Nick Drake – Pink moon

VOTO 9.0
Il 25 novembre 1974 si spegneva Nick Drake. Da allora, il songwriter inglese è un punto di riferimento per generazioni intere di musicisti, anche grazie a un disco come "Pink moon".

Non aveva l’iconicità di Bob Dylan, Nick Drake, né la sua verve polemica: tuttavia, il musicista inglese, in soli ventisei anni di vita e con tre dischi, è riuscito a lasciare un segno indelebile in generazioni intere di songwriter (vedi il “new acoustic movement” dei ’90). Tra i suoi lavori, Pink moon (1972) è il più celebrato, il più applaudito: sicuramente il fatto di averlo realizzato due anni prima della prematura scomparsa ha giovato all’alone di leggenda che lo circonda.

Non c’è solo questo, però. Le undici tracce che compongono il disco posseggono una forza spaventosa, tanto più sconcertante se si pensa alla naturale anti-spettacolarità che le contraddistingue. Gli arrangiamenti (chitarra acustica e qualche spruzzata di piano), la voce anemica di Drake, le liriche cripiche, ridotte all’osso, le melodie gentili, mutuate dalla tradizione del folk britannico: tutto concorre ad affrescare uno scenario di solitudine, dolore e sconfitta. Sin dalle prime battute, il sentimento prevalente è quello dell’inevitabilità: un fatalismo naïf ammanta la terribile profezia di Pink moon («Pink moon is on its way / And none of you stand so tall / pink moon gonna get ye all»), malgrado la pacatezza delle trame di chitarra e pianoforte.

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Lo smarrimento si condensa alla perfezione in Place to be, uno dei picchi del disco, invocazione sonnambula di un’anima alla ricerca del proprio posto nel mondo. Malgrado il tratto visionario della scrittura, anche nei momenti più sinistri (Things behind the sun, Parasite), più che la paranoia è la sconsolatezza ad emergere prepotente, affidata soprattutto a quel filo di voce, appena un sussurro, con cui Drake dà vita ai suoi testi, al limite dell’epigrammatico (Road, Know, Harvest breed).

Non c’è il calore del sentimento a riscaldare Pink moon: la narrazione e i rintocchi di chitarra suonano distanti, eppure è proprio questo distacco ad accentuare la commozione. Che diventa insopportabile in From the morning, posta in chiusura di disco, che inevitabilmente assume il sapore di un addio.

Dismessi i lussureggianti arrangiamenti orchestrali di Robert Kirby, che avevano impreziosito i precedenti Five leaves left (1969) e Bryter layter (1970), in Pink moon Drake vaga solitario alla periferia di un’esistenza ormai prosciugata di ogni slancio: non cerca una spiegazione per la catastrofe incombente, si limita a dar voce alle visioni spettrali che gli affollano la mente. Che lo si voglia considerare un testamento o no (non è chiaro, in effetti, se i troppi barbiturici furono voluti o un tragico errore), Pink moon è certamente un disco di rara e preziosa bellezza, ancora ineguagliato nella sua sublime economia di mezzi, nel suo tragico candore.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.