Giovanni Succi: «I miei Bachi, tra rock duro e ironia»

«Scusami, ho un po’ di tosse. Un’influenza in arrivo, spero non troppo forte, anche perché per il tour dovrò essere pimpante come un grillo: a suonare i pezzi di Quintale si suda…». Comincia così la chiacchierata ...

«Scusami, ho un po’ di tosse. Un’influenza in arrivo, spero non troppo forte, anche perché per il tour dovrò essere pimpante come un grillo: a suonare i pezzi di Quintale si suda…». Comincia così la chiacchierata con Giovanni Succi, metà dei Bachi da Pietra assieme a Bruno Dorella. Un’intervista densa, divertente e divertita, con il musicista intento a svicolare, con l’arma dell’ironia, dai cliché da indie-rocker cui il nuovo LP, Quintale, potrebbe confinare un progetto che, partito dal delta del Mississippi sulle orme del fantasma di Robert Johnson, ha trovato via via gli Slint, Tom Waits, i Pan Sonic e il metal. «Mi sono dato una strategia, per stabilire come reagire alle domande standard che si fanno in questi casi», confessa ridendo Succi. Nella conversazione riportata qui sotto (a cui segue la clip Soundcloud di Paolo Il Tarlo), non mancano quindi le risposte bizzarre, ma anche elementi e spunti di riflessione seri, articolati, che gettano luce sull’approccio alla musica e all’“industria” discografica (a quel che ne resta…) di uno dei più interessanti esponenti del panorama indipendente italiano.

Quintale, per certi versi, è differente dai vostri dischi precedenti. Più corposo, più saturo, ma non necessariamente più fisico, giacché la vostra musica ha sempre avuto una sua corporeità…

In effetti, abbiamo sempre avuto un impatto molto fisico: basta ascoltare il nostro primo lavoro, Tornare nella terra, per rendersene conto. Che poi questa cosa sia stata o meno recepita dagli “ascoltatori scriventi” è un altro discorso. Posso dirti che, statisticamente, gli “ascoltatori udenti” non hanno mai avuto difficoltà a percepire quest’aspetto della nostra musica, anche perché contrariamente ai primi non hanno l’obbligo di dover descrivere quello che sentono: lo sentono e basta…

Ecco, però come mai questa impostazione, con queste chitarre così aggressive? E perché proprio ora?

Mah, in effetti noi avevamo deciso di fare un album dedicato alla disco music anni ’70, e quindi avevamo preparato tutta una serie di pezzi che andavano in questa direzione. Quando poi siamo arrivati in studio, Ragno Favero ce li ha bocciati, dicendoci che oggi va di moda il rock’n’roll. E noi gli abbiamo detto: guarda che con il rock’n’roll noi non sappiamo neppure dove mettere le mani. Favero ci fa: tranquilli, ci penso io. Noi ci siamo messi a giocare alla Playstation e lui, tra una telefonata e l’altra alla sua ragazza, ha tirato giù una serie di pezzi. Abbiamo usato dei preset per i suoni, qualche stacco di Guitar hero e per i testi ci siamo affidati ad una chiromante che ha una grotta sul lago di Varese. E, come si dice in questi casi, “siamo molto soddisfatti del risultato”. [ride]

Ti sei perfettamente calato nei panni della pop-star che rilascia interviste a rotta di collo. A proposito: mi ha sempre colpito il fatto che, in molte chiacchierate con la stampa, tu abbia rivendicato un approccio “artigianale” alla registrazione. Una delle conseguenze è che spesso nei dischi dei Bachi sembra di sentire suoni elettronici che, magari, sono semplicemente il prodotto di un basso percosso, o comunque ottenuti senza “trucchi”. Anche per Quintale è stato così: avete fatto tutto in analogico, senza sovraincisioni…

Sì, è una cosa molto divertente. Un po’ come il gioco delle ombre: usi le mani per fare un drago, ma in realtà sono solo delle dita. In linea di massima, partiamo sempre da un’ipotesi: e se fosse solo questo quello che abbiamo a disposizione? E se fosse finito l’universo e staccata la corrente e noi avessimo il ricordo dei Pan Sonic, come ce li risuoneremmo in questa caverna? Ecco una delle fonti d’ispirazione dei Bachi. A questo giro siamo andati molto più facili, senza nessun tipo di elucubrazioni: abbiamo attaccato tre ampli ad una chitarra e siamo andati giù di reminiscenze adolescenziali. L’heavy metal, ad esempio, è la musica della mia adolescenza: adesso, che ho 43 anni, da qualche parte può anche venir fuori. Ho l’età per maneggiare certe brutture. [ride]

Giulio Ragno Favero, de Il Teatro degli Orrori, è il produttore del nuovo disco. Come vi siene incontrati?

