Radiohead, i rocker del terzo millennio

Probabilmente nessuno, dopo l’uscita di “Pablo Honey” (1993), pensava che i Radiohead avrebbero fatto strada. Certo, quel disco conteneva Creep, brano ben presto assurto al rango di inno generazionale, ma in molti non avrebbero ...

Probabilmente nessuno, dopo l’uscita di “Pablo Honey” (1993), pensava che i Radiohead avrebbero fatto strada. Certo, quel disco conteneva Creep, brano ben presto assurto al rango di inno generazionale, ma in molti non avrebbero scommesso una sterlina sul futuro di Thom Yorke (chitarra e voce), Ed O’Brien (chitarra), Jonny Greenwood (chitarra), Colin Greenwood (basso) e Phil Selway (batteria). Insomma, i Radiohead facevano pensare ad una one-hit wonder, ad una delle tante meteore che attraversano il panorama musicale così rapidamente da non lasciare traccia alcuna del proprio passaggio. Inutile dire che le cose non sono andate affatto così. A distanza di quasi vent’anni dalla sua formazione, il gruppo inglese continua ad essere sulla cresta dell’onda, apprezzato tanto dalla stampa specializzata, che non si stanca di tesserne le lodi ad ogni nuova uscita, quanto (e, consentiteci, soprattutto) dal pubblico, che ha eletto i cinque musicisti inglesi a veri e propri eroi della scena alternativa contemporanea. Ma procediamo con ordine.

Thom, Ed, Johnny, Colin e Phil si conoscono dai tempi del college. È proprio alla Abingdon School di Oxford che, nel 1986, fondano gli On a Friday (band che prende il nome dal giorno della settimana in cui il gruppo prova nell’aula di musica dell’istituto). Alcuni di loro hanno già alle spalle esperienze artistiche: Yorke e Colin Greenwood hanno militato, per un certo periodo, nei punk-rockers TNT, mentre Jonny ha suonato il violino nella Thames Vale Youth Orchestra. Il quintetto, dopo la pubblicazione, nel 1991, dell’EP “Manic Hedgehog” (con il monicker Shindig), ottiene una certa notorietà nei dintorni di Oxford. Del potenziale del combo se ne accorgono anche i boss della EMI, che decidono di mettere sotto contratto Yorke e soci, i quali, spinti dalla casa discografica, nel 1992 cambiano il proprio nome in Radiohead, in omaggio ai Talking Heads (Radio Head è il titolo di una canzone contenuta in “True Stories”, LP del 1986).

Il passo successivo è la pubblicazione di un extended-play, “Drill”, che contiene quattro tracce, tre delle quali (Prove Yourself, You e Thinking About You) saranno poi incluse nell’album di debutto. Ma il primo, vero evento nella carriera dei Radiohead è la relase, il 21 settembre del 1992, di Creep: nonostante la decisione della BBC di non trasmetterlo perché giudicato troppo deprimente, il pezzo diventerà uno dei brani-simbolo dei Radiohead e del rock anni ’90 in generale.

Il brano è l’antipasto che precede la pubblicazione del primo full-lenght, “Pablo Honey” (1993). Pur trattandosi di un lavoro ancora acerbo, il disco offre ampi sprazzi del talento della band, la quale mette in scena un’originale reinterpretazione del pop intimista degli Smiths, del folk-rock dei R. E. M. e della psichedelia dei Pink Floyd. Le dodici ballate dell’album si contraddistinguono per un mix di melodie malinconiche e depresse ed improvvise ed aspre impennate sonore.

I brani degni di nota non mancano. Oltre alla già citata Creep, si fanno ricordare la romantica You (con Yorke che, memore forse di Jeff Buckley, ad un tratto prorompe in un grido disperato e lacerante), How Do You? (che sfodera un coinvolgente riff di stampo punk, drumming tribale e terribili distorsioni chitarristiche), Stop Whispering (la cui delicata melodia non può non far pensare al gruppo capitanato da Michael Stipe), la grintosa Anyone Can Play Guitar (una cavalcata a base di bassi rotondi e pulsanti e sei corde in feedback), le smithsiane Ripcord e Vegetable (con quest’ultima percorsa da un solo incendiario di Jonny Greenwood), la malinconica Prove Yourself e la cullante Lurgee (condita da una coda strumentale epica ed ipnotica al tempo stesso).

Malgrado il songwriting di Yorke (il compositore principale, che rimarrà tale anche negli anni successivi, anche se le musiche saranno sempre accreditate a tutta la band) non sia ancora giunto a piena maturazione (così come del resto la sua vocalità), “Pablo Honey” è un disco decisamente interessante, intrigante nella sua mescolanza di nenie delicate e sonorità più aggressive, influenzate dal grunge. L’album viene però completamente ignorato dalla critica. Ai cinque non resta, dunque, che rimboccarsi le maniche.

