Joy Division – Closer

Joy Division - Closer: la recensione nel giorno dell'anniversario del suicidio di Ian Curtis (18 maggio 1980).

Closer dei Joy Division è il disco dell’accettazione. Accettazione del fallimento, della sconfitta; accettazione dell’idea dell’inutilità della lotta, perché la morte non vince, ha già vinto. In tal senso, il suicidio del cantante-paroliere Ian Curtis, qualche mese prima dell’uscita dell’album, è la logica prosecuzione con altri mezzi, assai più crudeli, di una poetica che alla speranza non ha mai ceduto nemmeno un millimetro.

La differenza rispetto al primo album dei Joy Division, Unknown pleasures (1979), è una questione di sfumature, ma di quelle fondamentali: se lo smarrimento è la cifra emotiva dell’esordio, la rassegnazione lo è del secondo capitolo. Closer è il canto funebre che Curtis intona a se stesso. E, per inciso, anche uno dei capolavori assoluti del rock, capace tanto di stendere un ponte tra malessere personale e calvario generazionale (la “Blank Generation” e i suoi rituali di autoflagellazione), quanto di congiungere in un abbraccio brumoso e fosco (come la produzione di Martin Hannett) due estetiche, quella (post)punk e quella synth-pop, che da lì a poco avrebbe avocato a se tutto il proscenio.

Ian Curtis anniversario morte suicidio - recensione "Closer" Joy Division
Ian Curtis: il suo suicidio avvenne il 18 maggio 1980. “Closer” dei Joy Division uscì qualche mese dopo.

«This is the way, step inside» invita il frontman dei Joy Division, novello Virgilio, nell’opener Atrocity exhibition, e l’ascoltatore non può fare a meno di seguirlo, pur sapendo che il viaggio sarà tutt’altro che lieve. Il drumming tribale di Morris e il basso di Hook creano un incanto ipnotico che solo le devastazioni noisy (ottenute dal batterista con un pedale fuzz) riescono a spezzare. Il canto distaccato e composto di Curtis, inebetito dai tranquillanti che assumeva contro le sempre più frequenti crisi epilettiche, accresce la sensazione di trovarsi nel mezzo di un incubo terrificante. Isolation, con le sue cadenze robotiche, sceglie la via del danzabile sintetico, anticipando quasi l’esperienza dei New Order. Battito secco, bassi pulsanti e incursioni chitarristiche dipingono la scenografia deprimente di Passover, seguita a ruota dall’ossessivo pattern ritmico di Colony: i riferimenti religiosi contenuti in entrambe (le “strade tracciate per noi da Dio”, la sua “saggezza”) sottolineano come Curtis abbia in qualche modo sublimato il proprio dolore, innalzandolo ad un livello superiore.

Joy Division sulla Bottega di Hamlin – This is the Way, Step Inside: la storia dei Joy Division

Gotica e solenne, Means to an end decelera fino a spegnersi lentamente: l’essenzialità mesmerizzante della sezione ritmica dei Joy Division fornirà più di uno spunto ai Sisters of Mercy di Lucretia my reflection. Heart and soul gioca con una batteria scattante e marziale, elucubrazioni di basso, iterazioni di sei corde e folate di synth per imbastire una texture ipnotica su cui Curtis quasi sussurra le parole, in un registro narcolettico. Twenty four hours alterna un deliquio oscuro ad un hard-rock marziale: «Looked beyond the day in hand, there’s nothing there at all», recita il testo. E infatti siamo all’epilogo: il salmo dall’incedere spossato di The eternal e il balletto androide di Decades, impreziosita da superbe aperture melodiche, intonano lo struggente addio.

Non c’è un momento debole in Closer. Tutto è perfettamente cesellato, ogni nota, ogni suono, e concorre alla costruzione di uno dei più tragici e vividi affreschi di sofferenza che la musica rock abbia mai conosciuto, tanto più insopportabile e straziante proprio perché predilige i toni sfumati ai contrasti violenti, l’orazione sommessa all’arringa rabbiosa, il gemito rassegnato all’urlo angoscioso. Compendio dello Zeitgeist di un’intera epoca e insieme diario di un martirio spaventoso, il disco avrà un’influenza incalcolabile sulle generazioni successive e colloca i Joy Division nell’Olimpo dei grandi di sempre.

Ascolta Closer dei Joy Division:

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.