Ci siamo incontrati alcune volte dal vivo. C’aveva detto che per lui era stata un esperienza mistica vedere i Bachi da Pietra. Noi ovviamente l’abbiamo ringraziato, commossi. Poi, un giorno, ci siamo incontrati sulla soglia di un bar a Ravenna. Mi ha salutato, mi ha detto: «Giovanni, sono Giulio del Teatro», e in quel momento ero io che stavo avendo un’esperienza mistica, ma tutta per conto mio, perché non l’ho riconosciuto. Ho cominciato a pensare a tutte le persone che conosco nell’ambito del teatro: non sono riuscito, nel giro di quei pochi secondi che usa nell’ambito di una normale relazione sociale, a capire di che stesse parlando. Poi, però, ho focalizzato, gli ho fatto: «Giulio, ciao!» E lui mi ha detto: «Giovanni, se non fate il prossimo disco con me vi denuncio!», e questa non è una cazzata, ce l’ha detto davvero [ride]. E noi, per evitare questa denuncia, essendo già molto indigenti… [ridiamo]

Ascoltando il disco, ho avuto questa impressione: le sonorità sono molto corpose, ma il tema di fondo mi pare invariato rispetto ai vostri dischi precedenti, perché si parla sempre dell’uomo, della sua fragilità. C’è, anche in Quintale, un’epica, un’esaltazione della piccolezza, della bassezza. È solo una mia impressione?

No, direi che hai colto uno dei segni, dei miei chiodi fissi. Visto che mi parli di contenuti e ricorrenze, un altro spunto è quello del divino. La stessa scaletta del disco è costruita come una specie di (oddio, adesso tremano i muri) “concept”. Quintale contiene una serie di considerazioni sul rapporto tra uomo e Dio, con l’uno alternativamente vittima dell’altro. Nel momento in cui l’uomo incontra Dio, lo trova patetico e, a differenza di quello che farebbe Dio incontrando l’uomo, lo perdona e lo deride, parlando il suo stesso linguaggio. Pensieri parole opere dice: «tu saresti Dio ma ti perdono ho sbagliato anche io». Poi, quando l’uomo si trova nella posizione di Dio (in Dio del suolo), per un motivo che nemmeno lui sa, come una specie di “passatempo”, schiaccia senza nessuna pietà gli insetti. Non perché li odia: gli piacciono, li ama, ma è così bello infliggere la pena…

Nella versione digitale del disco c’è una traccia in più, baratto@bachidapietra.com, in cui sostanzialmente chiedete a chi scarica illegalmente il vostro disco di ricambiare offrendo una prestazione lavorativa. La cosa sta funzionando?

Sta funzionando, incredibilmente, e siamo stra-felici. È importante che quel brano non sia frainteso come una polemica, però. Il pezzo dice: è ovvio che si scaricano i dischi, e non possiamo farci niente, va bene così. Tuttavia, e questo è il succo, nel momento in cui usi il tuo lavoro, fammi usare un pezzettino del tuo, perché non è che io non abbia bisogno di un idraulico, di un imbianchino, o quant’altro. Per cui la proposta è questa: tu ti scarichi la mia musica, però in cambio, se ad esempio hai una pizzeria, mi dici “quando passi da queste parti, ti offro una pizza”. Se moltiplichi il gesto per quanti fanno il download del disco… Chiaramente, nessuno si aspetta che questa prospettiva idilliaca di scambio si realizzi in pieno, però con Baratto… può darsi che almeno un pezzettino misero di quest’utopia si avveri. Tra l’altro, è molto interessante il fatto che tra le prime proposte di scambio ci siano arrivate offerte da persone che lavorano nel settore delle produzioni video: per noi è un nervo scoperto, perché con i soldi riusciamo giusto a registrare i dischi, certo non a fare le clip…

Torniamo un attimo al disco e alla sua struttura: è evidente come Quintale proceda da un incipit forte, con sonorità hard-rock/metal, e arrivi ad un finale in qualche modo più arioso. Possiamo dire che in questo caso l’album accenni ad una catarsi che in altri dischi, per esempio Non io (per me, il vostro capolavoro), manca completamente?

Sì, in effetti è così. E a proposito di Non io, quello è anche il nostro disco meno considerato in assoluto. Pensa che – per dirti a che livelli di “follia” eravamo arrivati -, quando abbiamo finito l’album, io e Bruno [Dorella, n.d.r.] ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: «wow, questo è il disco della svolta, non può passare inosservato!». «Ma ti rendi conto – facevo io – di cosa abbiamo per le mani?». E lui: «si, infatti ho già acceso un mutuo per l’acquisto di un cottage. Che Non io ci ripaghi di tutto!». [ride] Poi, però, un giorno c’è stata una piccola rivincita. Un produttore di una grossa serie tv americana, Sons of anarchy (tra l’altro interpretata da un mio mito d’adolescenza, Henry Rollins) mi ha contattato via email per chiedermi l’utilizzo di Casa di legno. Ho scoperto così che esiste un mondo, gli Stati Uniti, in cui si è così disposti al riconoscimento del merito altrui da arrivare persino a contattare uno sconosciuto che sta a migliaia di chilometri di distanza – e sì che di gruppi che potevano suonargli qualcosa di simile a Casa di legno, tra Los Angeles e Casale Nizza Monferrato, quel produttore ne trovava, eccome. Lui, però, si è rivolto direttamente a me. Ecco, questo fa capire che il nostro è un problema di mentalità, prima che di cattivi politici: nessun produttore romano telefonerebbe mai ad un musicista di Calcutta…

A proposito degli USA, ti piacerebbe realizzare un disco lì? Al di là dell’ebbrezza di attraversare l’oceano e magari confrontarsi con modalità produttive e professionalità diverse, magari proprio per bypassare certi meccanismi dell’industria musicale italiane che proprio non ti piacciono?

