Depeche Mode – Music for the masses

VOTO 8.5
Music for the masses: titolo facile, limpido, programmatico. I Depeche Mode “spettacolari” lo sono stati sempre, ma qui fanno un passo avanti: puntano ai grandi spazi, fisici e di audience. La band riduce (ulteriormente) la ...

Music for the masses: titolo facile, limpido, programmatico. I Depeche Mode “spettacolari” lo sono stati sempre, ma qui fanno un passo avanti: puntano ai grandi spazi, fisici e di audience. La band riduce (ulteriormente) la componente “electro” dei brani, si concentra più sul sound d’insieme che non sui singoli e accresce le inflessioni rock: risultato, un grande successo commerciale (in primis negli USA, sino a quel momento avari di soddisfazioni), preludio di un tour colossale e, soprattutto, di quella consacrazione che arriverà tre anni dopo con Violator.

Attitudine rock: non è tanto il lavoro sul sound (anche se, ad esempio, Gore e Wilder riducono l’uso di campionamenti). È piuttosto una questione di strutture, di riff blueseggianti e ritornelli che si librano grandiosi (Never let me down again), ma soprattutto di impatto: Nothing prende a prestito cadenze e melodie dai Duran Duran, ma le trasfigura in chiave più minacciosa, dark e, soprattutto, matura. Strangelove è un altro classico: il beat da dancehall che spacca le ossa, il cantato veemente di Gahan, le trame di tastiere, definiscono efficacemente uno scenario conteso tra dannazione e desiderio di purezza, tra peccato e redenzione. E non a caso, Sacred è il titolo della traccia successiva, ma la sacralità in questione è assai problematica (“There’s no doubt / I’m one of the devout / Trying to sell the story / Of love’s eternal glory”). I want you now (canta Gore), per contro, si immerge nel magma di sospiri e fuochi di un desiderio febbrile, che si scontra sempre con la sensazione opprimente di una fine imminente. E questo fatalismo anima anche la cinematica Behind the wheel: cadenze metronomiche, flauti inquieti e versi come “You’re behind the wheel / I’m in the hands of fate” definiscono una trama noir di rara vividezza. Pimpf, invece, riprende le suggestioni classicheggianti di Sacred e compie una riuscitissima escursione tra pianoforti minimalisti-romantici e canti gregoriani.

In Music for the masses, insomma, ci sono declinati tutti i topos e le ossessioni di Martin Gore e, più in generale, dell’arte dei Depeche Mode. Che si nutre, in effetti, di contrasti: il sound ricco ma asciutto, finemente cesellato ed elettronico, e l’anima rock-blues che affiora prepotente; il digitale e l’analogico; la purezza e il desiderio, anche nella contrapposizione/armonia tra le voci di Gahan e Gore (maschia e scafata la prima, quasi asessuata la seconda). La novità è che, pur se in un modo ai limiti dell’intelligibile rispetto a Black celebration (1986), Music for the masses è persino più avanguardistico nel suo sperimentare con la forma-ballata, piegandola ad una poetica che non sembra avere riferimenti immediati sulla scena musicale. In una parola, unico.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.