Björk – Vulnicura

VOTO 6.0
L’ottavo album di Björk è la cronaca della dissoluzione di un amore, quello della musicista islandese con l’artista americano Matthew Barney.

Tralasciamo la faccenda del leak: oggi, se non ti rubano il disco e te lo mettono online prima del tempo, non sei nessuno. Tralasciamo anche i collaboratori alla moda (Alejandro “Arca” Ghersi e Bobby “Haxan Cloak” Krlic), ché se ti leakano vuol dire che sei qualcuno e se sei qualcuno le ospitate di grido sono scontate. Per parlare di Vulnicura occorre partire dai testi, molto meno metaforici e più diretti che in passato.

L’ottavo album di Björk è la cronaca della dissoluzione di un amore, quello della musicista islandese con l’artista americano Matthew Barney. Qualche mese fa, nell’annunciare la release dell’album (in origine previsto per marzo), Björk descriveva su Facebook il disco come «un album più tradizionale rispetto a Biophilia per quanto riguarda songwriting. Parla di ciò che potrebbe accadere a una persona alla fine di una relazione. Si parla di dialoghi che possiamo avere in le nostre teste e nei nostri cuori e dei processi di guarigione». “Vulnicura”, appunto, ovvero un’unione di “vulnus” (ferita) e “cura”.

vulnicura

E qual è la ricetta di Björk per guarire dalle ferite del cuore? Un tappeto di beat sintetici, che spaziano dalla drum’n’bass al glitch, su cui si innestano gli archi, ora delicati ora melodrammatici. E ovviamente la voce, che riempie, spazia, detta il tempo e l’emozione. Le melodie sono frastagliate, senza appigli; le parole dure, decisamente più “terrestri” rispetto a quelle del precedente album, Biophilia. «Family was always our sacred mutual mission / Which you abandoned»: è solo una delle accuse contenute nei dieci minuti di Black lake, che pulsa dolente come un corpo che si scopre indifeso («My shield is gone / My protection is taken»).

Malgrado l’esigenza documentaristica («I better document this», canta in Stonemilker), Björk non rinuncia a connettere il suo travaglio personale con l’universo e i moti degli atomi (Atom dance). Meno brava è a tenere desta l’attenzione: con l’eccezione di Stonemilker e Lionsong, le melodie sono troppo evanescenti. È evidente come, a questo punto della sua carriera, per la 50enne artista islandese siano i pezzi come Family (un gelido melodramma che rappresenta il nadir emotivo del disco) o la glitchy Mouth mantra a costituire il veicolo espressivo privilegiato.

Fossero singole pièce, sarebbero pure avvincenti. Il punto è che questi pezzi, inseriti in un disco lungo un’ora, finiscono con l’annoiare. Vocalmente, poi, Björk è ormai tutto meno che sorprendente: quel suo modo di dilatare le parole, di trascinarle, rallentando i giri e sospendendo l’atmosfera, a tratti riesce persino irritante.

Vulnicura, insomma, più che una guarigione è ancora una convalescenza. E alla fine il leak, che ha scompaginato le carte e fatto saltare i piani, rappresenta la cosa più eccitante che l’album abbia portato con sé. Benedetti hacker.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.