James Taylor – Gran Teatro Geox, Padova (24 aprile 2015)

È difficile non emozionarsi al cospetto di un grande cantautore come James Taylor, che ha scelto Padova tra le sei tappe del suo tour italiano e ha incantato un pubblico di affezionati, alcuni con i 33 giri di quando erano ragazzi o ...

È difficile non emozionarsi al cospetto di un grande cantautore come James Taylor, che ha scelto Padova tra le sei tappe del suo tour italiano e ha incantato un pubblico di affezionati, alcuni con i 33 giri di quando erano ragazzi o con uno spartito del suo Greatest Hits anni Settanta, campione d’incassi, che in qualche caso hanno deciso di portare con sé i propri figli adolescenti. Una riunione di famiglia, una lezione d’arte e di storia e, ovviamente, un concerto che ha ripercorso una carriera inaugurata nel lontano 1968, quando Taylor incise il primo album omonimo per la Apple Records dei Beatles, e che continua oggi sebbene con pause più lunghe tra un lavoro e l’altro. Già, perché il suo ultimo disco contenente materiale autografo inedito, October road, risale all’ormai lontano 2002: nel frattempo sono usciti due live – uno dei due con Carole King (autrice di quella You’ve got a friend che è impossibile ancora oggi ascoltare senza lacrime agli occhi, e che ha chiuso nel migliore dei modi una serata magica) – e un accurato compendio su due cd, The Essential James Taylor, ideale introduzione per i neofiti ed eccellente occasione per riscoprire un talento compositivo e interpretativo.

James Taylor (foto su gentile concessione di ZED Live)

Un racconto che spesso si tinge di autobiografia, quello composto dalle canzoni in scaletta il 24 aprile a Padova, con James oggi visibilmente provato dal peso degli anni ma con una voce intatta e familiare. Dagli esordi da ventenne di Something in the way she moves (fatta ascoltare a Paul McCartney e a George Harrison nel lontano 1967) e l’intensa Carolina in my mind, sulla nostalgia per la propria terra dopo essere andato in Inghilterra a tentare la fortuna, fino ai classici degli anni Settanta – molti dal suo capolavoro Sweet Baby James, come la title-track dedicata alla nascita di suo nipote, Lo and behold, Steamroller e le immancabili Country road Fire and rain – e dei decenni successivi, intervallando brani scritti di proprio pugno e cover come How sweet it is (to be loved by you), dal repertorio di Marvin Gaye (e pezzo forte di Gorilla del 1975 insieme a Mexico Wandering), Everyday di Buddy Holly e la già citata You’ve got a friend, canzone vincitrice di ben due Grammy Awards nel 1972. In scaletta anche qualche assaggio del nuovo lavoro dell’artista, Before this world, in uscita nel prossimo mese di giugno: se il buongiorno si vede dal mattino (Today, today, today è una country ballad con il sorriso sulle labbra, You and I again è un omaggio a un amore, “ma non a un nuovo amore”, Stretch of the highway è stata già presentata dal vivo negli ultimi anni) è un bel ritorno dettato da una sete mai sopita di raccontare e raccontarsi più che dalla necessità di “timbrare il cartellino”. Non tutto è sempre andato liscio in una così lunga e fruttuosa carriera, e oggi c’è il tempo anche di riconoscere che Millworker fa parte di un musical che “non era proprio un granché”; mancano del tutto i riferimenti a Carly Simon (Mockingbird, duetto tra i due, è evitato accuratamente in ogni sua antologia ufficiale), ma altri episodi come Shower the people – proposta anni dopo la sua uscita, con un testo italiano, da Luca Barbarossa – e Your smiling face sono in bella mostra e fanno ancora oggi una splendida figura.

E la band? Un signore della canzone con cento milioni di dischi venduti non può che circondarsi di musicisti di primo livello, e così è stato: alla batteria Steve Gadd, una vera istituzione (date un’occhiata ai crediti dei libretti di molti dischi di Eric ClaptonPaul Simon e Macca); alla chitarra Michael Landau, losangelino spesso all’opera con cantanti di casa nostra, daVasco Rossi Laura Pausini fino ad Eros Ramazzotti; al basso Jimmy Johnson (altro curriculum impressionante: Stan GetzLee Ritenour, ma anche Roger WatersRay Charles e l’ex Chicago Peter Cetera), alle tastiere Larry Goldings (stretto collaboratore di James Taylor negli ultimi tredici anni, presente anche nei dischi di Tracy ChapmanSiaNorah JonesMelody Gardot e Rickie Lee Jones). Corista di lusso Kate Markowitz (ricordate il jingle del Bacardi Rum, vero? Bene, lo cantava lei), che Taylor vuole con sé dai tempi di New moon shine del 1991, insieme ad Arnold McCuller e Andrea Zonn. Tra momenti più delicati e intimisti e altri più sostenuti e corali (Shed a little light dal vivo è da pelle d’oca), lo show va avanti senza alcun passo falso: c’è giusto un quarto d’ora di pausa tra il primo e il secondo tempo, con il generosissimo James che si concede a una folla di entusiasti accorsa sotto il palco – chi con un prezioso LP da far autografare, chi semplicemente intento a riprenderlo con il proprio smartphone. Sembra più uno zio che torna a farci visita dopo tanto tempo che una star, complice la quantità di aneddoti raccontati tra un brano e l’altro e qualche parola in italiano di tanto in tanto. Un evento indimenticabile.  

Redazione
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