Broken Social Scene – You forgot it in people

VOTO 8.0
E poi, quando meno te l’aspetti, arriva la svolta. Rapida, improvvisa. Eppure non sgradevole, anzi. A ripensarci bene, col senno di poi, tutto ti sembra logico: doveva andare così, era “necessario” che andasse così. Prendiamo i ...

E poi, quando meno te l’aspetti, arriva la svolta. Rapida, improvvisa. Eppure non sgradevole, anzi. A ripensarci bene, col senno di poi, tutto ti sembra logico: doveva andare così, era “necessario” che andasse così. Prendiamo i Broken Social Scene di You forgot it in people: sono indubbiamente diversi da quelli di Feel good lost. Dismesse le suggestioni ambient, il collettivo capitanato da Kevin Drew e Brendan Canning stavolta si concentra maggiormente sulla forma canzone e la componente indie rock del proprio sound. Non è però un’abiura, una cessione alla tirannia del gusto imperante: solo un modo diverso di esplorare i confini della propria poetica. Che, dalla sfida, esce rinvigorita nella sua forza espressiva.

In questo secondo album, i canadesi stordiscono e disorientano a più riprese con cambi di tempo e intermezzi stranianti, sperimentando alchimie che tagliano trasversalmente pop, folk, elettronica e, appunto, rock. Stars and son è la loro prima, vera ballata (Capture the flag e Kc accidental sono due strumentali, uno ambient, l’altro post-punk), ma tra ipnosi ritmiche e distorsioni, certo non la si può definire proprio “giusta”. Proseguendo sul fronte uptempo, Almost crimes sta tra garage e noise, mentre Cause = time si colloca nella scia dei Dinosaur Jr., il tutto senza rinunciare a piazzare qui un sax e là dei synth sporchi – molto più che bizzarrie adoperate a mo’ di sterili marchi di fabbrica, piuttosto tasselli di un discorso personale, di un songwriting che, anche sul piano lirico (vedi I’m still your fag), cerca e trova spazio tra i cliché di genere. E a proposito, Looks just like the sun e Shampoo suicide stimolano i sensi con aromi latin, ma se la prima, pur in un’intelaiatura acustica, non rinuncia a un sottofondo di ruggini elettriche, la seconda riesce nell’impresa di passare da Santana ai Sigur Rós senza colpo ferire. Altro bell’esempio di contrasti è Anthems for a seventeen-year old girl, una delicata nenia folk sospita da un mix di banjo, piano ed archi ma intonata da Emily Haines con voce manipolata ai limiti dell’umano. Lover’s spit, passionale e dimessa, un po’ Bono un po’ Jeff Buckley, è invece il picco emotivo del disco.

You forgot it in people termina com’era cominciato, con uno strumentale, Pitter patter goes my heart, dal gusto neoclassico. È un bel suggello ad un’altra brillante avventura targata Broken Social Scene, probabilmente il prototipo e la summa (in positivo) dell’indie rock odierno.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.