Il successivo “The Bends” (1995), tuttavia, è una mezza delusione. Nonostante sia caratterizzato da una produzione più raffinata e dalla presenza di alcune tra le composizioni migliori del gruppo, il disco risulta, nel complesso, piuttosto piatto. Pur se formalmente impeccabili, canzoni come Planet Telex, The Bends, Bones, (Nice Dream), Just, Black Star e Sulkfanno fatica ad emozionare: rimangono affascinanti esercizi di geometria compositiva, per altro ancora indecise tra il pop-rock al tempo stesso graffiante ed intimista dell’esordio ed un’idea più matura di canzone.

Come dicevamo, il paradosso che affligge “The Bends” è testimoniato dalla presenza, accanto alle tracce sopracitate, di autentici gioielli. High and Dry sfodera un ritornello da antologia, che si stende lieve, condotto dal falsetto di Yorke. Fake Plastic Trees, dal canto suo, è una ballad depressa, lamento (in forma di epico crescendo) su una società in cui persino l’amore è sintetico. My Iron Lung innesta, su una nenia condotta da un sinuoso arpeggio psichedelico di chitarra, improvvise e feroci sfuriate grunge, che culminano in un finale incendiario. Bullet Proof …I Wish I Was, con le sue magnifiche aperture melodiche in corrispondenza del refrain, è la tipica confessione yorkeiana a base di solitudine, dolore e sofferenza («Limb by limb, tooth by tooth/ tearing up inside of me»). L’apice del disco, però, è forse Street Spirit (Fade Out): un picking minimalista ed ossessivo di sei corde elettrica e la straordinaria interpretazione vocale del bandleadersegnano un crescendo lirico e disperato, sorta di spettrale affresco di alienazione metropolitana («Rows of houses all bearing down on me/ I can feel their blue hands touching me») in cui il paesaggio (anche quello naturale) è dominato dalla presenza, silenziosa ed agghiacciante, della Morte («Cracked eggs, dead birds/ Scream as they fight for life/ I can feel death, can see it’s beady eyes»).

“The Bends”, insomma, è il classico album di transizione, realizzato da una formazione ancora indecisa su quale strada imboccare. Ad ogni modo, si tratta di un lavoro importante e non solo perché contiene i primi classici del gruppo: l’LP, infatti, riesce a piazzare ben cinque brani nella top 30 inglese dei singoli (Street Spirit, in particolare, raggiunge la quinta posizione), rappresentando così il primo vero successo commerciale dei Radiohead, che vale al quintetto l’interesse della critica.

Il salto di qualità definitivo si ha nel 1998 con quel monumento del rock Nineties che è “Ok Computer”. Dal punto di vista compositivo, il passo in avanti è netto. La formazione cesella infatti undici tracce contraddistinte da un sound compatto, scuro, aggressivo, claustrofobico, dominato dalle incisive chitarre elettriche di Greenwood ed O’Brien, che assecondano le paturnie esistenziali del singer disegnando ora morbide progressioni armoniche, ora ruvide traiettorie psichedeliche, ora esplodendo in deliri cacofonici, ora tessendo tenui arpeggi folkie. Yorke vaga inquieto e tremante in questo paesaggio oscuro ed opprimente, freddo ed inospitale, intonando criptici versi che contribuiscono a tratteggiare un mirabile affresco di paranoia, solitudine ed alienazione post-industriale. Coaugulo di paure da fine millennio, “Ok Computer” è un disco all’insegna di un futurismo spaurito, apocalittico, una raccolta di salmi raggelati che compongono una liturgia che è celebrazione (rovesciata) della post-umanità.

L’album (celebre anche per il delirante artwork) si apre alla grande con Airbag, salmodia “aliena” («In an interstellar burst I am back to save the universe») intonata su un cupo e bruciante raga di chitarra. Ma è con la successiva Paranoid Android che i Radiohead marchiano a fuoco la storia del rock. Il pezzo è infatti una strepitosa suite progressive in tre movimenti: comincia come un’angosciata litania che, ad un tratto, esplode di furente elettricità, sospinta dal dialogo tra le due sei corde (con quella di Greenwood, in particolare, che si lancia in uno sproloquio isterico), per culminare, poi, in un deliquio sospeso, struggente, una sorta di disperata preghiera con tanto di cori funebri; il pezzo si rianima sul finale, con le chitarre elettriche che riprendono il secondo movimento.

