Motörhead – Bad magic

VOTO 7.0
Se il mito del bluesman è la dannazione eterna, quello del rocker è l’eterna giovinezza. Prendete Mick Jagger e Keith Richards: ultrasettantenni con più voglie che capelli in testa, che ancora saltano da un palco all’altro ai quattro ...

Se il mito del bluesman è la dannazione eterna, quello del rocker è l’eterna giovinezza. Prendete Mick Jagger e Keith Richards: ultrasettantenni con più voglie che capelli in testa, che ancora saltano da un palco all’altro ai quattro angoli del mondo. Magari nell’intimità delle loro megaville da rocker trascorrono il tempo libero con aerosol ed esercizi per l’artrosi, ma l’immagine che vendono (e nel rock l’immagine è tutto) è quella di satiri moderni, businessman col cuore ribelle e l’energia di chi ha appena venduto l’anima al diavolo. Ve l’immaginate un Robert Johnson così?

Il buon Lemmy, voce rochissima del punk metal britannico con i suoi Motörhead, è uno di quei casi in cui il mito dell’indistruttibilità va a farsi benedire. Vent’anni fa sfondava muri, schivava pallottole e sopravviveva alla sedia elettrica nel video di Killed by death, oggi non riesce a respirare se suona troppo in alto. Fisiologia del corpo a 70 anni suonati, niente di anormale. Ma il rock è così, guai a fare cilecca, rischi di decadere dall’Olimpo e farsi sorpassare da qualche moccioso con barba da boscaiolo e jeans sdruciti ad arte. Fortuna che ancora ci sono i dischi. Bad magic ha il tocco classico della band, composto com’è da una manciata di brani tiratissimi tra metal, punk e blues. Lo stesso repertorio che i Motörhead eseguono da almeno trent’anni, ma fatto bene, divertente.


Un modo come un altro per illudersi che il tempo non scorre, insomma. Le chitarre duellanti (come nella migliore tradizione british) di Teach them how to bleed, il trascinante call and response di Shoot out all of your lights, il rock and roll delinquenziale di Victory or die, Electricity e Tell me who to kill magari non offrono molti argomenti di conversazione, imperniati come solo su riff, melodie e strutture sentite milioni di volte, ma cavolo se strappano dei brividi. Lemmy abbandona i suoi fraseggi di basso tellurici e il cantato growl (vedi Choking on your screams) e si scopre fragile nella power ballad Til the end. E’ l’unica concessione alla senilità di un disco che, altrimenti, suona possente e compatto come i migliori lavori della band. Bad magic è insomma il rito che ci voleva per riportare in vita un gruppo che, nel bene e nel male, ha segnato la storia del rock. Visto dallo studio di registrazione, per i Motörhead l’Olimpo è ancora a portata di mano.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.