Patti Smith – Arena Sferisterio, Macerata (29 luglio 2013)

È accaduto tutto verso metà concerto: la band, sul palco dello Sferisterio, macinava il medley Talk talk/Open up your door/Psychotic reaction (cover di Music Machine, Richard & The Young Lions e Count Five), e Patti Smith (che aveva appena ...

È accaduto tutto verso metà concerto: la band, sul palco dello Sferisterio, macinava il medley Talk talk/Open up your door/Psychotic reaction (cover di Music Machine, Richard & The Young Lions e Count Five), e Patti Smith (che aveva appena dedicato Beneath the Southern cross a Verdi), se ne stava in un angolo, intenta a ballare e a incitare la folla. Poi, il guizzo: la songwriter di Chicago è scesa dal palco e ha cominciato a passeggiare in platea. Gli spettatori, sino a quel momento composti, sono scattati in piedi, l’hanno circondata, applaudita. Patti ha seminato scompiglio. Patti si è presa lo Sferisterio.

È così: la forza di un’artista, la sua presenza, si misurano con la capacità di far suo uno spazio, se non ostile, certo non familiare. E l’arena maceratese, nel pieno di una stagione lirica votata comunque all’innovazione e all’abbattimento dei confini con l’arte “pop”, ieri sera si è lasciata lentamente ma inesorabilmente contagiare dal magnetismo della Smith. Difronte ad un pubblico trasversale e multigenerazionale, la “Sacerdotessa del Rock” ha tributato i dovuti omaggi a Verdi (se ne festeggia il bicentenario dalla nascita) e a Puccini, di cui ha intonato un’aria (Vecchia zimarra) ricordando il compleanno del padre, che – ha spiegato – ascoltava i grandi della lirica e della classica. Poi, però, Patti ha fatto quello che da lei ci si aspettava: ha spinto sul pedale dell’elettricità, con quel misto di grazia solenne e foga febbrile che la contraddistingue, e ha trascinato con sé, per quasi due ore, gli oltre 2.000 dell’Arena.

C’erano (quasi) tutte: Dancing barefoot, Redondo beach, Because the night, Pissing in a river, People have the power, Looking for you, Privilege. Con un repertorio così, direte voi, è facile. E se poi alla chitarra c’è un marpione del garage-rock come Lenny Kaye, allora tutto viene pure meglio. Ma mica era scontato. La vitalità e la passione, l’urgenza espressiva, quelle è un attimo smarrirle tra una celebrazione e l’altra, tra un ingresso nella Rock’n’roll Hall of Fame e l’ennesima recensione da idolatra dell’ultimo dei blogger. La Smith, invece, la sua carica genuina l’ha mantenuta, al punto tale da non lesinare, qua e là, qualcuno dei suoi sermoni. Come sul finale, quando, dopo una notevole cover di My generation degli Who, ha strappato una ad una le corde di una chitarra ed ha urlato che ogni generazione ha la sua verità, e che tutti noi siamo il futuro e che dobbiamo salvare il mondo e via di seguito.

Gloria, People have the power e Because the night hanno fatto il pienone di applausi (l’ultima dedicata al primo marito, Fred “Sonic” Smith degli MC5), ma anche This is the girl (in memoria di Amy Winehouse) e Banga, dall’ultimo e omonimo disco, sono state ben accolte. E dopo una Pissing in a river intensa, ringhiata, veniva quasi da chiedersi: e se fosse stato il ‘77? Che concerto ci avrebbe regalato, la Smith, quarant’anni fa? Domanda oziosa: ce lo dice proprio lei, conta essere qui ed ora, senza nostalgia, in mezzo alla folla, dove le cose succedono. Sul piedistallo, dall’alto di un palco, o in un vecchio libro di storia del rock: lì si che sono tutti bravi.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.