I mutanti del post-punk: The Horrors

L’evoluzione. L’evoluzione è la chiave per la sopravvivenza. Perché se non muti, se permani identico a te stesso, finisci per soccombere. I The Horrors questo l’hanno capito benissimo. Nello spazio di tre dischi, il combo ...

L’evoluzione. L’evoluzione è la chiave per la sopravvivenza. Perché se non muti, se permani identico a te stesso, finisci per soccombere. I The Horrors questo l’hanno capito benissimo. Nello spazio di tre dischi, il combo britannico è passato con disinvoltura da un sound aspro, esagitato, sopra le righe (una sorta di mash-up tra The Fuzztones, The Cramps, Screamin’ Jay Hawkins, The Gun Club, The Birthday Party e The Jesus and Mary Chain) a lidi progressivamente più soft da un punto di vista dell’impatto ma decisamente più articolati sul piano armonico/strutturale, accostandosi alla wave sintetica degli anni ’80 e mostrando, con il recente “Skying”, persino un lato etereo (Cocteau Twins, Slowdive) e pop (Simple Minds).

L’ironia è che hanno fatto tutto ciò con cognizione di causa, con studiata bravura, con una consapevolezza ed una lucidità (e, consentiteci, con una buona dose di coraggio: sarebbe stato molto più semplice e remunerativo insistere con la formula iniziale) che raramente capita di riscontrare nei loro colleghi coetanei. E, soprattutto, non hanno sbagliato praticamente nulla. Con il passare del tempo, insomma, Badwan e soci si sono rivelati ben altra cosa che gli scalmanati emuli di Lux Interior e Rudi Protrudi (ma anche, a ben vedere, di Ramones, Sex Pistols, Bauhaus, Joy Division e Christian Death). Dietro la mise stracciona e i capelli arruffati si nasconde, infatti, un gruppo di musicisti di assoluto valore.

Dopo un primo EP omonimo del 2006, la formazione, originaria Southend-On-Sea, Essex, pubblica il primo full-lenght, “Strange House” (2007). Più che l’originalità (i debiti, soprattutto con Cramps e Fuzztones, sono evidenti), a colpire è la spontaneità dell’insieme. L’impasto di ritmiche secche e minimaliste à la Neu! (Joseph “Coffin Joe” Spurgeon), bassi palpitanti in pieno stile dark (Tom “Tomety Furse” Cowan), chitarre iperdistorte (Joshua “Joshua Third” Hayward) e tastiere ed organetti acidi (Rhys “Spider” Webb), che Badwan completa con il proprio registro nevrotico (che vanta qualche assonanza con Peter Murphy), dà vita ad una sorta di giostra psicotica dall’innegabile capacità evocativa. La prima metà dell’album è la migliore. Jack the Ripper (cover di Screaming Jay Hawkins) gioca su pulsazioni lente e profonde su sui s’innestano un magma incandescente di sei corde elettriche e il latrato sciamanico del bandleader, salvo poi lanciarsi in una danza scalmanata, che trasuda umori orrorifici. Battito dance, synth ossessivi e chitarre brucianti sono i fili di cui si compone il patchwork sgangherato di Count in Fives, garage-(post)punk apocalittico da annoverare, come il pezzo precedente, tra le cose migliori del full-lenght. Il rock’n’roll tiratissimo e crampsiano di Draw Japan e la spettrale Excellent Choice (perfetta come soundtrack d’un film horror) anticipano la robusta galoppata di Little Victory, la quale, tuttavia, oltre all’energia non offre molto. Trascurabili anche Thunderclaps, tentativo poco riuscito di rituale d’evocazione demoniaca, che scade nel prevedibile, e Gil Sleeping, uno strumentale tutto imperniato sull’uso di loop che alla lunga sa di esercizio di stile. Sono altri, in questa seconda parte dell’opera, i momenti rilevanti: la galoppata di Sheena Is a Parasite, col suo vortice di chitarre e tastiere sporchissime, rumorismi e dissonanze assortite, la minacciosa A Train Roar (riff hard rock, battito metronomico, organo psych e ringhio di Badwan) e lo scalmanato garage-rockabilly di Death at the Chapel, ghost track con influenze “rotteniane”.

