Rover – Circolo degli Artisti, Roma

Chi è Rover? Una contraddizione in termini. Un francese che canta in inglese, un ragazzone di due metri e oltre cento chili che, tanto in studio quanto sul palco, mostra di avere una grazia tutta sua. Un timido, capace tuttavia di trovare una ...

Chi è Rover? Una contraddizione in termini. Un francese che canta in inglese, un ragazzone di due metri e oltre cento chili che, tanto in studio quanto sul palco, mostra di avere una grazia tutta sua. Un timido, capace tuttavia di trovare una sicurezza e una fermezza – nel tratto stilistico, nella voce, nella tecnica chitarristica – ai limiti dell’abrasivo e oltre. Ecco, questo bel rebus (a cominciare dal volto, mix di Depardieu e Meat Loaf) dal nome “automobilistico” (pegno alla passione di famiglia per le vetture inglesi) ha conquistato, ieri sera, il numeroso pubblico del Circolo degli Artisti di Roma.

Introdotto dal folk “manipolato” di Persian Pelican (Andrea Pulcini), Timothée Régnier non ha suonato molto: si è presentato sul palco alle 23 per i vari check, mezz’ora dopo ha attaccato e a mezzanotte e mezza era tutto finito. La sua è stata comunque una performance brillante, impostata (e non poteva essere altrimenti) sull’omonimo debutto, pubblicato l’anno scorso. Ciò che ha stupito (e che la buona acustica del Circolo ha esaltato) è l’asciuttezza dell’interpretazione di Rover e, dunque, la forza delle sue canzoni. Accompagnato dalla batteria metronomica di Arnaud Gavini e giocando sull’alternanza chitarra-tastiera, il musicista francese ha saputo rendere con toni vivissimi la sua peculiare miscela di romanticismo, grandeur e intimismo.

Lungo arpeggi ipnotici e sofisticati, ruvidi strumming noise-rock e ruggiti alternati a falsetti, si sono snodate le varie Tonight, Acqualast, Remember: il pubblico ha applaudito convinto, con Rover a ringraziare a più riprese. Timothée s’è dimostrato da subito decisamente a proprio agio: a qualcuno che gli ha chiesto, ad un tratto, la cover di Rock’n’roll suicide di David Bowie, ha risposto ridacchiandosela e accennando «I’m an alligator…», l’incipit di Life on Mars. Wedding bells voleva spiegarla, raccontarne l’ambientazione bellica, ma quasi subito c’ha rinunciato: dopo un divertito «who gives a shit?» s’è immerso nei suoi crucci, complice un Korg ombroso e atmosferico. Lou e Father, I can’t explain (una bonus track dal disco), pur se dolenti, brillavano di una specie tutta loro di leggerezza. Trascinanti e magnetiche anche Silver e Carry on, con la seconda, in particolare, tra i vertici espressivi della serata. Il tutto rinunciando a qualsiasi supponenza o auto-indulgenza: per tutto il set, Rover ha giocato con i cliché della rockstar, cercando Gavini ed il pubblico, sudando, sbuffando, bevendo (acqua), ma senza strafare e senza perdere mai di vista la musica.

La serata di ieri, insomma, ha mostrato tutto il potenziale di un autore maturo a discapito della sua giovane età (a proposito di “contraddizioni”) e la consistenza di brani che, seppur nati esplicitamente nel solco della tradizione “brit” (Bowie, dicevamo, è un po’ il nume tutelare), hanno muscoli, cuore e dunque vita propria. Per questo bel rebus che è Rover, insomma, una cosa è chiarissima: il futuro, che si annuncia assai ricco di soddisfazioni.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.