La “stella nera” più brillante di tutte: auguri, David Bowie!

69 anni oggi per il Duca Bianco. Ecco il racconto del direttore della Bottega, Marco Loprete, su una figura enigmatica e sfuggente, una vera Blackstar!

La mia prima volta con David Bowie​ fu, tipo, 15 anni fa, forse di più. In uno di quei mirabolanti luoghi di perdizione consumistica che chiamiamo centri commerciali trovai, infilato tra La donna, il sogno & il grande incubo degli 883 e una compilation di Umberto Tozzi, il Best of 1974-1979. Al primo ascolto non potei far altro che definirlo “strano”. Le sequenze di accordi subdole, gli arrangiamenti elettronici e roboanti, il tono melodrammatico fino al kitsch e oltre, verso un’autoironia talmente teatrale da risultare messianica, rendevano il tutto indecifrabile. Strano.

Certi film, dischi o libri, certi autori, sono complessi come montagne da scalare. Importante è trovare il punto d’appoggio giusto per iniziare la salita. Una volta fatto, la comprensione arriva, la fatica non scompare ma si accompagna alla meraviglia. Il mio punto d’appoggio per Bowie fu questa splendida cover di Wild is the wind. Mi repelleva e mi attraeva al tempo stesso. La trovavo esagitata e stucchevole eppure non riuscivo a scollarmela di dosso. “Scollarmela”, sì, perché la voce di Bowie faceva presa sulle mie sinapsi come il Vinavil sul legno.

Andai a ritroso. Recuperai la versione originale (di Johnny Mathis, 1957), ascoltai altre cover – tra cui una di George Michael. Nessuna mi parve, nel bene o nel male, paragonabile a quella bowiana. L’incedere maestoso e languido, il suono malinconico e tagliente delle chitarre, lo struggente crescendo finale: mi sembrava che Bowie cantasse in bilico su un filo sottilissimo, sospeso su un burrone ma preda di vertigini che con quella condizione non avevano nulla a che vedere. Bowie era per me un’idea – il Camaleonte, il Viaggiatore: come tale non poteva parlare di cose terrene, anche quando sembrava farlo. Doveva esserci altro, mi dicevo, “oltre”.

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Ecco, nel riconoscere definitivamente Bowie come un enigma, nell’accettarne la sua insolubilità, ho finito per capirlo e, dunque, amarlo. Dopo il Best of 1974-1979 sono venuti tanti altri album, e migliori: Ziggy Stardust, “Heroes”, Low, Lodger, Scary monsters. Ho amato molto anche Outside e Earthling, i due capolavori degli anni ’90; il penultimo, The next day, quando lo ascoltai la prima volta mi regalò un balzo sulla sedia come non ne facevo da tempo per un disco.

Queste sono altre storie. Figlie comunque di una storia più grande che continua: quella di un artista che ha saputo fare della fluidità della nostra condizione di umani la sua vocazione. Bowie mi ha insegnato che non c’è limite alle vite che si possono vivere, che l’immortalità è una questione di mimetismo e che il mimetismo non è scomparire, ma vivere in perenne sintonia con se stessi – con la parte più profonda di sé. Un’esistenza del genere non conosce epilogo, è un continuo stagliarsi contro un cielo di banalità come una stella nera, la più splendente di tutte.

Auguri David!

Ps: per chi volesse approfondire il Best of 1974-1979, eccolo qui. Più giù, invece, il nuovo disco di Bowie, Blackstar.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.