Subterranean Homesick Alien (che cita nel titolo il Bob Dylan di Subterranean Homesick Blues), con le sue aperture melodiche ed il piglio epico del ritornello, non può non far pensare agli U2. Exit Music (for a Film) è invece una cupa e desolata litania folk che si inerpica in un disperato crescendo, prima della catarsi finale («We hope that you choke», ripete uno sconsolato Yorke). È un altro dei pezzi-manifesto della band di Oxford, così come lo sono le successiveLet Down e Karma Police. La prima è un’originalissima e personale rilettura del folk-rock dei R. E. M., quadretto di alienazione urbana incorniciato da una partitura indolente e cullante, impreziosita da un intermezzo psych e da una chiusura affidata all’elettronica; la seconda, invece, è una pop-song dalle tinte scure, giocata su un avvolgente giro di piano, il cui finale rumorista anticipa gli esperimenti sintetici di “Kid A” e, soprattutto, di “Amnesiac”.

Fitter Happer è una pièce sperimentale à la Devo, in cui Yorke, recitando con voce robotica su un minimale soundscape elettronico una sorta di decalogo per “l’uomo perfetto”, si lancia in una feroce critica del modello, imposto dalla moderna società capitalista, di una umanità-ultracorpo, ossessionata dalla forma fisica e dalla produttività. Electioneering è, dal canto suo, il pezzo in assoluto più esplicitamente politico dei Radiohead: il riff aggressivo e bruciante della chitarra fornisce la base su cui il singer può intonare la propria rabbiosa arringa contro i politici e le false promesse fatte durante le campagne elettorali. Climbing Up the Walls è una ballata depressa, cantata con voce filtrata ed arricchita da inserto strumentale tra rock, elettronica e spunti orchestrali, un pezzo affascinante per umore e costruzione, ma tutto sommato trascurabile. Ci pensa la superba No Surprises a ridestare l’attenzione, sfoderando una melodia da carillon che assume ben presto i contorni di una supplica, disperata e dimessa al tempo stesso («No alarms and no surprises, please», implora più volte il cantante).

Lucky comincia all’insegna della desolazione per poi esplodere in un ritornello carico di pathos; ma la conclusione è amara: «We are standing on the edge», “siamo in piedi sull’orlo”, recita l’ultimo verso. La chiusura dell’album è affidata al “viaggio interstellare” della pinkfloydiana The Tourist, che fa leva su un morbido tappeto di chitarre su cui poggia una nenia dilatata, che cresce lentamente d’intensità: «Hey man, slow down» (“hey amico, rallenta”) ripete Yorke, come inascoltato dal proprio immaginario interlocutore, sino alla fine del pezzo, riallacciandosi idealmente al primo capitolo del disco, AirbagAn airbag saved my life»), a testimonianza della circolarità della struttura dell’album, sorta di colossale loop, idealmente ascoltabile infinite volte…

Con il suo mix di rock ed elettronica, di epicità e dimessa malinconia, di pathos e glaciale desolazione, “Ok Computer” erige un murale sonoro di spaventosa e tragica intensità. Rielaborando la lezione di Pink Floyd, U2, REM e David Bowie in chiave estremamente personale, il quintetto di Oxford dà vita ad un lavoro di straordinaria compattezza e coerenza stilistica, che influenzerà decine e decine di band.

“Kid A” (2000) inaugura la seconda fase della carriera dei Radiohead, improntata alla sperimentazione elettronica. “Nascoste” le chitarre, spuntano sintetizzatori, beat, loop rumoristi ed un vasto campionario di effetti. La forma canzone implode: le melodie si fanno eteree, impalpabili, i ritornelli sono banditi e le strutture dei pezzi “aperte”. Yorke sprofonda in un abisso nero pece di depressione e con lui tutta la sua musica: il suo canto, a tratti ridotto ad una sorta di tenue bisbiglio, è ostaggio di sincopi ritmiche aliene e gelide folate sintetiche. Tutto il disco, insomma, costituisce un campionario di solitudine, alienazione e paranoia, con una differenza rispetto al passato: mentre in “Ok Computer” il discorso assumeva contorni socio-politici, in “Kid A” sembra farsi largo anche una dimensione più intima, personale. ll successo del precedente lavoro, infatti, ha gettato Yorke e soci in uno stato di profondo malessere. Il loro rapporto con la fama è pessimo, così come, del resto, quello con il sistema dell’industria discografica. Le stesse session di registrazione del disco sono caratterizzate da una notevole dose di tensione, con la band più volte sul punto di sciogliersi. Insomma, un periodo non facile, in cui i cinque di Oxford rischiano seriamente di essere schiacciati dalla popolarità. E “Kid A”, con il suo fascino marcatamente anti-commerciale, sembra incarnare quasi una reazione a questo stato di cose. Ironia della sorte, l’album si piazza immediatamente in testa alle classifiche di mezzo mondo (nonostante la decisione della band di non pubblicare alcun singolo). I critici gridano al capolavoro, mentre i fan si dividono tra perplessi («dove è finita la band di Creep?» sembrano chiedersi) ed entusiasti.

