Rich Aucoin, micro-film in musica

Nel corso dell’ultimo decennio, la scena indie canadese ha prodotto una manciata di talenti che hanno conquistato addetti ai lavori e non grazie ad un sound raffinato, innovativo ed estremamente eterogeneo, in grado di spaziare dalla ...

Nel corso dell’ultimo decennio, la scena indie canadese ha prodotto una manciata di talenti che hanno conquistato addetti ai lavori e non grazie ad un sound raffinato, innovativo ed estremamente eterogeneo, in grado di spaziare dalla new-wave al post-rock, dall’elettronica anche più sperimentale al folk, dal punk al pop. Il 2011, con un colpo di coda, ci ha consegnato una nuova promessa del cantautorato alternative, proveniente proprio dalle fredde terre del Nord, Rich Aucoin. Il giovane musicista, con il suo primo LP, “We’re All Dying to Live”, ha sfoggiato un songwriting brillante ed articolato, contraddistinto da strutture arty e da un’eclettismo che va oltre il banale citazionismo e non sminuisce la personalità della sua proposta musicale. Un esordio con i fiocchi, insomma. Curiosi di saperne qualcosa di più, abbiamo contattato tramite mail Rich, il quale ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Dopo un paio di EP (“Personal Publication, 2007, e “Public Publication”, 2010) sei giunto, con “We’re All Dying to Live”, al tuo primo full-lenght. La cosa che colpisce immediatamente è il numero di ospiti coinvolti, ben 500 tra collaboratori e componenti di formazioni-culto della scena indie (ad esempio Becky Ninkovic degli You Say Party, Joy Ferguson degli Sloan e Olga Goreas dei The Besnard Lakes), jazzisti, musicisti classici, ma anche sconosciuti, gente con la minima esperienza musicale e persino bambini. Del resto, anche i tuoi live show sono famosi per l’alto tasso di coinvolgimento del pubblico. Da dove nasce questo approccio?

Semplicemente, ho deciso di fare in modo che ogni disco sia diverso dall’altro, dunque ho scelto di incidere quest’album con un gruppo di persone piuttosto che da solo. Ora ho imparano quanto è divertente scrivere e registrare canzoni anthemiche e corali, perciò suppongo che continuerò a scrivere pezzi come questi anche quando ne comporrò di completamente diversi per il prossimo lavoro. Non farò mai più un LP con 500 ospiti: il nuovo disco sarà composto da canzoni molto veloci, da 150 BPM ed oltre, e brevi, non più di tre minuti di durata.

Con tutta questa gente coinvolta quanto sono state complicate le session di registrazione? Hai incontrato difficoltà nel mescolare voci e suoni tanto diversi?

Assolutamente. Ci sono voluti quattro mesi per realizzare il disco. Ho viaggiato per tutto il Paese per registrare con le persone coinvolte e organizzare tutto da solo è stato decisamente stancante, per non parlare del fatto che è stato poi necessario ritornare in studio per cominciare immediatamente ad ascoltare il materiale inciso, passarlo al setaccio e cominciare la fase di mixing.

“We’re All Dying to Live”: un titolo dal sapore indubbiamente “filosofico”. Ce ne puoi spiegare il significato?

Il titolo che ho scelto è molto di più che un gioco di parole, perché il significato è ambiguo. “We’re All Dying to Live” può significare “tutti desideriamo ardentemente vivere” o, alternativamente, “tutti dobbiamo fare esperienza della morte per vivere davvero”. Volevo che le persone, leggendo il titolo e ascoltando il disco, pensassero alla loro vita e a ciò che ne stanno facendo.

La caratteristica fondamentale della tua musica è indubbiamente la varietà stilistica. Si passa con disinvoltura dalla disco-funk elettronica (Brian Wilson is A.L.I.V.E.) all’elegia pianistica (We’re All Slaves to the Two-Four), dalla dance robotica (P:U:S:H:) alla psichedelia (Dying to Live), senza dimenticare il rock (ad esempio il riff hard di 1929-1971). I riferimenti che vengono in mente sono Sufjan Stevens, Arcade Fire, Justice e Daft Punk, ma la sensazione è che ce ne siano molti altri, nascosti tra le pieghe delle partiture. Quali sono i musicisti che ti hanno influenzato di più?

I musicisti che mi hanno influenzato di più sono compositori e produttori. Brian Wilson, Ennio Morricone, Jack Nietzche, Quincy Jones, Steve Reich, Bernard Herrmann, David Byrne, Phil Spector, Brian Eno, Jean-Claude Vannier, Lucio Fulci, Arnaldo Baptista, Bernard Edwards, John Cage, Arvo Part, Isaac Hayes, Alain Goraguer, Nile Rogers, Markus Dravs, George Martin e Giorgio Moroder: sono questi i riferimenti che ho in mente la maggior parte delle volte.

Nel disco non mancano soluzioni decisamente più avant (la drone-music di Please Give This to Seymour Stein), ambientali (Watching herzog and Listening to The Idiot) o improntate al minimalismo (Living to Die). Che rapporto hai, in generale, con le avanguardie? È un’aspetto del tuo songwriting che hai intenzione di approfondire?

