Invettive allo specchio e futuri possibili: Santo Barbaro

I Santo Barbaro, progetto di Pieralberto Valli e Franco Naddei, sono tra le realtà più interessanti del panorama indipendente italiano. La parabola discografica della band, iniziata nel 2008 con Mare morto, proseguita con Lorna (2010) ed ora ...

I Santo Barbaro, progetto di Pieralberto Valli e Franco Naddei, sono tra le realtà più interessanti del panorama indipendente italiano. La parabola discografica della band, iniziata nel 2008 con Mare morto, proseguita con Lorna (2010) ed ora giunta alla terza tappa con Navi, ha steso un ponte (personalissimo) tra i linguaggi del folk, dell’indie/post-rock e dell’elettronica. Una scrittura brillante, quella dei Santo Barbaro, che unisce suggestioni psicomagiche, numerologiche, citazioni letterarie e una notevole cura formale del sound, dotato di una forza espressiva rara. Quella che segue qui sotto è la trascrizione di una chiacchierata via Skype con Valli, fatta a distanza di due anni dalla prima. Dalle alchimie del processo creativo, concepito come necessariamente dinamico, alle surreali visioni borgesiane, dalla libertà produttiva al “sudore” che deve scorrere sul palco, il musicista di Forlì fissa con precisione le coordinate di un progetto sincretico per natura e anticonformista per vocazione, con, tra le righe, un forte messaggio di eticità.

La prima cosa che volevo chiederti, Pieralberto, riguarda il futuro. Può sembrare strano cominciare un’intervista parlando del futuro, ma mi sembra che sia uno dei temi ricorrenti della tua scrittura. Rispetto a Mare morto e a Lorna, stavolta, come qualcuno ha scritto, ti sei concentrato su un discorso per certi versi più autobiografico, ma secondo me in senso lato: Navi parla di percorsi di vita futuri individuali, è meno “sociale”, meno “politico”, un po’ più privato…

Sì, assolutamente. Premetto: non sono mai stato un fautore del concept album. Tuttavia, quando scrivo, parto da un’idea, da una traccia, qualcosa che ho letto, che ho sentito, che mi ha influenzato. Il primo disco, Mare morto, era una riflessione sul tema dello straniero, affrontava una serie di questioni socio-politiche (l’immigrazione, l'”altro”); Lorna, invece, rifletteva piuttosto su quello che possiamo fare noi – socialmente – per il nostro futuro. Detta altrimenti, il primo era “loro”, adoperava una prospettiva esterna, il secondo era “noi”, partiva da una angolazione interna. Navi, invece, è un’invettiva allo specchio, è autobiografico nella misura in cui non ci si interroga più sul futuro della società, della storia, ma sul futuro personale. Non sono uno che pensa spesso a cose tipo “dove sarò fra trent’anni?”, “ci sarò?”, ma qui ho fatto proprio questo: immaginare le direzioni possibili che la vita può prendere a partire da ogni singolo avvenimento. Un po’ una cosa à la Sliding doors, se vogliamo…

Questo tema delle ramificazioni possibili, però, richiama anche Borges, che per altro tu stesso, nel libretto che accompagna il disco, citi come fonte d’ispirazione di un brano, Querce

È vero. Il passaggio di Borges a cui fai riferimento è tratto da Il libro degli esseri immaginari (Adelphi): due righe davvero, in cui lo scrittore riferisce del sogno di questo Chesterton – un albero che divora gli uccelli che si posano sui suoi rami e che in primavera, al posto delle foglie, mette delle piume. Il sogno finisce così, ma a me è venuta la curiosità di immaginare cosa sarebbe successo dopo. E dunque quest’albero, coperto di piume, si sente uccello e prova a volare, e quindi stacca le radici e sale in alto. In generale, nel disco c’è molto di “magico”. Tra l’altro, è anche pieno di riferimenti numerologici…

Per esempio le «nove navi» della canzone omonima [di cui trovate la clip a fine intervista, n.d.r.]…

Sì, esatto. L’ho infarcito di codici. Mi ci sono divertito parecchio…

A proposito di questa componente “magica”, ho notato nel disco, in misura maggiore rispetto alle prove precedenti, un rapporto più stretto tra parole e musica. I testi mi sembrano per certi versi più impressionisti, e mi pare che si nutrano di suggestioni maggiori dal contatto con la musica, quindi l’insieme è, appunto, estremamente suggestivo, quasi – oggi si usa sempre questo termine, forse un po’ a sproposito – “ipnagogico”…