Ed in effetti, “Kid A” è forse il vertice assoluto della produzione dei Radiohead. Con le sue spettrali elucubrazioni sintetiche, il disco immerge l’ascoltatore in un limbo oscuro, disumano, flusso di schegge sonore che vanno lentamente alla deriva. I modelli sono gli immancabili Pink Floyd, il Bowie berlinese, Brian Eno, Robert Fripp, i Kraftwerk ed i Tangerine Dream, ma il sound di questi gruppi anziché essere amalgamato in un coagulo denso e resistente, è, al contrario, fratto e scomposto, spezzettato, destrutturato fino ad essere polverizzato. Mentre “Ok Computer” era una specie di esorcismo contro la vittoria della Macchina sull’Uomo, qui la macchina ha irrimediabilmente vinto: la disumanizzazione non è più un pericolo, ma un dato di fatto. Ed a testimoniarlo è, paradosso, proprio la musica, che abbandona definitivamente il calore analogico del rock in favore del gelido abbraccio di stringhe di codici binari.

Everything in Its Right Place apre l’album all’insegna di un’angosciata litania, supportata da una tastiera minimal, beat sintetici ed uno spruzzo di rumorismi. La title-track è una specie di ninna nanna digitale, scomposta, intonata da Yorke con voce androide ed impreziosita, sul finale, da synth liquidi. The National Anthem sfodera una base ritmica groovy e minimalista, frustata da gelide folate elettroniche e spericolate incursioni free jazz; il cantato del bandleader è ridotto ad un lamento agonizzante, a tratti sopravanzato dal caos sonoro. «I’m not here/ This isn’t happening/ I’m not here» recita il testo di How to Disappear Completely, struggente ballad condotta da una chitarra acustica ed avvolta da orchestrazioni sinuose, il cui crescendo culmina in un gorgo rumorista: il pezzo pare sia ispirato alla vicenda di Richey Edwards, chitarrista e paroliere dei Manic Street Preachers, scomparso misteriosamente nel 1995, ma si adatta bene al senso di opprimente disagio provato da Yorke al cospetto della celebrità.

Treefingers è un soundscape ambientale (costruito manipolando il suono della sei corde di Jonny Greenwood) e fa da preludio a Optimistic, rock-ballad nel solco di “Ok Computer” (arricchita, però, dai soliti “disturbi” elettronici), che è tutto meno ciò che il titolo lascerebbe presagire («Flies are buzzing round my head/ Vultures circling my bed/ Picking up every last crumb/ The big fish eat the little ones»). In Limbo, dal canto suo, è la cronistoria di un lento precipitare in un abisso oscuro («I’m on your side/ Nowhere to hide/ Trapdoors that open/ I spiral down»), simbolicamente rappresentato dalla voce di Yorke che viene “risucchiata” in un vortice elettronico. La malinconica e struggente melodia di Idioteque è propulsa da un battito secco e martellante, che ne fa una sorta di ballabile alienato per dancefloor futuristi, mentre Morning Bell, percorsa da una tensione tutta psicologica, sfoga la propria nevrosi solo nel delirante finale. A chiudere il disco, la trasognata Motion Picture Soundtrack, pezzo circondato da un’aura quasi mistica.

Con “Kid A”, i Radiohead compiono un’operazione geniale, forse unica nel suo genere, realizzando un album in cui forma e contenuto, significante e significato sono inscindibili, perché la forma è il contenuto ed il significante è il significato. Il tessuto sonoro si fa volutamente sfaldato e sfilacciato per ritrarre un mondo (interiore ed esteriore) che è andato inesorabilmente in pezzi, fino a perdere quasi consistenza. L’immaginario frantumato (sia lirico che musicale) che lo percorre, la ricercatezza dei suoni, le architetture “aperte” delle composizioni ed il fascino obliquo delle partiture sono i punti di forza di quest’album, da annoverare tra le pietre miliari del rock (ammesso che “Kid A” possa rientrare in questa categoria).

