David Byrne & St. Vincent – Gran Teatro Geox, Padova (10 settembre 2013)

A vederlo sul palco a sessantun anni, con i capelli completamente bianchi, vestito con una giacca bianca (e scarpe abbinate), un paio di bretelle e una camicia nera e, soprattutto, ancora con una gran voglia di rimescolare le carte, si capisce ...

A vederlo sul palco a sessantun anni, con i capelli completamente bianchi, vestito con una giacca bianca (e scarpe abbinate), un paio di bretelle e una camicia nera e, soprattutto, ancora con una gran voglia di rimescolare le carte, si capisce che è davvero difficile non amare un gigante come David Byrne. Un vero istrione, ancora oggi, ma anche un generoso mecenate, quello che sul palco del Gran Teatro Geox si è esibito insieme a una partner d’eccezione, St. Vincent, co-autrice dell’ultima fatica discografica Love this giant uscita esattamente un anno fa. Gli ingredienti per una festa di successo ci sono tutti: le canzoni scritte in tandem, quattro classici dei Talking Heads e vari pezzi dai repertori solisti dei due.

Se lui è un gigante, lei però non è una bambina. Sa il fatto suo, Annie Clark, e prende parte allo show con sicurezza e prendendosi il ruolo di co-protagonista che le spetta. Pallida, con capelli biondi tinti, sembra una bambola meccanica uscita da un film di Tim Burton, eppure verso il pubblico è straordinariamente umana – specie quando parla del suo primo incontro con David (i due collaborarono anche per Here lies love, danzereccio musical sulla vita di Imelda Marcos scritto a quattro mani con Fatboy Slim) e canta le sue Save me from what I want, Marrow, Cheerleader, Northern lights e Cruel. David dal canto suo conquista il centro della scena con This must be the place, con una strepitosa brass section di dieci elementi – che saranno presentati uno alla volta, specificando anche gli altri progetti artistici che li hanno visti o che li vedono attualmente coinvolti – che si defila momentaneamente per poi cantare, in un divertente e riuscito girotondo, alternandosi al microfono durante Wild wild life. C’è posto anche per un brano dall’ultima collaborazione con Brian Eno, Strange overtones, così come per Like Humans do (tratta da Look into the eyeball) e per Lazy, in origine incisa con gli X-Press 2 e rivista, pochi anni dopo, per Grown backwards. C’era da aspettarselo: il pubblico, variegato e partecipe, si è acceso sul serio con gli ultimi due classici dei Talking Heads in scaletta, Burning down the house e Road to nowhere. Peccato solo che Naked sia stato ignorato – brani come Blind e Mr. Jones si sarebbero adattati a meraviglia nel nuovo contesto (la brass band è diretta da Kelly Pratt, già con gli Arcade Fire e i Beirut).

Tutto è in perfetto equilibrio, tra musica e teatro vero e proprio (si è visto anche uno spassoso “duello” tra David e Annie al theremin) in una scenografia frugale ma di sicuro effetto. E così, al momento del curtain call, un’onda di fan si alza dalla propria postazione e si avvicina al palco per l’ultimo bis. Sempre diverso eppure sempre riconoscibile, sia se si tuffi nei ritmi e nelle sonorità brasiliane (a proposito, a breve saranno celebrati i primi venticinque anni della Luaka Bop) sia che abbia con sé un quartetto d’archi, Byrne si conferma un artista unico. Colto senza essere snob, ricercato senza mai dimenticare l’ironia.

Love these giants.

Redazione
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