent’anni ci si ricordi di questi pezzi ancora meno. Voti: 6 alla prima, 6,5 alla seconda.

I Perturbazione personalmente non ho mai capito da che parte stiano: sono circondati dall’aura indie, ma all’atto pratico suonano sempre leggeri in un modo sconcertante. L’unica (quella che è passata) e L’Italia vista dal bar sono carine, la prima con un groove un po’ disco e la seconda con un refrain bello arioso, ma sembrano comunque esili, troppo. Per me, sufficienti entrambe. Il video di L’unica è già online:

A questo punto, e senza scandali, meglio la Giusy Ferreri di Ti porto a cena con me, scritta da Roberto Casalino (a lui si deve L’essenziale di Mengoni, che l’anno scorso proprio qui vinse…). Da l’idea di essere più canzone delle altre, una cosa con un briciolo di sostanza, che fa giusta leva sui trucchi del mestiere: per questo si becca un 6,5 (e va in pole per la vittoria finale). L’altro pezzo, L’amore possiede il bene, era terribile (4.5).

Il meglio me lo sono riservato per la fine: Cat Stevens. Con lui non c’è partita, per nessuno. Occhiale scuro, barba bianca, in gran forma, Cat/Yousuf è salito sul palco verso mezzanotte (prima della Ferreri). Ha eseguito Peace train e una Maybe there’s a world che ha inglobato parti di All you need is love. Performance al minimo sindacale, ma sarebbe bastata da sola a far scomparire tutte le Arisa del mondo. E invece, per fortuna, Cat non s’è accontentato: tempo una piccola chiacchierata con Fazio, ed ha imbracciato di nuovo la chitarra per suonare il brano che tutti ci aspettavamo da lui, Father and son. Dopo, è diventato immediatamente chiaro che Sanremo è una sciocchezzuola, e che le canzoni vere sono da un’altra parte.

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Insomma, in questa prima puntata Sanremo ha fatto Sanremo. La sola novità è stata quella di Pif, che nella fascia prefestival che gli è stata affidata ha fatto invece “il testimone”, ironizzando su Sanremo/San Romolo. Poco male, forse. Nell’Italia della crisi, della precarietà che ha investito persino i governi, dei figli di papà che fanno la morale, dei professori che diventano primi ministri e dei comici che guidano partiti (Grillo si è limitato ad un innocuo comizio ad insulti unificati sul red carpet: dentro l’Ariston, non lo si sarebbe distinto da un Cavallo Pazzo qualunque), almeno abbiamo il conforto salutare di un punto fermo. Seppure noioso.  

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.