L’anno successivo, i Radiohead rilasciano “Amnesiac” (2001) ed è, ancora una volta, capolavoro. Le dodici tracce del disco segnano il raggiungimento di un punto di equilibro tra astrattismo elettronico e fisicità rock. Laddove il precedente “Kid A” era fratto, impalpabile, collassato, “Amnesiac” è invece compatto, solido, chirurgico nello scandagliare gli stadi terminali della solitudine e dell’alienazione. Nonostante la forma-canzone tradizionale sia stata ormai definitivamente abbandonata, i Radiohead recuperano qui il gusto della melodia, per quanto obliqua. Tastiere, loop e rumorismi sono ancora in primo piano, ma le chitarre riconquistano un po’ di spazio, spesso lanciandosi in progressioni che accrescono il senso di tensione generale che caratterizza le partiture.

Le scorie dell’ansia da successo non sono ancora state smaltite del tutto dalla band (anche perché “Kid A”, nonostante il suo status di “disco difficile”, ha venduto milioni di copie, piazzandosi in testa alle chart di mezzo mondo): ne è la dimostrazione Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box, un mix di tribalismi metallici, battiti sintetici e tastiere plumbee percorso da un senso di claustrofobia, di costrizione («Get off my case, get off my case»). Piramid Song, dal canto suo, ci conduce sui terreni della ballad onirica: l’accompagnamento di piano è essenziale, avvolgente, il clima fosco, carico di un indefinibile senso di nostalgia, di perdita, ed il crescendo si svolge all’insegna di orchestrazioni melodrammatiche. Che “Amnesiac” sia venuto fuori dalle stesse session di “Kid A” ce lo ricorda Pulk/Pull Revolving Doors, spettacolare manifesto di disumanizzazione a base di loop percussivi di stampo industrial e synth alieni, tra le cui pieghe si inserisce la voce del cantante, filtrata fino ad assomigliare a quella di un androide.

You and Whose Army inietta un po’ di calore analogico nei cuori degli ascoltatori, facendo leva su un accompagnamento di chitarra che inanella una sequenza di accordi morbidi, tappeto su cui si innalza la melodia, una nenia di inconsolabile tristezza, sospirosa, dall’afflato quasi gospel; l’ingresso della batteria segna l’inizio della seconda parte del pezzo, dominata da un crescendo guidato da figure di piano minacciose e dalle vocals che salgono in cattedra. La sei corde torna a farsi sentire in I Might Be Wrong, dando vita, con un riff minaccioso ed ossessivo, a quello che è il pezzo più rock di “Amnesiac” – nel modo in cui possono essere “rock” i Radiohead di questa fase della loro carriera. Knives Out, invece, potrebbe essere una ballata “normale” se non avesse quel ritmo così irregolare, che, di fatto, la rende sfuggente, inafferrabile, mentre Morning Bell/Amnesiac testimonia come, nonostante le indubitabili parentele, quest’album sia diverso dal suo predecessore: rispetto alla versione contenuta in “Kid A”, qui il brano perde la tensione nervosa che lo percorreva sottopelle per trasformarsi in una litania tra il funereo e l’estatico, dall’incedere cadenzato.

Dollars and Cents è un angosciato atto d’accusa nei confronti della mercificazione selvaggia operata dal capitalismo globalizzato («We are the dollars and cents/ and the pounds and the pence/ and the mark and the yen, and yeah/ we’re gonna crack your little souls»): il senso di tensione opprimente è comunicato alla perfezione da orchestrazioni scure ed avvolgenti, dal basso rimbombante e dalla lavoro di Selway con le spazzole. Hunting Bears è uno strumentale caratterizzato da un soliloquio di chitarra psych su un tappeto di sintetizzatori, e precede la strepitosa Like Spinning Plates, un epilettico vortice rumorista (costruito con voci e suoni mandati in reverse) in cui si fa strada una melodia pregna di irredimibile tristezza. La fine è vicina, verrebbe da dire – in tutti i sensi: ed infatti, il pezzo di chiusura, Life in a Glasshouse, è un jazz da marching band funebre di New Orleans.

Rispetto a “Kid A”, “Amnesiac” è, in un certo senso, un album di “compromesso”. “Kid A” era un’immersione nelle oscure profondità di una materia-suono estremamente fluida, quasi evanescente, al punto tale che cadeva la distinzione tra Io e Mondo, Spirito e Materia, significante e significato; “Amnesiac”, dal canto suo, risale un po’ più in superficie, recuperando la coscienza di sé ed il senso dell’orientamento. L’impressione, insomma, è che i Radiohead abbiano superato, almeno in parte, il grave periodo di crisi che aveva contraddistinto le session di “Kid A”. Il risultato non è un disco più banale, ma semplicemente diverso. Rescissi i legami con la tradizione brit e la psichedelia più classica ed abbandonate le tensioni verso soundscape quasi ambientali, i cinque di Oxford coniano, con questo lavoro, un nuovo ibrido musicale, in cui i linguaggi del rock e dell’elettronica si fondono in brani dalle strutture complesse, contrassegnati da un melodismo mai facile eppure non cervellotico. Il paradosso è che, nonostante l’abbondanza di elementi sintetici, ci si trova difronte ad un disco “caldo”, forte di una tensione emotiva che si incarna alla perfezione nel cantato di Yorke, uno dei massimi singer della sua generazione.

