Ed Harcourt – Time of dust

VOTO 7.0
Era un giovane di belle speranze, Ed Harcourt, quando, nel 2001, pubblico il primo album, Here be monsters. Alle spalle aveva un ottimo EP, Maplewood, licenziato l’anno prima, tra le mani un presente ricco di canzoni di classe, tra Jeff ...

Era un giovane di belle speranze, Ed Harcourt, quando, nel 2001, pubblico il primo album, Here be monsters. Alle spalle aveva un ottimo EP, Maplewood, licenziato l’anno prima, tra le mani un presente ricco di canzoni di classe, tra Jeff Buckley e gli Sparklehorse, e davanti un futuro da guastatore dei canoni del brit pop. E invece, il songwriter di Lewes la missione non l’ha portata a termine. Dopo From every sphere (2003) qualcosa s’è inceppato, ed Harcourt s’è forse un po’ perso, certamente non ha dispiegato fino in fondo il suo potenziale.

Questo mini album, Time of dust, per certi versi non scioglie completamente tutti i dubbi, per altri recupera un discorso più originale rispetto alle ultime prove. Da un lato, c’è un songwriting sicuramente non banale, fatto di raffinati tocchi pianistici e drum machine pronunciate, condito da trovate armoniche intriganti; dall’altro, però, mano a mano che si affonda nell’invitante abbraccio mortifero dei brani, a cominciare da Come into my dreamland, quasi si rimpiange la bella spensieratezza di gioiellini come Apple of my eye e She fell into my arms.

Time of dust il suo autore l’ha definito «an album of evil songs», ed in effetti sono molteplici le “cattive vibrazioni” (del resto, produce Flood). Sebbene il materiale complessivamente sia meno entusiasmante di quanto non sarebbe potuto essere, il fascino e l’abilità di Harcourt sono indiscussi. The saddest orchestra (it only plays for you) ha il pathos di un Bono, ma declinato verso il basso, verso l’oscurità, piuttosto che verso l’alto, il domani. La title track ha dei ricami elegantissimi di trombe mariachi, beat militareschi, piano e chitarre distorte (per non parlare delle campane che rintoccano a morto).

We all went down with the ship ha dentro di sé due, tre, forse anche quattro canzoni: soprattutto, ha un refrain che si libra arioso e richiama alla memoria, per un istante, il calore di cui Harcourt era capace ai bei tempi. Parliament of rooks si avvita oscura, ossessiva, sfocia in un finale esplosivo, a base di voci fantasma che si rincorrono e un piano sommerso via via dalla batteria.

Love is a minor key è più pacata, crepuscolare: l’amore è una chiave minore, spiega Harcourt, e forse è il segreto di questo disco. Piccolo per il minutaggio e la cura certosina, da artigiano, con cui è assemblato, umbratile, magari non freschissimo come i vecchi tempi e certamente meno dirompente di come avrebbe potuto essere, ma a tratti brillante, intelligente come poche cose “pop” in circolazione. Il prossimo LP di Harcourt potrebbe essere una bomba o una delusione terribile: l’unica certezza è che il cuore ci sarà sempre.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.