Primi verdetti, duetti e Nutini: la quarta serata di Sanremo

Ieri sera, al Festival di Sanremo c’è stato il primo verdetto: nella categoria “Nuove Proposte” ha vinto con Nu juorno buono Rocco Hunt. Ovvero il peggiore dei quattro in gara. C’erano Diodato (così ...

Ieri sera, al Festival di Sanremo c’è stato il primo verdetto: nella categoria “Nuove Proposte” ha vinto con Nu juorno buono Rocco Hunt. Ovvero il peggiore dei quattro in gara. C’erano Diodato (così così), Zibba (bravo), e soprattutto The Niro (che aveva il pezzo più ingegnoso), e ovviamente va a vincere il rapper salernitano che parla della Terra dei Fuochi e ci infila dentro tanti stereotipi che nemmeno in un film di Salemme. Il premio era assegnato per metà dal pubblico e per metà dal televoto: voglio sperare che il televoto abbia pesato in qualche modo di più, perché altrimenti una giuria di qualità con Paolo Virzì presidente e, tra gli altri, Silvio Orlando, Silvia Avallone, Aldo Nove, Paolo Jannacci, Rocco Tanica, Piero Maranghi e Anna Tifu davvero non si spiega.

Zibba ha vinto il premio della critica Mia Martini e il premio Sala Stampa Lucio Dalla: niente di eccezionale, intendiamoci, ma la sua Senza di te meritava qualcosina di più dei soliti riconoscimenti che a Sanremo si danno in fondo ai perdenti (tieni questo premio, che tanto nella classifica vera col cavolo che finisci primo). The Niro ha portato in gara 1969, ovvero una scelta suicida se vuoi vincere: un pezzo che parla dello sbarco sulla Luna (e non di lui & lei che si lasciano, piangono, non mangiano più ecc.) con un arrangiamento in grado di valorizzare davvero l’orchestra della RAI ed una melodia che strizza l’occhio a Buckley e ai Coldplay ma con stile. Non è bastato, ovviamente, del resto nessuno se l’aspettava. Diodato probabilmente qualche chance per il futuro ce l’ha, ma Babilonia ha poco carattere (troppo succube di Damien Rice).

Per il resto, la puntata è andata come doveva, senza particolari invenzioni ma nemmeno grossolane cadute. Noiosi i momenti con Brignano che ha rifatto Fabrizi, apprezzabile Zigaretti che (seppur con qualche esitazione di troppo) ha letto Peppino Impastato, rendendo omaggio alla sua idea di bellezza. Naïf (troppo) il numero di Silvan che “rimpicciolisce” la Littizzetto. Suggestivo Gino Paoli, più che per la verve, per le canzoni: il cantautore ha eseguito Ritornerai di Bruno Lauzi, Vedrai vedrai di Luigi Tenco, Il nostro concerto di Umberto Bindi e infine la sua Il cielo in una stanza, con l’accompagnamento di Danilo Rea al piano. Con pezzi così, anche se in scena c’è un merluzzo congelato (eh, quasi…), fai la tua bella figura.

La scelta di Paoli come ospite ovviamente non è stata casuale. Magari era lì sul palco anche per far compilare i borderò, come ha suggerito qualcuno su Twitter (Paoli è presidente della SIAE), ma soprattutto c’era perché la serata di ieri era dedicata alla canzone d’autore, con i “big” in gara al Festival a renderle omaggio. Qui uno poteva preoccuparsi, e di brutto, e invece no: a sorpresa, tranne qualche caduta nell’inutilità più totale, le cover sono state dignitose, in alcuni casi addirittura encomiabili, e certo l’alternanza sul palco di vari musicisti ha regalato alla trasmissione un pizzico di brio in più. La migliore di tutte è stata probabilmente Noemi, con La costruzione di un amore di Fossati: l’ha interpretata al piano, sfruttando tutte le sue doti vocali, e ha colpito per l’emotività della sua performance (qualche incertezza sulle parole: perdonata, va’). Per restare in quota talent, Marco Mengoni (come lei proveniente da X Factor e vincitore di Sanremo 2013) proprio in apertura aveva ricordato Endrigo e la sua Io che amo solo te, vestito come Diabolik e con la solita pronuncia stucchevole finto brit – tanto per far capire la differenza tra i due. 

Bella energia per Giuliano Palma, che, forte delle sue origini campane, ha proposto una grintosa I say i’ sto cca’ di Pino Daniele (quando Pino Daniele ancora non tediava con il suo latin jazz blues finto internazional-mediterraneo). Bravi anche i Perturbazione, tutto sommato: avevano il pezzo più difficile (La donna cannone di De Gregori, che non è una canzone, è un monumento), ma sono riusciti a non massacrarla troppo. Con loro sul palco un’emozionatissima Violante Placido (che è pure cantante: incide per la Mescal, la stessa label dei Perturbazione), più un dazio da pagare al clima romantico del pezzo e del Festival che una reale necessità.

