Electro-music tra archeologia e filosofia: Fauve! Gegen a Rhino

Polemos, l’ultimo lavoro dei pistoiesi Fauve! Gegen a Rhino, è uscito lo scorso settembre come unione di tre EP pubblicati, nei mesi precedenti, solo online. Il tema? Il «polemos», appunto, la lotta, il conflitto, come momento ...

Polemos, l’ultimo lavoro dei pistoiesi Fauve! Gegen a Rhino, è uscito lo scorso settembre come unione di tre EP pubblicati, nei mesi precedenti, solo online. Il tema? Il «polemos», appunto, la lotta, il conflitto, come momento fondativo di tutte le cose. La musica? Un mix di techno minimale, ambient, psichedelia, tra cut’n’paste, loop ed esotismi. Insomma, una creatura ibrida, inquieta, riflessiva, diretta all’esplorazione di mondi concettuali e sonori difficili da pensare per la scena musicale italiana. In una chiacchierata via Skype con Andrea Lulli (ex Fauve!) e Riccardo Gorone (già Rhino Terapy), abbiamo dunque ripercorso le tappe fondamentali di un percorso artistico (che, oltre a Polemos, conta Geben e Namegivers’ avenue) assai intrigante, fatto di sincretismi, di suoni come segni, di momenti auto-formativi e irrimediabilmente votato al divenire. Al termine dell’intervista, il video di Serse, estratto da Polemos, e una playlist Mixcloud con i brani che hanno ispirato la stesura dell’ultimo LP.

La prima cosa che sorprende di Polemos è il suo formato. Tre EP separati, pubblicati con cadenza bimestrale, peraltro online, e poi riuniti in un disco. Come mai questa scelta?

Andrea: La scelta di pubblicare tre EP distinti è legata alla necessità di accentuare la dimensione di trittico, di trilogia, dell’opera. L’idea di riunirli in un unico album era invece un modo per evidenziare la scansione e il legame che unisce i tre dischi…

Riccardo: Questo per quanto riguarda la dimensione concettuale, ma c’è un altro aspetto. Il fatto è che in quel periodo avevamo bisogno di fare qualcosa, e non potevamo far passare troppo tempo. Abbiamo preso spunto da alcuni artisti come James Blake e Burial, che, all’epoca, pubblicavano EP con cadenza regolare. Abbiamo poi deciso di riunirli insieme approfittando del fatto che, sin dall’inizio, abbiamo dato ai tre EP una certa coerenza. Basti vedere i titoli, in cui la prima parola di ciascuno riprende l’ultima del precedente…

Sempre Polemos ruota intorno ad una tematica non propriamente “pop”, giacché si parla di – cito testualmente – «lotta come modalità di origine dell’evento», una tesi che si ricollega ad Eraclito («il Polemos è il padre di tutte le cose»)…

Riccardo: Il movimento, la dinamicità, lo scontro, la lotta, sono temi ben presenti in Polemos, ovviamente. La cosa che ci premeva di più, però, era sottolineare il concetto di “evento”, che ci portiamo dietro sin dai tempi di Geben, quest’idea di una scaturigine irripetibile nel corso delle cose. Un EP esce e non uscirà più: una volta che è stato messo assieme ad un altro e ad un altro ancora, con tutti i capitoli riuniti, non avremo più la possibilità di risalire all’origine di tale evento. Non è un caso se Polemos apra con Andenken, che significa “ricordare”: si parla, qui, del ricordo dell’evento…

In effetti, questi riferimenti alla filosofia classica, all’antica Grecia, sono da sempre presenti nel vostro lavoro…

Riccardo: Il tema della grecità ci ha sempre interessato in relazione al fenomeno della decadenza. L’antica Grecia è stata la culla di grandi artisti, pensatori, filosofi, ma anche al suo apogeo, quella civiltà aveva già in sé i germi della decadenza, e a noi la decadenza ci fa impazzire! [risate, n.d.r.] Io e Andrea ragioniamo per frammenti: anche qui, non è un caso che Polemos sia nato per EP, cioè per frammenti e in maniera frammentata. Già da Namergivers’ avenue, del resto, avevamo questa concezione del costruirsi di una città che dopo diventa unita ma che all’inizio è un coacervo. E appunto, la prima traccia di Namegivers’ avenue è Chora, e la “chora”, nell’antica Grecia, è la regione indefinita…

A proposito, nelle tracce di Polemos non ho percepito un dinamismo “fisico”, un movimento in termini di suoni: il loro dinamismo, semmai, è un altro, è quello che nasce dall’incontro della musica con chi ascolta – al limite, quello che avviene nello spettro sonoro, a un livello talmente “micro” da non poter essere percepito. La lotta, insomma, è già conclusa nel momento stesso in cui viene inscenata: in queste tracce, c’è già la loro decadenza, come se tutto si fosse già verificato…

Andrea: Esatto, il dinamismo riguarda una dimensione lontana, nel tempo, nello spazio, nella memoria…

Riccardo: È qualcosa che ha a che vedere con il concetto di costellazione. Il dinamismo non è legato alla presenza di movimento, quanto piuttosto al fatto che è dagli opposti, da loro perire vicendevole, che nascono le cose.