Nel complesso, “Strange House” è un lavoro che, nonostante qualche caduta di tensione ed un tasso d’originalità reale inferiore a quello apparente, evidenzia comunque un notevole talento (seppur ancora acerbo) in fase di scrittura, una non comune capacità di costruzione d’atmosfere malsane e, soprattutto, una genuinità che ha pochi riscontri nel revival post-punk del periodo.

Con “Primary Colours” (2009), Badwan e soci impongono una prima sterzata al loro sound. Accantonata l’irruenza animalesca del debut, le nuove traccesuonano più maestose, solenni. Alla foga omicida si sostituiscono algide meditazioni dall’incedere ipnotico, con i sintetizzatori a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore. Folate elettroniche, drumming secchi, linee di basso cavernose, chitarre sature ed un austerità sciamanica sono gli ingredienti del nuovo corso dei The Horrors, che stavolta riescono a giocare con i loro riferimenti (in primis, Jesus and Mary Chain, Joy Division, Bauhaus, The Cure) in maniera decisamente originale.

Sotto l’egida di Geoff Barrow (Portishead), qui nelle vesti di produttore, il quintetto inglese cesella dieci piccole perle contese tra gelo interiore, spasmi rabbiosi e smarrimento esistenziale. L’impressione è che la formazione sia arrivata ad una sintesi tra la fisicità post-punk e l’onirismo più lisergico. Mirror’s Image, ad esempio, apre il disco all’insegna di lievi coloriture digitali, per poi sfoderare un battito ballabile, punteggiature minimaliste di synth e sei corde deturpate. Keyboard orchestrali fasciano la martellante partitura di Who Can Say, sorta di ibrido tra i Joy Division (omaggiati anche in Scarlet Fields) ed il garage-rock degli anni ’60, mentre Do You Remember strizza l’occhio al “Madchester-sound” e ai suoi eroi (Happy Mondays e The Stone Roses), sempre, tuttavia, sotto l’occhio vigile delloshoegaze.

Il fantasma di Jim Morrison aleggia sulla spettrale litania di I Only Think of You, con le vocals di Badwan che poggiano su un tappeto ritmico essenziale e, soprattutto, su un pattern monocromatico di chitarre e sintetizzatori; il lento crescendo aggiunge un pizzico d’ansia metafisica al pezzo. I Can’t Control Myselfè un ¾ spettrale, condito dalle immancabili distorsioni, ed anticipa l’ariosa e magniloquente title-track. Stando così le cose, non può stupire che in scaletta ci sia un brano come Sea Within a Sea, otto minuti a base di una nenia sconsolata che s’inerpica su un duetto ipnotico di basso e batteria per venir poi, nell’ordine, trafitta da cacofonie e spasmi noisy d’ogni sorta, percorsa dal fremito di un synth nevrotico ed incorniciata da tastiere classicheggianti. È un pezzo che dimostra l’abilità del combo nel fagocitare materiale di diversa provenienza (vi risuonano anche i Neu! e certa scena kraut degli anni ’70) e adattarlo alle proprie esigenze espressive in maniera del tutto personale.

Anche i brani che ricordano più da vicino il recente passato (Three Decades, New Ice Age) sono in realtà trasfigurati sotto le insegne di un approccio che, sacrificando qualcosa all’immediatezza e all’urgenza, privilegia la costruzione sapiente, il lavoro di cesello, senza per questo perdere in vigore, anzi. Il crooning oscuro del frontman, il passo mesmerizzante ed il sound nel complesso più granuloso, viscoso, non suonano mai autoindulgenti, configurandosi al contrario come strumenti al servizio di una poetica gotica che, pur non rifondando il genere, rifugge (riuscendoci, il più delle volte) gli stereotipi. La svolta sarà stata pure netta, ma tutto reca il marchio ormai inconfondibile dei The Horrors.