Ad una doppietta della complessità concettuale di “Kid A” ed “Amnesiac” non poteva che seguire, a ben vedere, un ritorno “alla normalità”, ad un album di canzoni come “Hail to the Thief” (2003), con cui i Radiohead tentano di recuperare le sonorità di “Ok Computer” senza dimenticare le sperimentazioni elettroniche più recenti. Il disco (pubblicato dopo un trascurabile live record, “I Might Be Wrong”, uscito nel 2001) si annuncia, sin dal titolo, come il più esplicitamente politico del quintetto di Oxford (“hail to the thief“, “salute al ladro”, è il beffardo benvenuto che i democratici diedero al presidente Bush non appena si insidiò alla Casa Bianca dopo aver vinto le elezioni del 2000 con un risultato adombrato dalla non ancora chiarita vicenda della Florida): in realtà, le liriche, criptiche come al solito, riflettono il tipico senso di paranoia ed alienazione di Yorke (ormai quasi un marchio di fabbrica), senza mai toccare esplicitamente l’attualità.

L’album, nonostante le buone intenzioni, non decolla mai completamente – non come potrebbe, in effetti. Le buone intuizioni non mancano, così come i pezzi degni di nota, ma tutto sommato i Radiohead qui rimestano troppo esplicitamente nel proprio recente passato, senza offrirci alcuna vera novità. Che l’obbiettivo fosse la “cantabilità” dei pezzi è piuttosto evidente dalla costruzione delle melodie, che rispetto a “Kid A” e “Amnesiac” sono caratterizzate da una maggiore linearità: più che nelle opere precedenti, l’eccentricità sembra essere un fatto di arrangiamenti, di manipolazione dei suoni (arte nella quale i nostri eccellono senza dubbio alcuno). Insomma, giocando ad incrociare analogico e digitale, gli inglesi hanno realizzato il classico disco di compromesso.

Un compromesso pur sempre intelligente, comunque. Il trittico iniziale, per esempio, composto da 2 + 2 = 5, Sit Down. Stand Up e Sail to the Moon, è da antologia. La prima ha un andamento nervoso, isterico e sfoggia un ritornello trascinante, dimostrando nettamente come Yorke e soci non abbiano dimenticato il miglior rock di “Ok Computer”; la seconda è una cupa nenia propulsa da beat sintetici, crescendo minaccioso che culmina in un trionfo di vocals ossessive e poliritmi drum’n’bass; l’ultima, dal canto suo, è un deliquio pinkfloydiano, trasognato, estatico, eppure venato di una malinconica straziante. La pianistica We Suck Young Blood è una spettrale litania funebre, propulsa da un handclapping sinistro e resa ancor più magnetica dal falsetto agonizzante del singer, che si abbandona ad un languido torpore da vampiro prigioniero della sua stessa oscurità: a leggere tra le righe, il testo sembra essere una sorta di atto d’accusa contro la moderna società capitalista, che vampirizza l’uomo («Won’t let the nervous bury me/ Our veins are thin/ Our rivers poisoned/ We want the sweet meat/ We want young blood»). There There sfodera un crescendo spettacolare, scandito da un battito pesante, tribale, su cui poggiano le sei corde sporche ed una melodia dilatata: è forse il brano più lineare della raccolta, ancora una volta molto vicino alle sonorità di “Ok Computer”. A Punchup at the Wedding fa leva, invece, su un’elegante (e minimalista) progressione di piano, su cui s’innesta una nenia superba, increspata da rumorismi chitarristici. Il rock sintetico ed alieno di Myxomatosis (incorniciato da magniloquenti synth orchestrali) precede la struggente litania di Scatterbraine, soprattutto, il terzinato nevrotico di A Wolf at the Door, con Yorke che, nelle strofe, insiste su note (per lui) insolitamente basse.

Decisamente meno interessanti, per quanto ben construite, Backdrift, The Gloaming (che rifanno entrambe il verso in modo banale alle sonorità di “Kid A” e “Amnesiac”), le U2-oriented Go to Sleep e Where I End and You Begin e la lugubre ed un po’ autoindulgente I Will, che richiama alla mente Exit Music (for a Film).

