Mats Gustafsson, “la mia musica tra ricerca e condivisione”

Tra i massimi esponenti della scena avant/improv-jazz nordeuropea, Mats Gustafsson (classe 1964) s’è guadagnato, nel corso di una carriera ormai ventennale, una solida credibilità. Dalla sua, una manciata di ottimi album, realizzati da ...

Tra i massimi esponenti della scena avant/improv-jazz nordeuropea, Mats Gustafsson (classe 1964) s’è guadagnato, nel corso di una carriera ormai ventennale, una solida credibilità. Dalla sua, una manciata di ottimi album, realizzati da solo o in collaborazione con musicisti del calibro di Peter Brötzmann (con il quale forma i Sonore, assieme a Ken Vandermark), David Grubbs (Squirrel Bait, Bastro, Gastr del Sol), Sonic Youth, Jim O’Rourke, Otomo Yoshihide, Zu e tanti altri. Discepolo di John Coltrane, Albert Ayler, Ornette Coleman ma figlio della tradizione jazz e avanguardistica nordeuropea, il prolifico Gustafsson ha saputo coniugare il verbo “free” con la sperimentazione più ardita, arrivando ad una sintesi mai cerebrale ed equilibrata di virtuosismo ed espressività.

La sua ultima release, “Baro 101”, è l’ennesima attestazione di un talento genuinamente disposto al sincretismo, all’intreccio postmoderno di stili e linguaggi. Registrato in compagnia di Paal Nilssen-Love (batteria) e Mesele Asmamaw (krar) in Etiopia, durante la partecipazione al festival “Free the Jazz” (organizzato dalla band underground olandese The Ex), il disco s’impone all’attenzione con due lunghe jam interamente improvvisate, in cui le sonorità africane della tradizione e la radicalità timbrica europea di stampo post-bop e noise s’incontrano alla perfezione, generando un ibrido di grande fascino.

Abbiamo contattato Gustafsson via mail per parlare del suo recentissimo lavoro, e le sue risposte hanno confermato l’impressione di un musicista sincero, votato anima e corpo alla ricerca e alla condivisione, a suo giudizio la vera essenza dell’essere artisti.

L’incontro con Paal Nilssen-Love e Mesele Asmamaw, con cui hai inciso “Baro 101”, è avvenuto in occasione di un festival organizzato in Etiopia dai The Ex, “Free the Jazz”. Come sei stato coinvolto nell’evento? E cosa ti ha spinto a partecipare?

Sì, sono stato invitato dai The Ex a partecipare al loro continui viaggi per l’Etiopia. E non c’era nulla che volessi fare più di questo. Un progetto del tutto fantastico. Avevano tutti i contatti locali con musicisti, maestri e altro, perciò tutto è stato fatto a livello locale. È stato semplicemente incredibile trovarsi lì e lavorare con tutti quei musicisti, partecipare ai workshop e alle altre attività collegate. Che cultura fantastica! E la musica e la gente sono fenomenali.

Com’è nata l’idea di suonare assieme?

Con quel trio? Facile! S’è creato un legame molto molto intenso tra di noi durante quella settimana. Io e Paal [con lui nel side-project The Thing dal 2000, assieme a Ingebrigt Håker Flaten, N.d.R.] avevamo incontrato Mesele prima, in Europa, e dopo una settimana in Etiopia avevamo semplicemente bisogno di registrare! Mesele è un musicista straordinario. Un grande improvvisatore. E poi, swinga come un pazzo!

Le due jam che compongono il CD evidenziano una grandissima intesa. Si ha quasi l’impressione che suoniate assieme da una vita…

In un certo senso, è così: è come se avessimo suonato per tutta la vita assieme. È così che funziona. E l’LP lo prova.

Un altro aspetto che sembra aver contribuito alla resa artistica del disco è il fatto che in esso il virtuosismo tecnico non è un fine, ma un mezzo. Le due composizioni non suonano come una dimostrazione di abilità strumentale, ma come un tentativo sincero di fondere linguaggi musicali differenti…

Be’, se suoni per lanciare la tua carriera o fare impressione sul pubblico, allora è meglio che tu stia a casa. È necessario che l’incontro sia vero, altrimenti non vale nulla. Lo scopo di andare in Etiopia era quello di avere una chance reale di interagire ad un livello più profondo con musicisti locali, e il risultato è stato spettacolare. Questo è solo un primo tentativo e ce ne potrebbero essere molti altri in arrivo…

Come sono nate le tracce? Qualcuno in particolare ha fornito l’input iniziale?

È tutta una questione di condivisione e interazione tra tre persone con i loro strumenti nelle mani. Condividere assieme idee, esperienze, vita: è così che funziona. Siamo tutti sullo stesso piano: non c’è nessun altro modo di fare musica improvvisata insieme. Nessun altro modo.

Il tuo sassofono e i pattern ritmici di Nilssen-Love s’incastrano alla perfezione con il krar, uno strumento che ha un potenziale timbrico davvero interessante. Probabilmente potrebbe essere adoperato anche in un ensemble rock…

Puoi fare tutto con qualsiasi cosa. La musica è come la vita, ma migliore!

La tua tecnica al sax è simile a un mix tra free-jazz e post-bop. Quali sono gli album e gli artisti che ti hanno influenzato di più?

Little Richard, “Here’s Little Richard”; Peter Brötzmann, “Machine Gun”; Serge Chaloff, “Boston Blow Up”; PJ Harvey, “Dry”.

E quali, invece, le collaborazioni artistiche?

Le prossime: ci sono sempre cose nuove da imparare! E il passato è davvero enorme: troppe collaborazioni perché ne possa menzionare qualcuna. Il domani è il punto!

Una tua opinione sulla scena avant/improv: come veterano, non credi che manchi un reale elemento di novità? L’impressione è che ci sia in giro un sacco d’autoindulgenza e un mucchio di sperimentazione fine a se stessa…

Ecco il problema. Ogni giorno è un giorno nuovo: questo è l’approccio al lavoro. Se cerchi di ripeterti, sei fottuto. Hai bisogno di trovare nuove soluzioni, nuove tecniche, nuove collaborazioni, nuova musica. Sempre. Naturalmente, ciò che dici è corretto. Alcuni musicisti in questo campo, come in altri, stanno facendo musica per le ragioni “sbagliate”. È così che la vedo. Ma le persone hanno posizioni diverse sulla questione. Ecco il bello!

Per te, qual è il significato profondo dell’essere un musicista e un artista?

Ci sarebbe una lunga discussione da fare qui! Il significato lo sto cercando: probabilmente è questo il significato, lo scopo di tutto. Credo nell’atto del cercare. E nel condividere tramite il fare.

Per concludere, quali sono i tuoi prossimi progetti? Un tour, un altro disco…

C’è sempre un nuovo tour e un nuovo disco che devono essere fatti. E c’è anche un nuovo sito web da completare [quello del Dischaolic Corner, progetto messo in piedi da Mats: si tratta di un sito dedicato al free jazz, al jazz scandinavo e alla musica sperimentale e specializzato nella vendita di vinili, N.d.R.]. Nei prossimi mesi mi cimenterò in collaborazioni con Merzbow, Neneh Cherry, Joe McPhee, Sonore e molto altro ancora. Non posso attendere oltre per continuare la ricerca e condividere il tutto con i miei vecchi e nuovi compagni d’avventure!

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.