Goat – World music

VOTO 8.0
Diciamoci la verità: il disco psichedelico dell’anno ce l’aspettavamo dai Tame Impala. Gli australiani, però, ci hanno deluso, si sono mostrati più prevedibili di quanto non pensassimo, forse ancora troppo infantili per poter giocare ...

Diciamoci la verità: il disco psichedelico dell’anno ce l’aspettavamo dai Tame Impala. Gli australiani, però, ci hanno deluso, si sono mostrati più prevedibili di quanto non pensassimo, forse ancora troppo infantili per poter giocare nella serie A del rock. Ma ecco che, quando proprio disperavamo di poter soddisfare il nostro appetito di cose visionarie & acide (gli aromi di Lonerism ci avevano fatto venire un’acquolina in bocca che il suo assaggio non aveva del tutto placato), da un villaggio della Svezia in odor di maledizione voodoo arrivano i Goat con la loro World music. E, zitti zitti, ci consegnano uno degli album migliori del 2012.

Fermiamoci un attimo. Svezia. Voodoo. Psichedelia, ma anche Afro-beat, krautrock, progressive e via discorrendo. Con coordinate così, direte voi, chissà che pasticcio sarà venuto fuori. Invece no: World music, pur nell’inevitabile ricchezza grammatical-sintattica, ha dalla sua un’invidiabile scorrevolezza. Sembra tutto facile qui: eppure intrecciare in modo fresco e, perché no, originale, Can, Funkadelic, Fela Kuti e Genesis mica è robetta da niente. Il formato prescelto dalle nove tracce del disco è quello della jam selvaggia, condotta a suon di tam tam guerreschi e chitarre ipersature, impegnate in iterazioni ipnotiche o fluidi cambi di tempo; il clima è quello teso, arcano, dei cerimoniali esoterici, in ossequio alla leggenda per cui gli abitanti del villaggio di provenienza della band, Korpolombolo, furono iniziati da una strega, secoli fa, ai misteri del voodoo. Inevitabilmente il mix sa di anni ’60, quelli più oscuri e misticheggianti, ma senza stereotipi: l’energia che fluisce da Goatman è genuina, di quella che neppure il peggior impianto stereo o l’mp3 più plasticoso riuscirebbero ad imbrigliare. Le chitarre strillano (Goathead) ma, complice una sezione ritmica subdolamente duttile, non dimenticano il groove funky (Disco fever e Let it bleed, con fantastica comparsata di un sax jazzy). Per contro, la litania gelida di Goatlord testimonia il tratto più austero delle loro invocazioni pagane. La rotta, però, si mantiene coerente: sul finale ci pensa Det som aldrig förändras («In modo che non cambi mai») a chiudere il cerchio, scodellando un crescendo epico, avvolto da un fraseggio sinuoso di organo doorsiano, che si riallaccia all’opener Diarabi.

Ecco, è proprio in questa capacità dei Goat di far quadrare i conti, cucendo assieme in una trama credibile spunti eterogenei, che sta la forza del loro debutto. La “world music”, qui, non è, banalmente, la musica etnica intesa come genere (alla moda), ma proprio la musica del mondo, il suo respiro vitale in note, affascinante e infinito. Un disco che è un viaggio nei recessi più profondi dell’Inesplicabile.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.