Malgrado l’esclusione (confermata nel pomeriggio) si è esibito anche Riccardo Sinigallia, con Marina Rei e Paola Turci: bella la loro rilettura a tre voci di Ho visto anche degli zingari felici di Lolli. Prima, durante la serata, Sinigallia era stato invitato da Fazio a spiegare la dinamica che hanno portato il suo pezzo (Prima di andare via) alla squalifica: Riccardo ha detto che se aveva eseguito il brano dal vivo l’anno scorso era stato per la richiesta di un amico scrittore (Amurri?), che non pensava l’avrebbero preso a Sanremo e che comunque il suo è stato un peccato d’ingenuità, nessuna malafede. Sarà, ma la spiegazione non mi convince (il regolamento parla chiaro, i brani ammessi non devono essere mai stati pubblicati o suonati dal vivo). Comunque, al Federico preso con le mani nella marmellata gli si vuole bene ancora di più. E il suo pezzo, anche fuori gara, rimane il migliore. (Tra l’altro, stasera lo riascolteremo: Sinigallia suonerà comunque, ha detto Fazio)

(Sinigallia con Fazio e Littizzetto)

Arisa, con i danesi WhoMadeWho, ha fatto una versioncina inutile di Cuccurucucu di Battiato, e Antonella Ruggiero ha tediato con Una miniera dei New Trolls (accompagnata dai tedeschi del DigiEnsamble Berlin, che suonano con i tablet). Poco incisivi anche Frankie Hi-Nrg e Fiorella Mannoia con Boogie di Paolo Conte (ma il pezzo è talmente tanto bello che si fa fatica a bocciarli del tutto), mentre Renzo Rubino e Simona Molinari, nella deferentissima cover di Non arrossire di Gaber, hanno beccato un’ovazione influenzata più dalla scelta furbissima (e alla solita claque rumorosa del cantautore) che dall’esecuzione (comunque impeccabile).

A Gualazzi e Beetroots posso solo dire che non era necessario scomodare Tommy Lee dei Mötley Crüe per quella versione di Nel blu dipinto di blu, che bastava a ‘sto punto anche uno Scamarcio qualsiasi (ha suonato la batteria per Francesco Sarcina una versione da sagra paesana di Diavolo in me di Zucchero). A proposito di attori: con Giusy Ferreri si sono esibiti Alessio Boni e Alessandro Haber. Il primo ha recitato il testo de Il mare d’inverno di Ruggeri, il secondo l’ha cantato con la Ferreri. Poteva essere una bella idea, peccato che Haber era troppo teso, ed ha sbagliato un po’ troppo (probabilmente l’avevano provata anche poco). Peggio, molto peggio, comunque, Francesco Renga e Kekko (sì, Kekko) dei Modà, tamarrissimi e lanciati senza remore per il povero Bennato in una rilettura di Un giorno credi (ovviamente su Twitter le bimbeminkia strillavano in preda a crisi ormonale). 

(Cristiano De André al piano per Verranno a chiederti del nostro amore)

Ron ha giocato in casa, ha scelto Cara di Lucio Dalla, raccontato qualche aneddoto: se l’è cavata, ma così è troppo facile (complimenti per la pettinatura alla Ken). Ancora più di lui in casa ha giocato Cristiano De André, che ha proposto Verranno a chiederti del nostro amore del papà Fabrizio. La versione piano e voce era molto bella, suggestiva, ma non è la performance che mi ha colpito, quanto piuttosto l’atteggiamento paternalistico che nei suoi confronti ha Fazio. Sarà che si conoscono da anni, sarà che uno con la storia personale che ha Cristiano (un padre ingombrante, alcool, droga, crisi di nervi) fa sempre un po’ tenerezza, ma ieri il conduttore l’ha abbracciato, emozionato, e gli ha sussurrato «sono davvero felice di averti qui». Nessuno scandalo: negli altri giorni Fazio ha tenuto la giusta distanza per evitare di creare polemiche. Ieri, complice il fatto che la gara non c’era, si è lasciato andare un po’ di più.

Come sempre, in fin dei conti, a Sanremo ieri ha vinto l’ospite musicale internazionale, stavolta Paolo Nutini. Era partito male, va detto, con un accenno a Caruso di Dalla – non necessario perché Nutini l’italiano lo parla peggio delle Kessler (e infatti ha sbagliato tutto lo sbagliabile). Poi però ha attaccato con le cose sue: Candy, bellissima, e l’ultimo singolo, la trascinante Scream (fuck my life up). Pelle bianca, voce nera, bel groove ma anche un pizzico di intimismo cantautorale: prendete nota, Gualazzi e Beetroots, così si fa.

Stasera toccherà ai campioni, che si giocheranno il primo posto in classifica. Resta da capire quanto sia importante, visto l’andazzo di questo Sanremo: anche ieri ascolti abbondantemente sotto la media. Ne riparleremo qui domani. 

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.