Giusto. Io i testi li scrivo alla fine, preferisco concentrarmi subito sulla musica. Parto con pianoforte o chitarra, preparo dei loop, faccio un mini arrangiamento del pezzo, ma non aggiungo i testi, solo una linea vocale costruita blaterando un po’ di parole. Anche per Navi abbiamo lavorato prima sugli arrangiamenti dei brani, in studio: il problema è che quando sono arrivati i testi, molte canzoni non stavano più su, non erano più “giuste” per come erano stati architettate. Quindi ci siamo concentrati sulle parole – ci abbiamo messo un anno anche per questo. Il lavoro di Franco Naddei è stato preziosissimo: se c’era una suggestione nel testo, lui provava subito a “rispondere” con la musica, ad andare dietro quella suggestione. In generale, è stato un processo molto interessante…

In effetti il disco fornisce una grande impressione di dinamismo. La sensazione è quella di ascoltare una cosa che, mentre ti si offre, cambia, e tu cambi con lei…

È stato un esperimento voluto e strano, anche perché così facendo sei costretto a rinunciare ad alcune cose, alla bellezza di un passaggio, di un accordo, perché poi certe cose non sono più “giuste” rispetto al testo: devi sfrondare i rami perché rimanga inalterata la connessione tra i due elementi, per salvaguardarne l’essenza. Tuttavia, queste rinunce fortificano il messaggio complessivo: quando riesci a tenere insieme suoni e parole, quando testo e musica vanno davvero assieme, l’effetto è decisamente potente.

Questo processo compositivo è anche piuttosto indicativo di come la natura dei Santo Barbaro si sia evoluta da progetto solista, quale mi sembrava agli inizi, ad una dimensione più collettiva…

Sì, questo è un disco più partecipato. Per Mare morto c’era un gruppo [con Valli, Marco Frattini, Francesco Tappi e Giacomo Toni, N.d.R.], ma sebbene gli arrangiamenti fossero collettivi, testi e musica li scrivevo io. Anche Lorna in effetti l’ho scritto io, con Franco che si è adattato al mio modo di procedere. Per Navi, invece, abbiamo fatto il tentativo di scrivere realmente a quattro mani. Siamo partiti da alcuni provini, e da lì siamo andati progressivamente a ritroso, sino a ricominciare da zero – il che, ovviamente, ha aumentato le possibilità ma anche i rischi, perché così facendo potevamo davvero finire dovunque. Per evitare il pericolo, ci siamo dati dei limiti, abbiamo stabilito delle linee guida, cose tipo «niente chitarre» e via discorrendo. Volevamo evitare che un pezzo andasse in una direzione ed uno in un’altra…

E ci siete riusciti, perché l’album sembra davvero il parto di una mente sola. In casi come questi, mi domando: come si fa a stabilire con un partner compositivo un’intesa tanto stretta? È una quesitone di ascolti, letture e/o percorsi di vita comuni o, magari, basta fissare dei punti? Come funziona?

È una domanda molto difficile, questa. Ad esempio, io e Franco per quanto riguarda gli ascolti abbiamo diversi punti di contatto, dalla new-wave all’elettronica, però siamo generazionalmente diversi. Franco viene dai Depeche Mode, poi ha continuato con Talk Talk ed altre band che esulano dall’elettronica in senso stretto. Io a queste cose ci sono arrivato dopo, la new-wave non l’ho vissuta, me la sono ascoltata “da grande”. Piuttosto, sono figlio degli anni ’90, del trip-hop. Al di là dei punti in comune, credo che la simbiosi vera tra noi sia nata perché, dopo Lorna, ci siamo fatti un anno e passa di concerti in due (anche se il disco è stato registrato in tre, abbiamo deciso di andare in giro in coppia, per una serie di ragioni). Durante quell’esperienza ci siamo divertiti, ci siamo capiti, perché ogni volta salivamo sul palco con la totale libertà di andare ovunque. Ogni volta i pezzi prendevano una forma diversa, trovavano strutture aperte, si nutrivano di improvvisazioni nuove: ecco, lì abbiamo trovato la sintesi tra le nostre due personalità artistiche.

Hai parlato proprio adesso di libertà e mi è venuto in mente che, mentre Lorna è uscito per Ribéss, questo disco (come il tuo esordio) è autoprodotto. Com’è nata questa esigenza?

