Skiantos – Kinotto

VOTO 8.0
L’inizio di Kinotto, il secondo album degli Skiantos, è tutto un programma. Una chitarra che guida un lento che ammicca a Tenco, pausa, e poi: «Mi piaccion le sbarbine / Non posso farci niente / mi sento deficiente / lo ...

L’inizio di Kinotto, il secondo album degli Skiantos, è tutto un programma. Una chitarra che guida un lento che ammicca a Tenco, pausa, e poi: «Mi piaccion le sbarbine / Non posso farci niente / mi sento deficiente / lo so che non conviene / ma poi chi si trattiene», e via con una melodia che storpia il beat italiano degli anni ’60, quello dei capelloni emigrati dall’Inghilterra o che fingevano un accento inglese.

Freak Antoni all’epoca guidava una pattuglia di guastatori culturali – del resto, era quella o no la missione del punk, irridere fino a distruggere? Gli Skiantos la portarono alle estreme conseguenze. Furono i primi in Italia: nel 1977 avevano esordito con un disco dal titolo programmatico (Inascoltabile) e un anno dopo erano usciti con un altro LP anche questo rivelatorio sin dal nome (Monotono). Nel 1979, il vento della new wave arrivò anche a Bologna, ed allora ecco Kinotto. In realtà, di esterofilo nella formula musicale della band c’era poco, una parentela superficiale.

(Gli Skiantos negli anni ’70)

Gli Skiantos miravano al cuore della canzonetta italiana e la seppellivano a colpi di sberleffi, erano i figli malati del Futurismo e del Boom, animati da una cupa rabbia antisistema che si esprimeva in gag tra il demenziale e il dadaista per sublimare il senso di impotenza. «La mia vita è nella fretta / la mia strada si è ristretta / la mia casa è una cantina / la mia vita è in officina», canta Freak Antoni in Gelati. L’unica via di fuga (illusoria) dall’alienazione industriale è una piccola soddisfazione che nasce dal consumo, come per il Kinotto da bere «senza posa». La forza degli Skiantos è che tutto questo lo dicono senza salire in cattedra, senza pistolotti retorici.

Al di là del riso, Non ti sopporto più (perfetta combinazione di riff hard rock di chitarra e interpretazione sguaiata) e Ti rullo di kartoni (che guarda oltremanica) celano a stendo una furia che si libera, ugualmente sterile, nell’inno menefreghista di Kakkole. Nichilismo e solitudine si affacciano nel surf punk volgare di Se mi ami amami («all’amore non credo / vivo senza uno scopo»). Freezer, più funky, continua sulla stessa falsa riga, tra rime stupide («io non sento più amore / non sopporto il dolore / mi fa schifo il tuo sudore») e ammissioni tra lo squallido e il disperato («mi faccio sempre le seghe / tutte le notti e anche di giorno / nella vasca da bagno»).

Checché ne dica Sono buono, questa musica il «giusto tono» non lo trova mai, volutamente: Tu sei bellissima vorrebbe essere una canzone d’amore, ma scivola in una parodia del romanticismo di Tenco, Bindi & co., ridicolizzato nel nonsense («io voglio un figlio da te / tutto bello e grassoccio / e tu lo sai / che domani è domenica»). La risata è il vero antidoto, la pernacchia, la risata è il rock (Il rock ti dà lo shock): questo Freak Antoni l’ha saputo fino all’ultimo, ed anche ora che non c’è più, continuerà a dare fastidio a molti. Per fortuna. 

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.