Mario Venuti – Geox Live Club, Padova (26 novembre 2014)

Colto e leggero, da trent’anni Mario Venuti è forse uno tra i talenti più “anglosassoni” che il panorama cantautorale italiano abbia conosciuto. Inusuale dandy dalla provocazione intelligente nel taschino, forte ...

Colto e leggero, da trent’anni Mario Venuti è forse uno tra i talenti più “anglosassoni” che il panorama cantautorale italiano abbia conosciuto. Inusuale dandy dalla provocazione intelligente nel taschino, forte del sarcasmo con cui racconta l’umanità che lo circonda svelandone le debolezze e le più assurde incongruenze alternando registri con una facilità estrema (giocando con l’ambiguità perfetta di chi giudica severo e al tempo stesso ride compiaciuto, senza tediosi “ve l’avevo detto io” a corredo), l’artista siciliano – a discapito di vendite non sempre adeguate alle potenzialità espresse – ha il privilegio oggi di potersi considerare un ragazzo di cinquant’anni: non è solo per il fisico tonico che nasconde in una canotta da running sul palco del Geox Live Club per la tappa padovana del tour promozionale del suo nuovo disco in studio Il tramonto dell’Occidente, ma soprattutto perché meglio di altri colleghi riesce a suonare attuale persino quando ripesca chicche dal suo passato che ricordano solo i fan più affezionati.

È difficile spiegare perché il cantautorato nato negli anni Ottanta non gode della riverenza riservata a quello dei due decenni precedenti e del successivo, eppure Mario con i “suoi” Denovo aveva contribuito attivamente a sprovincializzare il rock italiano guardando ai Beatles e ad Elvis Costello e sviluppando una poetica peculiare. Si era accorto di loro anche Renzo Arbore, che li volle ospiti fissi in quel suo “DOC” ricordato a ragione con affetto e con una certa dose di nostalgia, così come Franco Battiato che produsse il loro capitolo conclusivo Venuti dalle Madonie a cercar Carbone (con un singolo sfiziosissimo come Mi viene un brivido, tra gli XTC più arguti e i Talking Heads più accessibili di And she was). Sebbene anche di recente, complice la pubblicazione delle loro prime registrazioni rintracciate a Venezia, siano riaffiorate ipotesi di reunion con i vecchi compagni, Venuti guarda dritto davanti a sé e al massimo al proprio passato solista in un concerto che sfiora appena la parentesi Denovo con Persuasione.

La parte del leone la fa, come prevedibile, il nuovo disco realizzato con Kaballà e il leader dei Baustelle Francesco Bianconi. La band fa il suo ingresso sul palco al suono del curioso intermezzo-collage Perché? e attacca subito con Il tramonto, un pop elettronico dal testo denso di metafore crude e affilate tra “nomi di maiali” (altro che i “perfetti e inutili buffoni” cantati dal suo maestro in Povera Patria) sulle schede elettorali e studenti senza futuro visti a rovistare nella spazzatura. L’aria è già frizzantina quando arriva Nella fattispecie ed è quindi subito il tempo di citare il Don Giovanni diMozart in Là ci darem la mano e l’Adagio Cantabile della sonata “Patetica” in Do minore (utilizzata trent’anni fa da Billy Joel per la sua “This Night”) ne I capolavori di Beethoven (che non erano l’ardore dei ventanni né il segnale del divinoma il primo dono della sordità)Il pubblico si sente più partecipe quando arriva la sanremese e sadomasochistica Crudele, ed è bene accolta anche la più recente Tutto appare, che all’interno del nuovo album è un duetto con Alice. L’abilità di Mario Venuti nel trattare con ironia strappando a chi ascolta più di un sorriso anche e soprattutto quando non ci sarebbe niente da ridere è evidente in Ventre della città, storia pasoliniana tra cocaina e prostituzione maschile dipinta nel video che ha accompagnato il lancio del singolo; per quanto abbia spesso guardato oltre lo stivale, dal Regno Unito agli States passando per il Brasile (ci arriveremo), i riferimenti alla sua Sicilia sono vividi e presenti in Passau a Cannalora e la seguente Ballata per una città, in un connubio tattico tra le rivali Catania e Palermo spiegato dall’autore tra l’esecuzione dei due brani. Subito dopo si parla di Carmen Consoli, con un’affettuosa e per nulla celata soddisfazione per il disco che la vedrà tornare dopo una lunghissima assenza dalle scene, perché la cantantessa ama Quello che ci manca – proposta subito dopo.

Il Venuti “commentatore sociale” fa capolino in Arabian Boys, ma anche in due episodi come Un italiano senza macchiache volutamente ridipinge il ritratto di Candido di Voltaire e la disco music di Fammi il piacere dedicata a un politico, a “colui che ci siamo ciucciati per vent’anni” (sic). Prima degli inevitabili bis – il pubblico si accorge subito, d’altronde, di due/tre assenze strategiche in scaletta – c’è spazio per altri due estratti da Il tramonto dell’Occidente, vale a dire L’alba(su disco con Nicolò Carnesi) e Ite Missa Est (dal vivo senza l’ausilio di Bianconi e di Giusy Ferreri). Sembrava impossibile potesse capitarmi… e invece mi è successo veramente, reclamano le prime tre file; Mario le accontenta, ma non prima di aver intonato una Fortuna sempre più tinta di bossanova: il cielo grida il tuo nome, la primavera mi risveglierà come un fiore. A questo punto può persino far riposare le corde vocali, visto che il pubblico è nelle sue mani e scandisce perfettamente le parole; non è ancora il momento di far calare il sipario, c’è Mai come ieri (altro assist lanciato a Carmen Consoli, con la quale duettò con successo nella versione originale del pezzo) a sigillare il live set.

Mario Venuti è in forma, parla poco ma lo fa quando serve, fornendo spunti, raccontando aneddoti. Presenta con orgoglio la band che l’accompagna, scherzando con un fan dalle ultime file che fa una richiesta che lui non se la sente di esaudire (il tour precedente era più intimo, con il cantautore al piano e alla chitarra e permetteva una maggiore libertà di improvvisazione); ci si allontana raramente dallo spartito, ma la rigidità è compensata dalla simpatia, dalla bravura e dall’affiatamento tra Pierpaolo Latina (tastiere), Filippo Alessi (percussioni), Antonio Moscato (basso), Donato Emma (batteria) e Luca Galeano (chitarra). La cornice del Geoxino, il foyer del più grande teatro che durante l’anno ospita grandi nomi italiani e internazionali ed eventi a tema, crea l’atmosfera ideale per un concerto intimo, dalla setlist robusta e strutturata con grande intelligenza; disponibilissimo l’artista nel trattenersi con il pubblico alla fine dell’esibizione, per foto e autografi. Il tramonto dell’Occidente tour 2014 mette più in luce il lato polemista rispetto a quello romantico (tra le grandi assenti Per causa d’amore, L’invenzione, Una pallottola e un fiore – ma Recidivo è un album trascurato in toto – e magari la splendida Echi d’infinito donata ad Antonella Ruggiero), ma non è necessariamente un male. Anzi, appena usciti già non si vede l’ora che arrivi il prossimo tour.

(Le foto sono di Paolo Didonè e compaiono per gentile concessione di ZED Live)

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