Nirvana – In utero

VOTO 8.5
L’elettricità degli anni ’90, la loro disperazione magmatica, fatta di vuoto esistenziale e malinconia sotto metadone: In utero è il compendio dirompente di un evo nichilista, spietato, e della sua filiazione, quella ...

L’elettricità degli anni ’90, la loro disperazione magmatica, fatta di vuoto esistenziale e malinconia sotto metadone: In utero è il compendio dirompente di un evo nichilista, spietato, e della sua filiazione, quella “Generazione X” che proprio non riusciva a raccapezzarsi. Nella sua rappresentazione di un microcosmo di solitudine e degrado, il terzo disco dei Nirvana è persino più efficace del predecessore, Nevermind (1991): perché se il fascino che emana è meno iconico, la sua potenza è più subdola, si insinua sottopelle e cresce, pulsante come un dolore inestirpabile. A Kurt Cobain, Nevermind non piaceva: troppo levigato, troppo “piatto”, per via della produzione di Butch Vig – del resto, quello era l’album del passaggio ad una major (da Sub Pop a Geffen). L’obiettivo, per il nuovo lavoro, era quello di recuperare la brutale sincerità dell’esordio (Bleach, 1989), senza rinunciare al retrogusto pop-“esploso” di Nevermind.

L’uomo giusto per l’operazione è Steve Albini, già produttore di Surfer Rosa dei Pixies e Pod dei Breeders (due dei dischi preferiti di Cobain). Nascono così dodici tracce vibranti, a base di fuzz e feedback, cariche di una tensione che non conosce il balsamo della catarsi. Cobain rantola distaccato in Serve the servants «Teenage angst has paid off well / Now I’m bored and old», inaugurando un rituale di auto-flagellazione lungo quarantuno minuti, intriso di solitudine, oscuro senso di colpa, immagini di malattia e morte. Un’anedonia totalizzante vanifica ogni slancio: l’elettricità ipertrofica dei refrain di Heart-shaped box e Pennyroyal tea, la foga animalesca di Scentless apprentice (ispirata a Il profumo di Süskind) e soprattutto di Tourette’s, sembrano quasi dissociate, singulti meccanici di un corpo in lento disfacimento. La dialettica tra melodismo pop, intimismo cantautorale e radicalismo “alternative” percorre tutto l’album: il gioco di anacronismi, che mescola i Beatles, Neil Young e il rock psichedelico dei ’60 (Dumb, All apologies) con la più recente estetica post-hardcore/metal (Milk it, Scentless apprentice), fatica a trovare una sintesi ben definita. Tutto In utero, insomma, è un grosso punto interrogativo, la rappresentazione di un Io (musicale, in primis) scisso, con la “riedizione” di Smells like teen spirit inscenata da Rape me ad accrescere il senso di confusione, di disagio.

I deliri di Cobain scandagliano gli stadi terminali dell’esistenza, si caricano di presagi oscuri: «what else should I be?», «what else could I say?», «what else could I write?», si domanda il cantante in All apologies. In utero è il disco della crisi arrivata al suo punto di non-ritorno, stilizzata da quel colpo di fucile che, il 5 aprile 1994, scriverà l’epitaffio del “grunge” e segnerà in modo inelebile i “terribili” anni ’90.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.