La progressione cominciata con “Primary Colours” trova in Skying” (2011) il suo naturale sbocco. Qui la band approda ad un sound decisamente più composto, arioso, quasi estatico rispetto al predecessore, grazie ad ampie orchestrazioni sintetiche e ad intro ed outro più o meno elaborate. Alle tradizionali influenze del gruppo si assomma la lezione di My Bloody Valentine, Echo & The Bunnymen, Julian Cope, Cocteau Twins, Slowdive e Simple Minds. Il risultato rimane comunque notevole. Perché Badwan e soci posseggono intelligenza e talento melodico a sufficienza per poter giocare con il passato senza cadere nella trappola del revivalismo più scontato. Del resto, non era stato forse così con le precedenti prove? Persino “Strange House”, da alcuni percepito come acerbo, rivelava, pur nella riproposizione di certi stilemi post-’77, una vis espressiva ed una freschezza capaci di colpirti come un pugno in pieno viso. E questo proprio grazie alla capacità del quintetto di non lasciarsi fagocitare dal passato, di non farsi catturare dall’effetto-nostalgia.

La musica, insomma, è cambiata. E l’opener, Changing the Rain, con il suo incedere mesmerizzante, il cantato (insolitamente, per Faris) sotto le righe, le chitarre sporche e le sinuose trame sintetiche, che precipitano in un vortice psych, fissa il canovaccio lungo il quale si muoverà tutta la scaletta. Badwan si sta ritagliando un ruolo di cantore languido: You Said, rilassata ed impreziosita da meravigliose aperture di tastieristiche in corrispondenza del refrain, evidenzia un approccio maggiormente pop alla composizione. L’enfasi non manca: si ascolti, ad esempio, I Can See Thorugh You, marchiata da un battito secco e minimalista in perfetto stile Neu!. In Endless Blue, ad un’introduzione a base di picking post-rock, fiati e sbuffi di tastiere, segue un’improvvisa accelerazione all’insegna di riff graffianti, cosa che, tuttavia, non toglie nulla all’umore dimesso del pezzo. Fossimo stati ai tempi del loro debut, avremmo ascoltato un impasto martellante di sei cordeiperfuzzose e Farfisa nevrotici. Ma quei tempi, come abbiamo detto, sono irrimediabilmente passati. Dive In, ad esempio, offre una rilettura del sound di Happy Mondays e Stone Roses. Del resto, i nostri c’avevano avvisato: il primo singolo, Still Life, con quel giro di tastiera marcatamente anni ’80, aveva lasciato presagire l’ulteriore svolta.

Wild Life è un intreccio di bassi pulsanti, keyboard minimaliste, canto spossato, chitarre grumose e fiati, che conferma l’impressione, accreditata sin dall’inizio del disco, di un viaggio nella terra di mezzo tra sogno e veglia. La scossa la danno, sul finale di Moving Further Away, le solite sei corde grezze – non prima, però, che i quattro ci abbiano ipnotizzato con il tipico repertorio di minimalismi ritmici ed elettronici. In Monica Gems, tra le varie manipolazioni sonore, è possibile scorgere una melodia brit di stampo 60s, con tanto di coretti. I 7′ 50” di Oceans Burning ci immergono in una tenera nenia post, deturpata da un intermezzo a base di rumorismi ed arricchita da un cambio di tempo, consegnandoci quella che è forse la vetta dell’album.

“Skying”, insomma, non è l’LP di una band normalizzata, ricondotta, dopo le sbornie dei primi due full-lenght, a più miti consigli (per gli acquisti), ma il lavoro di una formazione matura, consapevole dei propri mezzi, che ha inteso sperimentare, ricercare ancora una volta strade nuove. La sensazione è che questo potrebbe essere il disco della “classicità” e che i successivi lavori difficilmente si discosteranno da tale formula. Ma con i The Horrors non si può mai dire…

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.