Sanremo e la noia del “c’era una volta”: la seconda serata

Ieri sera, guardavo Franca Valeri sul palco dell’Ariston e pensavo: è tutto sbagliato. La parlata stanca, i gesti incerti, un duetto con la Littizzetto fatto di nulla, che non faceva ridere e neppure commuovere, niente. La vecchiaia ...

Ieri sera, guardavo Franca Valeri sul palco dell’Ariston e pensavo: è tutto sbagliato. La parlata stanca, i gesti incerti, un duetto con la Littizzetto fatto di nulla, che non faceva ridere e neppure commuovere, niente. La vecchiaia non è una malattia da occultare al mondo, ma un po’ di senso della misura dovrebbe suggerire quando è il caso di esporla e quando no. Stesso discorso, più in generale, per il passato: la celebrazione va bene, ma quando il passato diventa l’unico orizzonte possibile, allora no, c’è qualcosa che non va.

Fazio è sempre stato un nostalgico di ferro, lo sappiamo. Da Quelli che il calcio ad Anima mia, passando per Che tempo che fa, la sua tv è tutta improntata di riferimenti alla “golden age” della RAI. È un collezionista di memorabilia e personaggi buffi, c’ha costruito una carriera su quel fascino retrò, e dunque era impensabile che cambiasse dall’oggi al domani. Ma ieri sera, al Festival, dopo la Carrà (martedì), le Kessler, la Valeri e l’apertura con Claudio Santamaria che ricordava, leggendo una (bella) lettera, il maestro Manzi, si è avuta la sensazione netta che i giovani e il futuro, da questa celebrazione della bellezza che dovrebbe essere la 64esima edizione di Sanremo, siano decisamente tagliati fuori.

Dice: va be’, è il compleanno della RAI (60 anni), logico esporre l’argenteria. Ma se l’argenteria è tutta roba di cinquant’anni fa, allora c’è un problema, e bello grosso. Del resto, è una logica conseguenza ed uno specchio fedele del paese che siamo: bloccato, sfiduciato, incapace di produrre novità. Ecco perché rivolgiamo continuamente lo sguardo indietro (molto indietro) e mai avanti, anche in una manifestazione che vorrebbe mettere la musica al centro, e la musica per i giovani in particolare (sono loro, si sa, che comprano/scaricano i dischi e ascoltano le radio), e che invece è solo l’ennesimo, stanco rito nostalgico, noioso e asfittico.

Rispetto alla prima serata il ritmo è un po’ migliorato, si è lasciato più spazio alle canzoni. Ma ad ascoltarle, anche le migliori (Così lontano di Giuliano Palma, Bagnati dal sole di Noemi, Prima di andare via di Sinigallia) appaiono sempre troppo esili, un filo imperfette e comunque già sentite. Non è una questione di spazio, in effetti: quanta gliene dai gliene dai, questi pezzi sono incapaci di prendersela, la scena, e se la fanno rubare con facilità persino dalle Kessler o dalla Valeri ridotte così. Per non parlare di Baglioni, il superospite italiano della serata, sul palco dell’Ariston con un medley che comprendeva Questo piccolo grande amore, E tu, Strada facendo, Avrai e Mille giorni di te e di me. Non stecca (magari in un paio di volte è un po’ in affanno), tiene il palco con sicurezza. Ha un sorriso storto e gli occhi li apre con difficoltà, e a tratti sembra il fratello minore di Renato Balestra, ma tocca ammetterlo: di canzoni come le sue, questo Festival non ne ha. Persino la nuova Con voi, ennesima autocelebrazione di uno che non ha più nulla da dire da almeno vent’anni, fa la figura del capolavoro.

(Claudio Baglioni durante la performance)

Ma torniamo ai campioni e alla gara. Renga, il primo ad esibirisi, ha un bel sorriso e un bel completo ma due canzoni che non vanno da nessuna parte, A un isolato da te e Vivendo adesso. Sono pezzi scritti su misura (il secondo da Elisa) per un rocker romantico intenzionato a far capire subito quanta potenza ci sia nella sua voce. Tuttavia, l’interpretazione è (insolitamente) poco precisa e il romanticismo si traduce in una serie di goffaggini imperdonabili. Passa Vivendo adesso, ma è un 5 (4.5 alla prima).