Dopo i tre lavori precedenti, tutti di altissimo livello, il rischio che i Radiohead licenziassero un full-lenght scialbo era piuttosto alto. Yorke ed i suoi hanno scansato il pericolo: “Hail to the Thief” è ben lungi dall’essere un capolavoro, ma non è neppure il tonfo colossale che avrebbe potuto essere. L’avesse inciso una band agli esordi, probabilmente avremmo gridato al miracolo.

Dopo le uscite soliste di Yorke (l’ottimo “The Eraser”, 2006) e Jonny Greenwood (il quale, dopo aver pubblicato, nel 2003, “Bodysong”, colonna sonora dell’omonimo film di Simon Plummer, nel 2007 rilascia un altro score, quello de Il petroliere, di Paul Thomas Anderson), la band ritorna in studio ed incide “In Rainbows” (2007). Una delle novità sta nella distribuzione: il lavoro viene diffuso inizialmente solo in rete, a pagamento (anzi, a voler essere precisi la formula è quella della “donazione volontaria”). L’esperimento dimostra come, anche a distanza di anni dall’esordio e nonostante il successo planetario nel frattempo maturato, il sentimento d’insofferenza che la band ha da sempre nutrito nei confronti dell’industria discografica permanga ancora inalterato. Il disco (uscito poi anche in formato CD e vinile) riporta i Radiohead su altissimi livelli. Siamo sempre di fronte ad un album di canzoni, ma rispetto a “Hail to the Thief” la differenza è evidente. Qui la band evita la trappola dell’autocitazione e cerca un nuovo compromesso tra elettronica e rock, sfornando una manciata di melodie falsamente lineari, infiocchettate da arrangiamenti complessi (ma mai barocchi) e soprattutto percorse da un’inquietudine che non è un mero fatto “sonoro”, formale (come accadeva troppo spesso nel suo predecessore) ma un sentimento che traspare, dirompente, direttamente dalle stesse partiture, al di là di ogni ornamento.

A dimostrarlo c’è proprio l’opener, 15 Steps, capolavoro nevrotico di beat martellanti, chitarre morbide, bassi scuri e synth liquidi, su cui si stende il falsetto del frontman. Bodysnatchers è un rock grezzo, sporco, trascinante, che ci introduce al cospetto di Nude, un deliquio di straziante e disarmante malinconia, tra le cose migliori mai incise dalla band. Non le è da meno Weird Fishes/Arpeggi, che gioca su battiti ossessivi ed una chitarra in picking tutt’altro che rilassata. La tensione oscura, sotterranea, che percorre tutto il disco, si evidenzia anche in All I Need, un lento sintetico scandito da pulsazioni plumbee, con un crescendo finale minaccioso. L’acoustic-folk orchestrale di Faust Arp, con cui Yorke gioca a fare il Tim Buckley del nuovo millennio, all’apparenza potrebbe sembrare fuori posto in una collection del genere, eppure (grazie al suo mood irrequieto) riesce ad inserirsi alla perfezione nel tessuto musicale dell’album.

Reckoner innesta, su un tappeto di clangori metallici, un lamento malinconico, incorniciato da tastiere orchestrali e complicato da un intermezzo oscuro, sinistro. House of Cards è un altro capolavoro di desolazione, in cui il minimalismo del pattern ritmico/armonico è spezzato dalle impennate del ritornello. Il rock trascinante ed ossessivo di Jigsaw Falling into Place prepara il terreno per la superba Videotape, in cui, su un pianoforte che ripete le stesse tre note con ostinazione, si inalbera una delle melodie più depresse mai composte dai Radiohead, una lacerante preghiera carica di una disperazione composta: il pezzo cresce d’intensità grazie a loop rumoristi e a cori spettrali, con la batteria di Selway che fa capolino nel finale.

Con “In Rainbows”, insomma, i Radiohead hanno chiuso in bellezza gli anni Zero, regalandoci uno dei loro dischi più complessi e meno immediati, nonostante le apparenze. Più che “Hail to the Thief”, è quest’album a rappresentare la vera sintesi tra “Ok Computer” e “Kid A”/”Amnesiac”, ovvero tra rigore strutturale, “corposità” elettrica ed astrattezza sintetica.