Avete detto che ragionate per frammenti, e in effetti questa frammentarietà si avverte nelle tracce, che si basano sul cut-up e giocano a far confliggere anche elementi stridenti. Nel dettaglio, però, qual è il processo alla base della vostra scrittura? Come nasce una vostra traccia?

Andrea: Di solito proviamo a getto continuo, finché non ci guardiamo negli occhi e capiamo che effettivamente c’è qualcosa che vale la pena di registrare…

Riccardo: Abbiamo un sacco di tracce, di refusi, che adoperiamo e “rimastichiamo” per costruire cose che poi prendono direzioni completamente diverse rispetto agli elementi da cui partono.

Andrea: A livello pratico, iniziamo suonando, poi lavoriamo con Pro Tools per modellare, aggiungere, rimuovere, controllare. Ovviamente, sappiamo in che direzione vogliamo andare, e quindi ci accorgiamo subito se una cosa è valida e merita di continuare l’editing sul computer.

Forse la principale caratteristica della vostra musica è il sincretismo: il vostro spettro stilistico è molto ampio, ingloba techno, ambient, minimalismo, psichedelia. Dei tre LP, in particolare, mi pare che Geben sia quello più rock, o per lo meno che sia il più vicino ad una certa idea di rock d’avanguardia (in alcuni passaggi mi fa venire in mente Jim O’Rourke)…

Riccardo: Dici bene, ma per il semplice fatto che in Geben, come in Namegivers’ avenue, sono presenti le chitarre. Chiaramente, la nostra è sempre stata un’attitudine chitarristica molto sui generis. Ultimamente, però, stiamo prosciugando sempre di più la forma acustica. Quello a cui ci stiamo dedicando, in effetti, è piuttosto l’aspetto “acusmatico”: in questo senso, Polemos è un disco di transizione. Ci interessa sempre più separare la sorgente del suono dal suono stesso. Puntiamo allo straniamento, alla non consequenzialità tra la forma suonata e l’attitudine a suonare. Tentiamo di suonare, ma non con un principio di causa ed effetto, insomma.

State “nascondendo” gli strumenti…

Andrea: Sì, quello che ci interessa sempre più è il suono, inteso come suono-simbolo e suono fisico.

A proposito di contaminazioni, ci sono tracce su Polemos che hanno spunti etnici più pronunciati, come ad esempio The world before o Serse

Andrea: Si, ci piaceva l’idea di adoperare questo elemento ancestrale. Tutti e tre gli EP presentano, al loro interno, un suono percussivo in cui riecheggia la battaglia. Si tratta, però, sempre di un suono frammentato, quindi trattato tramite delay, riverberi o, come ad esempio in C’est la guerre!, loop. Ed è sempre, ovviamente, un suono cristallizzato, lontano, rituale…

L’elemento ritmico è una vostra caratteristica peculiare. Mi pare che sotto questo profilo, il disco di riferimento sia Namegivers’ avenue, in cui si tratta addirittura della componente preponderante. Mi viene in mente, ad esempio, Marching away, la quale, per altro, mi fa pensare ai Joy Division…

Riccardo: Si, assolutamente.

Andrea: Marching away è praticamente punk…

Riccardo: Il discorso è che comunque Geben e Namegivers’ avenue, per dirla in breve, sono dischi acustici, non propriamente elettronici. Noi, invece, adesso ci stiamo muovendo in quella direzione, ma senza rinunciare a “suonare”, in un certo senso. Dal vivo, ad esempio, siamo molto old school, lavoriamo con drum machine a tastoni e campionatori che sembrano calcolatrici… [risate, n.d.r.]

Fate un po’ di “archeologia musicale”, da questo punto di vista…

Riccardo: Esatto. E non è un caso che la definizione che abbiamo dato al nostro genere è “arch-electro”, ovvero “elettronica archeologica”.

A proposito di conflitto: Polemos è il disco in cui da trio siete diventati duo…

Riccardo: Andrea, tutto tuo! [risate, n.d.r.]

Non per essere inutilmente provocatorio, ma vi ho “conosciuti” che eravate un trio e adesso siete due…

Andrea: Questa cosa è molto curiosa. Ovviamente il tema del disco è il conflitto e, guarda caso, proprio mentre stavamo registrando il primo EP, Matteo [Moca, n.d.r., con Lulli già nei Fauve!, n.d.r.] ha deciso di lasciare il gruppo. Sembra, insomma, che le due cose siano andate di pari passo, ma non è così. Tra l’altro, l’idea alla base di Polemos ci balenava in testa già da un po’…

Anche in questo caso non c’è consequenzialità…

Riccardo: No, anche perché tre tracce del primo EP (Andenken, Kai entautha e Ghaznavids-Seljuq) sono state fatte in tre.