Amo la musica d’avanguardia. Cerco sempre di ottenere nuove sonorità, di creare arrangiamenti non convenzionali e di fondere l’avanguardia con il pop. È un percorso lungo, ma mi piacerebbe che la mia musica avesse un suono non riconoscibile e che fosse al tempo stesso accessibile ma totalmente “estranea”. In Canada ora abbiamo un sacco di grande musica d’avanguardia, per lo più proveniente dalla Constellation [un’importante indie label, N.d.R.] e da Tim Hecker, entrambi di Montreal.

Tra i brani che ci hanno impressionato maggiormente ci sono anche Undead Pt. 1: Estrangement e Undead Pt. 2: Reconciliation, in cui confluiscono aromi post-punk e fiati morriconiani. Dicci qualcosa sulla loro genesi.

Entrambe formano un’unica canzone sul tema della riconciliazione dopo una separazione. Ho avuto la fortuna di cantare la canzone con una mia ex fidanzata, e quel call-and-response all’inizio spiega le ragioni della rottura. Ad ogni modo, è molto più che un pezzo su una relazione, e io volevo che fosse una canzone per chiunque ha lasciato andare qualcuno e avverte il rimpianto di non avere più quella persona nella sua vita. Musicalmente, rispetto a quanto tu hai scritto, posso solo aggiungere che è stato grandioso registrare questo pezzo con così tanti strumentisti diversi.

Nonostante l’eclettismo, l’album suona stilisticamente assai coerente e scorre come una sorta di flusso di suoni e parole ben amalgamati. Mai pensato, data questa tua capacità, di realizzare un concept album vero e proprio o magari una rock-opera?

Questo e i miei precedenti dischi in un certo senso sono concept album, nel senso che si tratta di album percorsi da un tema: vita e amore. Alla fine, credo che potrei realizzare un disco con una storyline. Oppure fare film che fossero dischi e film al tempo stesso…

Il disco è accompagnato da una sorta di lungometraggio, un video costituito assemblando quaranta spezzoni di film di pubblico dominio. Nei tuoi primi live, durante le performance proiettavi How the Grinch Stole Christmas (fino a che non è arrivata una diffida dei legali del dr. Seuss). Lo stesso EP “Personal Publication” era stato scritto pensando di realizzare una sorta di mash-up con il film. Quant’è importante il rapporto tra musica ed immagini per te?

Il mio rapporto con le immagini è lo stesso che c’è tra un compositore di colonne sonore e un film: la differenza è che io scrivo pop song, non soundtrack. Ho guardato How the Grinch Stole Christmas cento volte prima di scrivere il mio primo disco, sincronizzato con la pellicola allo stesso modo in cui “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd è in sync con Il mago di Oz. Ho provato a fare lo stesso con questo disco, ma non c’è stato un film in particolare che coincidesse con la storia che cercavo di raccontare, così ho preso tutti i film che ho guardato e li ho cuciti assieme, in modo da formarne uno nuovo. Ho scelto queste pellicole anche perché sono di pubblico dominio, in modo da evitare altre beghe legali!

Negli ultimi anni, la scena canadese ha prodotto nomi eccellenti, che si sono imposti all’attenzione di pubblico e critica per un sound decisamente originale. Un fenomeno interessante, soprattutto considerando che negli anni ’80 e ’90 la tua terra non aveva prodotto tante novità…

In effetti il Canada ha acquisito sempre più riconoscimenti internazionali grazie ai suoi talenti. Band come Sloan, Arcade Fire, Broken Social Scene, The Weakerthans, Feist e Godspeed You! Black Emperor hanno esercitato una notevole influenza su di me.

Il mercato discografico, si sa, non naviga in ottime acque. Soprattutto le major appaiono in difficoltà. I segnali però, sono contrastanti: da un lato, prolifera il download (spesso illegale) e dall’altro si registra un aumento della vendita di vinili. Sembra proprio che il supporto fisico non voglia morire. Da musicista, che opinione ti sei fatto circa lo stato attuale dell’industria e le nuove modalità di diffusione digitali dei brani?

Stiamo certamente attraversando un periodo di cambiamento del sistema delle major. Ogni vecchio modo di fare musica viene ripensato o gettato via, in favore di nuove modalità che s’affacciano continuamente. Qualcosa presto scatterà e quello sarà il nuovo modo in cui si farà musica, ma nel frattempo è davvero divertente vedere il business e gli artisti diventare così creativi nel tentativo di immaginare forme nuove di diffusione dei loro prodotti. Comunque, alla fine della giornata tutti riescono ancora a pagare i propri conti.

Torniamo alla tua musica. C’è qualche artista in circolazione con cui non hai lavorato e con cui ti piacerebbe collaborare?

Brian Wilson. No, seriamente, qualcosa di più realistico: Tim Hecker.

E per quanto riguarda il tour? Per il momento sono in programma solo date in Canada e USA. Prevedi di venire a suonare anche in Europa, magari in Italia?

Suonerò in Inghilterra, Germania, Francia, Olanda e forse in Islanda, a maggio o giugno. Al momento, non è prevista alcuna data in Italia, ma vorrei davvero esibirmi nel vostro Paese. Perciò se c’è qualche promoter italiano che ci sta leggendo, per favore mi contatti sul mio sito, www.richaucoin.ca!

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.