David Bowie – The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

VOTO 9.0
The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars non è il disco migliore di David Bowie, ma è certamente uno dei più significativi, vera e propria pietra angolare della musica pop. Sulle sue partiture hanno studiato praticamente ...

The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars non è il disco migliore di David Bowie, ma è certamente uno dei più significativi, vera e propria pietra angolare della musica pop. Sulle sue partiture hanno studiato praticamente tutti: glam rocker, punk rocker, sperimentatori, brit rocker. Perché Ziggy Stardust è un mirabile crocevia di alto e basso, kitsch e avanguardia, che afferma il primato del pop come arte onnivora e postmoderna.

Marc Bolan, Andy Warhol, Iggy Pop, Lou Reed, il “camp”, il kabuki, la fantascienza di “serie b”: Bowie vi attinse a piene mani per dar vita ad un universo variopinto, un po’ profetico e un po’ autocelebrativo, ma sempre ironico. Dai testi delle canzoni non emerge una vera e propria trama: questa, semmai, la si ricostruisce con le dichiarazioni a posteriori di Bowie. Ziggy, come spiegato in un’intervista del 1973 a Rolling Stone, è un ragazzo che, mentre il mondo è al collasso (Five years), grazie alla sua radio sintonizzata su una stazione di rock’n’roll intercetta un alieno (Starman). Da lì inizia la sua storia: si trasforma in una rockstar, raggiunge la vetta, poi si uccide, diventando un “rock’n’ roll suicide”, un “suicida del rock’n’roll”.

Una parabola di santificazione e autoconsunzione, in cui s’intrecciano i fantasmi delle tante rockstar prematuramente scomparse (Jim Morrison, per esempio) ma anche di quelle figure più ai margini, come Legendary Stardust Cowboy e Vince Taylor (l’“Elvis francese”), che non avevano né il rock né la stardom, solo follia e istinto autodistruttivo.

Ziggy Stardust è una riflessione sul concetto di artista, di entertainer, sul rapporto tra il rocker e il pubblico, e dunque una speculazione semiseria sul divismo. Non solo: è anche uno straordinario bignami di spunti musicali, narrativi e visivi. Del resto, l’apparato iconico di Ziggy, con costumi, parrucche, make-up, è talmente sviluppato che se lo Stardust del nome viene dal succitato Legendary Cowboy, Ziggy è invece preso dall’insegna di un sarto. Orchestrale (Five years), chitarristica (Moonage daydream, Suffragette city), teatrale (Starman), languida (Lady stardust, che segna il trait d’union con il precedente album, Hunky dory), decadente (Rock’n’roll suicide): la musica non può essere scissa dalle parole e, soprattutto, dalla messiscena roboante e kitsch di Ziggy Stardust. L’artista si trasforma in personaggio, in maschera, e il rock in teatro. Necessariamente finto, ma non per questo più bugiardo di altri. O meno sublime.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.