Andrea: Insomma, non siamo venuti alle mani! [risate, n.d.r.]

Riccardo: Che poi, il vero scontro non è quello dal duo al trio, ma quello tra me e Andrea [risate, n.d.r.]. Fauve gegen a rhino, appunto: Andrea è la bestia ed io il rinocerontino, ci incorniamo a vicenda… Mi ricordo le primissime volte in cui magari eravamo solo noi due in sala, a cercare di tirare fuori un pezzo, ed era una roba da mettersi le mani nei capelli! [risate, n.d.r.]

Siete migliorati molto da questo punto di vista?

Andrea: Siamo molto diversi. Ma più che sul piano compositivo, nell’idea di suono, di melodia, di musica. Nell’ultimo anno abbiamo iniziato a farci più domande rispetto a prima, e per ognuna di esse tentiamo di trovare non una risposta, ma almeno una via precisa, condivisa da entrambi.

Riccardo: C’è maggiore complicità, sicuramente. E miglioriamo ad ogni disco. Il punto è che tutte le nostre sono opere “di formazione”: si formano in se stesse e formano anche noi. Le creiamo e finiscono col condizionare pure noi…

Dicevamo prima che la trilogia di EP, prima di diventare Polemos, in origine era stata pubblicata online. Come musicisti, qual è il vostro rapporto con la rete e con le tecnologie di streaming della musica? Vi spaventa l’idea che il formato del disco non esista più?

Andrea: A livello personale, l’impatto della rete, la sua funzione sociale, mi spaventano un po’. A livello di gruppo, no: è uno strumento che usiamo per proporre quello che facciamo. Anche riguardo la scomparsa del disco come formato fisico, non sono spaventato. Al di là del fatto che, appunto, come Fauve puntiamo su questa separazione tra suono e sorgente sonora (e dunque all’eliminazione di un supporto fisico), l’idea non mi spaventa perché credo che il disco non scomparirà mai. Oggi il mercato è ampio e variegato: c’è quello che vuole l’alta definizione, la qualità, e quindi compra il vinile, e chi vuole l’immediatezza e la quantità, e va su YouTube. Si tratta di modi diversi di rapportarsi e di fruire la musica: credo che possano coesistere tranquillamente, ed anzi è un bene che ci siano entrambi.

E riguardo le etichette discografiche? Polemos è uscito per Bedevil Music, dopo che Namegivers’ avenue era, in origine, autoprodotto (in seguito è stato stampato dalla Tannen). In una recente chiacchierata, Pieralberto Valli dei Santo Barbaro mi ha detto che in Italia, tra l’autoprodursi e l’essere prodotti da una label indie (a meno che non si tratti di una grossa etichetta come La Tempesta) non c’è differenza in termini di direzione artistica. Nel corso di un’altra intervista, Giovanni Succi dei Bachi da Pietra, invece, ha sottolineato come, di fatto, le label intese come “strutture” non esistano più. Voi cosa ne pensate?

Riccardo: Siamo d’accordo con entrambi. Se pubblichi per una piccolissima etichetta, le risorse economiche le metti comunque tu, dunque sotto questo aspetto differenze non ce ne sono. Una label può essere utile in quanto aggregatore di contatti: per forza di cose, la capacità organizzativa di una casa discografica è maggiore di quella che potremmo avere noi singolarmente. In questo senso può essere utile avere una label alle spalle, perché ti possono organizzare showcase, concerti, interviste, recensioni. Rimane il fatto, però, che noi facciamo musica prevalentemente per noi stessi. Il grosso del lavoro è in sala prove, con Pro Tools, i nostri strumenti, le nostre tempistiche, cosa vogliamo fare e come lo vogliamo fare: una libertà incredibile. Il resto viene dopo. Molto probabilmente non capiterà mai, ma se dovessimo avere a disposizione un “vero” studio di registrazione in cui poter incidere “come si deve”, probabilmente ci sentiremmo spaesati. Siamo molto affezionati al nostro modo di lavorare, al nostro ambiente. Ormai ci sentiamo come a casa.

Prima avete parlato di live: ne avete in programma? E come vi rapportate alla dimensione del concerto, in ragione anche del discorso che facevate prima, della separazione perseguita tra suono e fonte?

Riccardo: Per quanto riguarda le cose in programma, in primis abbiamo da recuperare una data all’ARCI Zona Roveri, a Bologna, che è ancora però indefinita: dovrebbe essere, comunque, tra fine gennaio ed inizio febbraio. Per il resto, non abbiamo nient’altro in calendario: dobbiamo rimetterci un po’ in sesto, recuperare le forze ed i contatti..

Andrea: Va detto che il live non è comunque una nostra necessità. Stiamo però lavorando su del materiale nuovo, che ci sta piacendo molto: siamo molto soddisfatti, sta prendendo una direzione ben precisa, quella che volevamo. Vedremo come poterlo sfruttare anche dal vivo, durante l’anno.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.