La nostalgia e la retroguardia: la terza serata di Sanremo

Il Festival di Sanremo, ieri, ha regalato un sussulto inaspettato, un’apparizione, una scivolata nel grandioso nazionalpopolare e una classifica (provvisoria). Il sussulto inaspettato è stato regalato da Fazio che, in una conferenza stampa ...

Il Festival di Sanremo, ieri, ha regalato un sussulto inaspettato, un’apparizione, una scivolata nel grandioso nazionalpopolare e una classifica (provvisoria).

Il sussulto inaspettato è stato regalato da Fazio che, in una conferenza stampa un po’ nervosetta causa tonfo degli ascolti, diceva chiaro e tondo di essersi «rotto le palle» di sentirsi chiamare “buonista”. La sua – spiegava lui – è buona educazione, che in un paese illividito e corroso come il nostro è facile che venga scambiata per un fenomeno deteriore come il “buonismo”. Ovviamente non è così, e Fazio lo sa bene: il suo stile è composto da una serie di mossette affettate, che si compiacciono della loro galanteria, della loro cordialità, ad ogni piè sospinto. È un atteggiamento. Può piacere o no, ma è così. E se le prime due serate sono state ampiamente sotto le aspettative, soprattutto la seconda (7 milioni e 710mila: il risultato più basso dall’ultima conduzione di Pippo Baudo, del 2008), è anche per questo. Non per la partita del Milan o quant’altro, ma perché una trasmissione del genere, prima che noiosa, è fuori synch con gli umori di un paese molto simile al tipo nervosissimo a cui tu continui a ripetere “stai calmo” facendolo agitare ancora di più.

Precarietà, disoccupazione, crisi, instabilità politica, la sfiducia nelle istituzioni totale, una voglia di rinnovamento ad ogni livello che ormai sconfina sempre di più nel suo opposto, la rassegnazione: nel Festival di tutto questo non c’è traccia. È una camera iperbarica in cui le Kessler ancora ballano il Dadaumpa, la signora Cecioni è sempre al telefono con mammà, e Van Gogh e Abbado (omaggiati ieri), al pari di Renzo Arbore, perdono ogni spinta rivoluzionaria per diventare oggetti puramente estetici o d’intrattenimento. Come sempre con Fazio, è tutto classico, nostalgico, tutto passato. Anche nelle canzoni. I pezzi buoni non mancano (De André, Sinigallia, Noemi, Ferreri, Palma, Perturbazione), ma come sempre a Sanremo il tema dominante è l’amore romantico, e non c’è spazio per nient’altro, neppure in un Festival che ha fatto del (presunto) rinnovamento la sua bandiera. A conti fatti, questo poteva essere tranquillamente un Sanremo di dieci anni fa, nessuno se ne sarebbe accorto. C’è persino la Littizzetto che ha riciclato un suo monologo del 2012 (quel pistolotto indegno sulle tette finte, i down e i figli che danno fuoco ai barboni), tanto per dire.

Non è un caso che il momento migliore del Festival sia stato quello più esplicitamente autoironico, la finta protesta poi risoltasi in un colorato numero musicale del gruppo vocale Shai Fishman and the A Cappella All Stars. Tutto ben concordato e ben eseguito, ma non basta a giustificare quattro ore di show.

Si parla di bellezza, di bellezza in una forma purissima e sfilata dall’attualità, in questo Festival di Sanremo. E allora, chi meglio di Damien Rice? Il pubblico dell’Ariston probabilmente incrociandolo per i corridoi l’avrà scambiato per un inserviente o per un figlio di papà busker, ma lui è così, punta dritto al cuore senza ricorrere allo smoking, anche se il palco è quello di Sanremo. Ha cantato due pezzi meravigliosi, Cannonball e The blower’s daughter (giustamente introdotta da Fazio come una delle canzoni più belle mai scritte), e poi è andato via, è quasi fuggito: era un pesce fuor d’acqua, chiaro, ha fatto il favore a lui e a noi di risparmiarci le solite inutili parole dopo due pezzi del genere, che davvero non hanno bisogno di essere spiegati per quanto sono magnifici (la performance integrale la trovate qui). Mentre lo guardavo, pensavo: “campioni, prendete nota”. Ma era una speranza vana, subito risucchiata dallo spot di Coconuda con la tamarrissima Anna Tatangelo.

L’altro ospite della serata era stato Arbore. Era partita bene: lui, rispetto alle Kessler e soprattutto alla povera Valeri, sembrava bello pimpante, fresco. Ovviamente, essendo il sessantesimo compleanno della RAI, sono passate in rassegna le immagini delle varie Indietro tutta, Quelli della notte, Telepatria international, Il caso Sanremo e via di seguito. Solo che, anche qui, siamo scivolati presto e clamorosamente nel nazionalpopolare, con Arbore che impossessatosi del microfono infilava un omaggio a Murolo, Reginella, e poi si lanciava in Come facette mammeta, l’unica cosa che possa far ballare il pubblico dell’Ariston (e infatti…). Tutto questo mentre Fazio l’assecondava con pazienza, pensando al ritardo accumulato e all’audience che, in quel momento, fuggiva via a gambe levate. Meglio il momento con Parmitano, l’astronauta: impacciato, timido, emozionatissimo, ha offerto l’idea di come si possa puntare con garbo sull’emozione e l’omaggio alle nostre bellezze senza tediare.

Non se ne esce, insomma: a Sanremo si celebra una bellezza di retroguardia, e non poteva essere altrimenti visto che si tratta pur sempre di un prodotto pensato per la tv generalista. Uno apprezza lo sforzo di introdurre qualche piccola novità, ma poi si rende pure conto del fatto che l’unico che c’aveva davvero capito qualcosa del Festival era Baudo: l’horror vacui del suo circo maestoso e kitsch era esattamente quello che, sotto sotto, la platea e il pubblico da casa desiderano.

Dopo le esibizioni degli ultimi quattro giovani (Rocco Hunt, Veronica De Simone, The Niro e Vadim: passeranno il primo e il terzo), arriva il momento più atteso della serata, quello della classifica provvisoria dei campioni, basata sul televoto. Ultimo è Frankie Hi-NRG con Pedala: parte da lì la disapprovazione del pubblico, che terminerà solo scavallata la metà della graduatoria. La sensazione è che se anche l’ordine di classifica fosse stato l’opposto, i fischi li avremmo sentiti comunque, perché quello è l’unico momento in cui il pubblico può prendere platealmente le distanza da una cosa che aveva applaudito fino a pochi minuti prima (una roba molto italiana). Sul podio, Renzo Rubino, Arisa e, primo, Renga (la classifica la trovate per intero qui). Insomma, a conti fatti il brano più sanremese. Perché una cosa è chiara, e non cambia mai: Sanremo è sempre Sanremo.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.