Fabi Silvestri Gazzè – Palafabris, Padova (22 novembre 2014)

Souvenir di una festa. Prima o poi doveva succedere che Daniele Silvestri, Max Gazzè e Niccolò Fabi si sarebbero incontrati per un disco scritto a sei mani e cantato a tre voci: tre punte di diamante della terza generazione ...

Souvenir di una festa. Prima o poi doveva succedere che Daniele Silvestri, Max Gazzè e Niccolò Fabi si sarebbero incontrati per un disco scritto a sei mani e cantato a tre voci: tre punte di diamante della terza generazione cantautourale che si conoscono da quando i palchi non erano grandi come quello che li vede protagonisti a Padova, il Palafabris che ha ospitato una data del tour a supporto de Il padrone della festa – e di conseguenza da quando ancora, per forza di cose, non potevano ancora contare su una folla multigenerazionale (sebbene sia la fascia tra i trenta e i quarantacinque anni quella notevolmente più nutrita) che è venuta a riascoltarli e a rivedere nella propria mente com’erano, vent’anni fa, magari studenti del liceo o universitari fuori sede, con i coinquilini spazientiti dalla chitarra presa in mano negli orari più stravaganti. I tre vecchi amici si sono dati da fare non solo a restaurare le vecchie diapositive da proiettare (da un lato è buffo vederli agli esordi nei brevi filmati che mostrano, ospiti di trasmissioni degli anni Novanta o mentre presentano un progetto a un allora sconosciuto Sergio Cammariere che riprende il tutto, dall’altro è un sollievo trovarli bene dopo il tempo trascorso quasi come un lampo) ma anche a comporre le buone, quando non ottime, canzoni del disco collettivo stabile nella Top 20 della FIMI da una decina di settimane.

Lo spettacolo inizia con il trio in un piccolo “palco dentro il palco”, che simboleggia la gavetta del “Locale” di Roma, a scaldarsi i muscoli scandendo le parole di Alzo le mani; le canzoni del supergruppo si alternano agli evergreen (ma c’è anche qualche scelta meno ovvia, come Una buona idea e Testardo) delle rispettive carriere soliste, che mettono in luce i caratteri distinti dei loro autori. Silvestri è ancora come ce lo aspetteremmo: è il vivace provocatore, ironico e sornione, cui spetta a metà show il compito di tenere a bada i due compagni che durante l’esecuzione de L’avversario se le danno di santa ragione (“Non per fare distinzioni / ma le mie canzoni piacciono di più” / “Tu invece usi soltanto dei paroloni / Che nemmeno hai scritto tu”) nientemeno che in accappatoio, in un siparietto con tanto di intermezzo-tenzone in cui si accennano Annina – trasformata, chiaramente per gioco, in Annino -, Rosso, L’uomo più furbo, Dica e il pronto intervento del paciere con Le cose in comune.

Tutti e tre sono riusciti a raggiungere il grande pubblico e a partecipare più volte a Sanremo senza perdere un briciolo della propria credibilità, ed è giusto che in scaletta ci siano quindi A bocca chiusa di Daniele, Il solito sesso e Una musica può fare di Max, Capelli dell’allora esordiente Niccolò (il tempo li ha comprensibilmente colorati d’argento, ma ci sono ancora tutti), così come Salirò (inserita in un medley di superhit che comprende anche La favola di Adamo ed Eva e Lasciarsi un giorno a Roma). Nessuno sacrifica la propria identità, il proprio stile e le peculiarità della propria poetica – anzi, come spiega Daniele al pubblico, i tre si sentono addirittura più liberi insieme: Fabi conquista con gli episodi più delicati e intimisti, come l’ancora splendida E non è e Costruire, Gazzè gioca la sua carta di eccentrico cantastorie che insieme al fratello Francesco ha realizzato i testi più densi e ricercati con le rime più insolite, talvolta dalle parti dei dischi bianchi del Battisti panelliano, senza rinunciare a episodi meno “studiati” e, stando a ciò che vediamo e ascoltiamo durante l’evento, cantabilissimi (Il timido ubriaco, quella Vento d’estate che lo vedeva letteralmente in tandem, nel video, con Niccolò e Sotto casa, segno che il Ruggeri balcanico degli ultimi anni non è passato invano).

Ci si diverte e ci si commuove, non si sta mai fermi nelle oltre due ore e mezza di spettacolo: uno spettacolo vero, fatto certo di canzoni ma anche di momenti di sensibilizzazione (i tre artisti hanno spiegato il loro supporto all’ONG Medici per l’Africa CUAMM, “capaci di dare orgoglio a un paese che in questo periodo ha poco di cui vantarsi”), di scenografie essenziali e di un monologo con Valerio Mastandrea, proiettato prima dei bis, intento a recitare la “Preghiera del clown” del principe Totò. Life is sweet, L’amore non esiste e Come mi pare, i singoli finora estratti dal nuovo lavoro, non possono mancare e infatti ci sono, insieme alla title-track che accompagna i “titoli di coda”. Quanto basta per rendere sold-out l’appuntamento, a dimostrazione che il cantautorato è vivo e vegeto e che, per quanto gli ultimi anni abbiano visto alla ribalta in Italia altri generi come l’hip-hop, con i suoi rituali e i suoi linguaggi, e in radio spopolino interpreti emersi dai reality show, il pubblico ne ha ancora sete. E Fabi, Silvestri e Gazzè dimostrano, come se ce ne fosse bisogno, di saper ancora “giocare, intrattenere, far tornare il buon umore o lacrimare”. Da soli e unendo le forze. Si può forse mancare a una festa così?

(Le foto sono gentilmente concesse da Zed Live)

Redazione
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