Non so, mi chiedo spesso cosa porti collaborare con un’etichetta discografica. In Italia, se escludiamo le label “indie” maggiori, tipo La Tempesta, non mi sembra che cambi granché, perché poi i soldi (per la produzione, l’ufficio stampa e quant’altro) ce li mette il gruppo. Per Navi ci sono arrivate un po’ di offerte, ma nessuna mi ha convinto: a quel punto, dover perdere libertà nei tempi, negli arrangiamenti, nella parte artistica in generale, per avere poco in cambio, mi sembrava una scelta poco sensata. Alla base della decisione di autoprodurci, però, c’è anche un’altra motivazione. Franco ha uno studio di registrazione, e mi sembrava giusto che il disco recasse anche una sorta di riconoscimento visivo per il suo lavoro di produttore artistico (una figura oggi praticamente scomparsa). Mettere il marchio di un’altra etichetta che, in fin dei conti, non avrebbe aggiunto nulla al lavoro, mi sembrava ingiusto.

In effetti, di grandi produttori artistici non ce ne sono più. Siamo sempre più disabituati ad avere dei dischi curati nel suono, anche per via del proliferare di questo sound “da cameretta” che contraddistingue la scena indie attuale (anche in Italia), una sorta di pauperismo estetico che il più delle volte è comunque stantio, plastificato…

Sì, e tra l’altro non ha niente a che vedere con i dischi “fatti in casa”, che ce ne sono anche di molto belli. Mi sembra sia diventata una moda, e soprattutto nel nostro paese siamo un po’ schiavi delle mode, mancano delle idee forti. Sai, fare un disco oggi è strano, perché la maggior parte della gente non ascolta più un album per intero, non lo mette nello stereo per sentirselo fino alla fine. La gente ascolta musica tramite YouTube o streaming vari, ha gli mp3 (di qualità pessima): non c’è più, insomma, l’attenzione o la curiosità di prendere un disco e vedere com’e stato concepito. Un album, per me, è un ragionamento che va dalla prima all’ultima traccia, e segna un percorso, bello o brutto che sia. Questa concezione, però, non c’è quasi più, mentre io, sinceramente, ne sento la necessità. Ecco perché la mia preoccupazione è fare un disco che abbia un senso dall’inizio alla fine per me: io faccio un disco perché lo devo a me stesso, perché ho un’idea di fondo delle cose, esattamente come accade con un film o uno spettacolo teatrale. Se poi la gente dopo il primo tempo se ne vuole andare, io non la ricorro: è un suo sacrosanto diritto. Non voglio essere schiavo della logica attuale e quindi fare pezzi staccati di tre minuti, registrati in casa, che possano piacere a qualche critico, non ci penso proprio…

Concludiamo l’intervista parlando del tour. Farai dei concerti, giusto?

Lo spero! Purtroppo, non dipende da me. [ride. Più in avanti, a chiacchierata conclusa, Pieralberto ricorda che l’unica data confermata è quella del 20 febbraio al Capanno Blackout di Prato, N.d.R.]

Come credi che saranno gli arrangiamenti? Insisterete sull’elettronica, eliminando la parte acustica, oppure cercherete un equilibrio tra il sound più cantautorale di Mare morto e quello più sintetico di Navi?

Ci siamo posti anche noi questa domanda. Nella “data zero” del 1° dicembre al Clandestino di Faenza, abbiamo trovato un buon compromesso. In generale, volevamo mantenere l’elettronica, ma anche fare in modo che il concerto fosse il più “vivo” possibile, perché il bello di un live è quando la gente sul palco suda, non quando va su con un computer e spinge un bottone. È una cosa che vedo fare spesso, ma mi mette una grandissima tristezza. Il privilegio di stare sul palco devi guadagnartelo, devi scendere che non ne hai più, che sei stremato, che hai dato tutto quello che potevi dare. Tornando a noi, il compromesso che abbiamo trovato è una formazione a quattro, io al basso e alla voce, Franco e Davide Fabbri ai synth e alla manipolazione dei suoni, ed Enrico Bocchini alla batteria, alle percussioni e alle lamiere. In questo modo, non perdiamo in spontaneità. La data al Clandestino, in effetti, è andata bene; certo, ci sono dei dettagli da sistemare, ma è normale nelle date zero. L’impressione generale è stata più che positiva: sono sceso dal palco che non ne avevo più…

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.