Dopo quattro anni (e un disco solista di Selway, “Familial”), la formazione torna sulle scene con “King of Limbs” (2011). E lo fa, ovviamente, a modo suo: l’album, infatti, viene reso disponibile online un giorno prima rispetto a quanto annunciato (19 febbraio) e poi pubblicato in una sontuosa versione doppio vinile + CD, accompagnati da un artwork delle dimensioni di un giornale e il tutto incluso in una confezione biodegradabile. Per l’ennesima volta, insomma, i Radiohead si sono beffati degli abituali meccanismi dell’industria musicale, sfruttando le potenzialità del web e della distribuzione indipendente in maniera esemplare, da consumati geni del marketing quali ormai possiamo considerarli. Niente di male in questo, sia chiaro: la storia del rock è piena di grandi musicisti che sono stati anche ottimi imprenditori di se stessi (basti pensare a Bowie e agli Stones, tanto per fare due nomi). La cosa sarebbe stata un problema qualora il disco si fosse rivelato un vuoto esercizio di stile, ma così non è. In “King of Limbs”, Yorke e soci, pur non compiendo (è bene specificarlo) alcuna rivoluzione, hanno segnato un’altra, piccola svolta nel loro percorso. I riferimenti principali rimangono sempre “Kid A” ed “Amnesiac” (e come potrebbe essere altrimenti?), ma non siamo di fronte ad una semplice variazione sul tema. In quest’ultima fatica, i cinque si sono divertiti a contaminare la loro elettronica con il dubstep e certe sonorità sintetiche di “ultima generazione” di Burial e Flying Lotus, abbandonando le tentazioni rock che facevano capolino nelle ultime prove. Siamo difronte, insomma, ad una collection di ballate “pop”, il cui tessuto armonico, però, è destrutturato, fratto, squassato da battiti martellanti, ossessivi, su cui la voce di Yorke danza soave, disegnando melodie oblique cariche della solita, disperata ed irredimibile malinconia.

Otto tracce per 37 minuti complessivi d’ascolto. Qualcuno giudicherà il contenuto un po’ misero, ma non è certo dalla quantità dei pezzi in scaletta che si misura la grandezza di un’opera. E “King of Limbs” è un gran disco. Bloom apre le danze all’insegna di un turbine di riverberi, spunti glitch, percussioni tribali, bassi profondi ed orchestrazioni sontuose: su questo tappeto, il bandleader intona un salmo dilatato, estatico, “cosmico” («I’m moving out of orbit/ Turning in somersaults»). Morning Mr Magpie, brano risalente alle session di “Hail to the Thief” e già presente nel DVD The Most Gigantic Lying Mouth of All Time” (seppur con un arrangiamento completamente diverso, per voce e chitarra), è solcata da un pattern ritmico scattante, nervoso, con i synth che soffiano una leggera brezza aliena: nonostante i suoni rimandino ad “Amnesiac”, l’architettura della partitura, corredata da un intermezzo interlocutorio, non può non evocare “In Rainbows”. L’electro-folk ossessivo di Little By Little, nonostante qualche riferimento a I Might Be Wrong e The Reckoner, dimostra come i Radiohead, quando sono in forma, siano in grado di rileggere il proprio passato in maniera non oleografica. O a far definitivamente propria e a personalizzare una grammatica che, fino a quel momento, era stata loro quasi estranea: Feral, infatti, sviluppa certi spunti dubstep già accennati in precedenza, sminuzzandoli in una texture singhiozzante, avvolta da un’oscura nube sintetica e resa ancor più inquietante dall’uso di sample vocali in sottofondo. Lotus Flower, malgrado il suo andamento ipnotico, mesmerizzante, sfodera il motivo più immediato del lotto, con il falsetto di Yorke che si inerpica su vette altissime nel refrain, rilucendo di un’intensità quasi liturgica. La successiva Codex è uno dei picchi assoluti dell’opera, una lenta progressione di piano su cui poggia una nenia struggente, venata di una tristezza senza fondo, in cui ogni nota assume il sapore di una supplica. È, per certi versi, la Pyramid Song del nuovo decennio, ma meno fosca, spettrale e melodrammatica e più composta, sottile, “interiore”. Give up Ghost è un’altra perla, una straziante ballad folk intonata da uno spettro sul punto di dissolversi, in cui, tuttavia, la morte assume la forma di una serena liberazione: «I think I should give up the ghost/ In your arms», intona il singer sul finale, mentre un coro distante, proveniente da chissà quali recessi, ripete instancabile «Don’t worry/ Don’t hurt me». Ad un momento celestiale segue una chiusura composta, il che ci fa pensare al disco come ad una sorta di pellegrinaggio dalle Tenebre alla Luce. Non traggano in inganno i bassi cupi: man mano che si sviluppa, la melodia di Separator assume contorni estatici (anche grazie all’ingresso delle chitarre, che dialogano leggere). La liberazione ora è completa: «Finally I’m free of all the weight I’ve been carrying», canta Yorke, ma dalla voce trapela come una specie di indefinito rimpianto…

Giunti a questo punto, non c’è molto da aggiungere, se non che, con “King of Limbs”, i Radiohead hanno scritto l’ennesima, grande pagina della loro gloriosa carriera, una tra le più fulgide della storia del rock.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.