Be’, noi Bachi, in Italia, abbiamo avuto sempre la fortuna di lavorare con i professionisti migliori del settore e credimi, tante cose avrebbero da insegnarle loro ai colleghi stranieri (tant’è che alcuni lavorano assiduamente all’estero). Quindi, se parliamo di mestiere, ti dico subito di no. Nel senso: mi piacerebbe registrare negli USA, a patto di avere uno dei fonici che mi piace (che guarda caso sono italiani). Alcuni dischi fondamentali, con suoni fondamentali, provengono dagli Stati Uniti, nessuno lo nega: ma lì hanno risorse che noi ci sogniamo, perché siamo un microsistema e quindi va così. Tra le cose “in più” che ci sono all’estero, poi, c’è l’atteggiamento che la gente ha nei locali in cui suona una band: negli USA, se da sconosciuto fai un concerto in un posto, la gente, al 99%, è lì per ascoltarti. L’atteggiamento del pubblico è di sfida: è come se ti dicessero “vediamo che sai fare, e se sei bravo ti presto attenzione”. In Italia, invece, non è così: la gente si ritrova nei locali come farebbe in una piazza o al bar sport (legittimamente, niente da dire). La cosa, però, è frustrante per chi suona, soprattutto per quelli che, come noi in passato, hanno la pretesa “assurda” di suonare a dinamiche molto basse. Ecco poi perché, dopo otto anni, uno si rompe e alza molto le dinamiche. Tra l’altro, va ribaltato il luogo comune circa l’atteggiamento verso i musicisti: lì, anche se vieni da fuori, suoni in posti senza vitto o alloggio, magari pure con impianti da schifo – altrimenti prendi la porta. I gruppi che dall’estero arrivano qui da noi trovano quindi un’accoglienza che nel loro paese mai, vengono coccolati come rockstar. Noi siamo l’America degli americani.

E invece c’è qualcosa nel meccanismo delle etichette discografiche italiane che cambieresti, qualcosa che, da musicista, proprio non ti piace?

Se c’è qualcosa che non mi piace, la cambio di mio. Non ho niente da imputare a nessuno: se ci son cose che non condivido, me ne allontano. Questo, in linea di principio. Nello specifico, poi, ti posso dire che le etichette discografiche esistono per modo di dire, è una nostra convenzione: esistono come una sorta di aggregatore – di energie, di risorse, di attenzione -, ma certo non sono più le strutture di una volta. Il fatto è che chi sta al di fuori della musica s’immagina cose che non esistono più. Label come Wallace o La Tempesta esistono, per fortuna, solo perché dietro c’è qualcuno con una volontà di ferro, che vuole continuare a produrre musica, a convogliare energie. Ma il discorso tipo “stappiamo lo champagne perché abbiamo firmato un contratto di dieci anni e cinque dischi” non esiste più. Questo è un mondo completamente tramontato: neanche i big lavorano più così. In realtà sono indipendenti anche i grandissimi nomi. Un bel paradosso, e sarebbe bello che la stampa ne parlasse, che ci si interrogasse su queste cose. Non aspettiamoci dal presente cose che non esistono più…

Quindi nel tuo caso non c’è rimpianto per quest’assenza di struttura, di casa discografica nel senso storico del termine…

Ma io questa nostalgia non l’ho mai provata. Anche quando esistevano gli ultimi stralci di etichette, nei primi anni ’90, con i Madrigali Magri [il gruppo in cui Succi militava in precenza, n.d.r.] non ho mai trovato qualcuno che ci si filasse – a parte la Wallace, e questo non lo dimenticherò mai.

I Madrigali Magri andrebbero riscoperti…

Il ventennale sta arrivando, quindi… Certo, mi viene male a pensare che quando ero giovane io si diceva “si, i gruppi di vent’anni fa, che palle, madonna!”. [ridiamo]

Volevo farti una domanda sul tour, che comincia il 19 gennaio ad Arezzo [le date le trovate qui, n.d.r.]. Come vi muoverete? Punterete, anche per i vecchi pezzi, sull’approccio torrido, energico, di Quintale?

Mah, è un problema che tutto sommato non mi riguarda. Io sarò sul palco a fare le pose, e sotto ci sarà un gruppo di turnisti turchi – ottimi musicisti, suoneranno tutto loro. Tanto, nel fumo dei laser, poi passa tutto… [ridiamo]

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.