Giuliano Palma fa quasi un figurone (capite come siamo messi?). Così lontano, a proposito di nostalgia, è roba di casa nostra, proviene dritta dai nostri anni ’50-’60 (tra le firme, quella di Nina Zilli), malgrado gli accenni ska. Funziona, niente da dire (6,5). Un bacio crudele pure non è male (sufficiente anche questa), ma la citazione del beat Motown di Can’t hurry love forse la penalizza un po’ agli occhi del pubblico e dei giornalisti, che gli preferiscono la prima.

Noemi è un’occasione sprecata (al solito). Look improponibile (quella gruccia intorno al collo?), gran voce, ma canzoni che sembrano sempre una tacca sotto quella che ci vorrebbe per lei. Un uomo è un albero, malgrado gli accenni afro dei cori e un appeal internazionale (brit), non lascia traccia (4,5), mentre Bagnati dal sole ha un che di accattivante: sarà la chitarrina funky, sarà l’orchestra usata non a sproposito, ma è ampiamente sufficiente (6,5). Passa quest’ultima.

(Noemi e la gruccia intorno al collo…)

Renzo Rubino è il prototipo del giovane-non giovane, e dunque è perfetto per questo palco. È pure bravo magari, ma spreca tutto tentando di fare il gigione come sempre, e alla fine non capisci se sia un tentativo patetico o un’intelligente parodia. Ora è un pop martellante ma poco incisivo (6: è quella che passerà il turno), Per sempre e poi basta strizza l’occhio a Bindi e al pathos romantico di un tempo: un pezzo magari sufficiente, certo non da standing ovation finale.

Ron: dobbiamo commentare? Capigliatura da fare invidia a Biscardi, porta in gara Un abbraccio unico, copiata da una qualsiasi delle sue canzoni degli ultimi vent’anni (3). Gioca la carta “musica ggiovane” con Sing in the rain, un inutile esercizio pop-folk (4) che un po’ strizza l’occhio ai Mumford and Sons. Pubblico e stampa, stanchi di sentirgli cantare sempre la stessa roba, premiano quest’ultima.

Riccardo Sinigallia è forse il migliore della serata: Prima di andare via, malgrado gli accenti country, ti fa capire esattamente dove stia l’anima dei vecchi Tiromancino (6,5). Bella anche Una rigenerazione, che osa perfino un assolo di synth nel refrain (6,5). Nessun dubbio al momento del voto, però: con oltre il 60% passa la prima.

Per Francesco Sarcina vale lo stesso discorso di Renga (o di Ron, se preferite): fa esattamente quello che ci si aspetta da lui, né più né meno. Dunque romanticismo, archi, interpretazione impetuosa e un paio di assoli di chitarra più cattivi. Tra Nel tuo sorriso e In questa città non ci sono molti gradi di separazione, anzi: il pubblico e la stampa, comunque, scelgono la prima (4,5).

C’erano anche i giovani (o meglio, le “nuove proposte”), ieri, ma su quel palco facevano quasi tenerezza, a sto punto. Passano Diodato con il crescendo Babilonia (5,5: un po’ Damien Rice e David Gray) e Zibba con la reggaeggiante Senza di te, decisamente la migliore (6,5). Cassati Bianca, con Saprai, e Filippo Graziani, con Le cose belle (sì, lui è “figlio di”).

Poi, come era capitato nella prima serata con Cat Stevens, arrivano i carichi grossi. Rufus Wainwright è tutta un’altra storia. Quando sale sul palco, verso la mezzanotte, si capisce subito che non è l’Anticristo e che i Papaboys, al più, sono dei poveretti, e che finora abbiamo scherzato. Simpatico, sorridente, cordiale, dolce, ha le canzoni (Cigarettes and chocolate milk) e la voce: quando intona Across the universe dei Beatles (di Lennon, per la precisione), capisci che se fossimo seri dovremmo prendere Ron e mandarlo in Australia con un visto di sola andata, prima che qualcuno si accorga che è davvero all’Ariston con un pezzo che si chiama Sing in the rain.

Ecco Wainright pure è uno che cita, omaggia i grandi e le grandi del passato (la sua passione per l’opera è chiara ed esplicita), ma lo fa sempre con l’intento di costruire un percorso, quando non innovativo, almeno suo. Cosa che non riescono a fare Fazio e questo Festival, sin dalla scenografia rimasti bloccati (ricordate lo scherzetto del sipario dell’altroieri?) in quella che è, né più né meno, una mesta celebrazione dell’assenza di futuro.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.