Il Festival di Sanremo e il nostro grande futuro alle spalle

Ora che è finita (con la vittoria di Arisa), qualche considerazione ulteriore su questo 64esimo Festival di Sanremo possiamo farla. Non mi dilungherò sulla serata di ieri, sulla performance di Ligabue, sul matrimonio di Fazio e ...

Ora che è finita (con la vittoria di Arisa), qualche considerazione ulteriore su questo 64esimo Festival di Sanremo possiamo farla. Non mi dilungherò sulla serata di ieri, sulla performance di Ligabue, sul matrimonio di Fazio e Littizzetto celebrato da Terence Hill proprio in apertura, sulla comparsata inutile di Claudia Cardinale (meglio della Valeri, ma pur sempre evitabile), sul sorprendente Stromae (finto ubriaco, eh). Neppure sulle canzoni: ne ho parlato diffusamente negli speciali sulle altre serate, i giudizi rimangono invariati anche alla luce del verdetto finale. Mi interessa piuttosto l’insieme, per provare a capire perché questo Festival, che sulla carta andava sul sicuro (almeno per gli ascolti), è stato un flop.

Tanto per cominciare, è stato uno show noioso, con poca verve, molto nostalgico. Troppo nostalgico. L’idea (non si sa se di Fazio o dei dirigenti RAI: probabile di entrambi) era prendere due piccioni con una fava: fare il Festival e, contemporaneamente, celebrare i sessant’anni della tv di stato. Esporre un po’ di argenteria durante le cinque serate doveva servire non solo a dare lustro a mamma RAI, sempre più appannata negli ultimi anni, ma anche probabilmente a risparmiare qualche soldino. Il filo conduttore è stato un (banale) elogio della bellezza, che doveva tenere insieme le Kessler e Parmitano ma che, alla fine, si è rivelato un appello vago, stereotipato, a tratti persino troppo “alto” (almeno per il contesto del Festival: vedi le celebrazioni di Van Gogh Abbado) e, soprattutto, teso al passato.

(Luciana Littizzetto tra le gemelle Kessler durante la seconda serata del Festival)

Il sottotitolo di questo Sanremo, se fosse possibile darne uno, sarebbe “un grande futuro alle spalle”. Fazio, il nostalgico per eccellenza della tv italiana, non s’è smentito: ha eretto un monumento ai bei tempi, quelli di Mike, dell’ombelico della Carrà, dell’altra tv di Arbore. L’ha fatto come sempre in maniera esplicita (le ospitate) e implicita (il suo stile di conduzione finto ingenuo). Alla fine ci ha consegnato uno show cimiteriale, un’opprimente visita in un museo di reperti che testimoniano una grandezza passata la quale (è il sottinteso, forse in buona parte inconscio) non tornerà più.

Anche il monologo di Crozza, che ieri doveva rappresentare il momento fresco e sferzate della serata, era in realtà profondamente (e involontariamente) malinconico. Desideroso di strappare l’applauso (di più: l’ovazione) dopo le contestazioni dell’anno scorso, il suo show è stato la quintessenza del populismo (imitazione di Renzi compresa). Una banale rassegna di luoghi comuni sull’ingegno italico che, mentre apparentemente rivendicava la paternità di alcune grandi invenzioni spernacchiando l’Europa ed esortando a recuperare l’antica grandezza, finiva col suonare sempre più carico di rimpianto e inconcludente.

Gli ascolti del Festival sono stati deludenti, inutile girarci intorno, anche quelli della finale. Ma non c’entrano la qualità delle canzoni, che tutto sommato è sempre quella (medio-bassa). È una questione di umore e di scarsa sintonia con il pubblico (con una bella fetta, almeno). In un’epoca di grande precarietà personale ed “istituzionale”, di profonda sfiducia nell’establishment ad ogni livello, di disoccupazione giovanile, di rabbia e voglia di speranza e di futuro, era impensabile che un Festival così riverente nei confronti del passato, chiuso all’attualità e persino snob (un minuto frettoloso di ricordo per Freak Antoni, trenta secondi per Di Giacomo, e mezz’ora per la Carrà, le Kessler e Arbore) potesse registrare ascolti record. Ad un trentenne disoccupato e sfiancato dagli stage gratuiti, al 40enne disaffezionato alla politica, al 50enne che non ce la fa a pagare le bollette, in generale a chi chiede e spera un cambiamento per questo Paese tutto, cosa vai a proporre? Mezz’ora di Valeri che balbetta in una spenta riedizione di se stessa cinquant’anni prima? Brignano che fa il verso ad Aldo Fabrizi? Caroli che parla per l’ennesima volta di Van Gogh mentre la Littizzetto sbava per Renga? E andiamo.

(Arisa riceve il premio per la vittoria a Sanremo)

Non si trattava di dare al popolo quello che il popolo vuole, perché altrimenti sarebbe stato pure peggio. Il punto era trovare un compromesso (difficile, è vero) tra le necessità dello spettacolo generalista e un rinnovamento invocato da più parti a gran voce. Fazio s’è illuso che quest’ultimo compito potesse essere svolto dalle canzoni, ma anche qui ha fatto male i conti: c’era tanta retroguardia anche tra i brani in gara, pure tra le “Nuove Proposte”. Il verdetto ha premiato Arisa, la nuova Orietta Berti. Secondi Gualazzi e Beetroots, avanguardia per il Festival, retroguardia per il resto del mondo; terzo Rubino, il giovane vecchio del pop nostrano. Un terzetto di compromesso, male assortito, specchio di una profonda confusione.

Ecco, il valore di questo Festival di Sanremo è soprattutto quello documentale: racconta un’epoca di transizione, un passaggio di cui non siamo ancora ben consapevoli. Non è chiaro cosa ci voglia per l’anno prossimo (e, in generale, per il futuro): non lo sa nessuno. Quello che questo Festival ci dice chiaramente è che anche il rifugio nel passato spinto come panacea di tutti i mali non funziona più, nella cultura (pop) come altrove. Siamo fregati, insomma.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.