Calibro 35: dalla Bovisa a Brooklyn (con groove)

I Calibro 35 sono tra gli esperimenti più singolari emersi nel panorama italiano negli ultimi anni. Nata, all’inizio, quasi per gioco, dall’incontro di cinque nomi di punta della scena indie nostrana (Massimo Martellotta, Enrico ...

I Calibro 35 sono tra gli esperimenti più singolari emersi nel panorama italiano negli ultimi anni. Nata, all’inizio, quasi per gioco, dall’incontro di cinque nomi di punta della scena indie nostrana (Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Luca Cavina, Fabio Rondanini e il produttore Tommaso Colliva), il progetto ha riesumato l’estetica da “poliziottesco” anni ’60-’70 e le ha ridato nuova linfa. Gli ingredienti? Rock, funk, jazz e soul, mescolati in chiave (auto)ironica e groovy. La parabola del quintetto si è snodata tra cover e inediti, via via sempre più predominati: dall’omonimo esordio del 2008 all’ultimo full-lenght, Ogni riferimento a persone esistenti…, senza dimenticare il recente EP Dalla Bovisa a Brooklyn, i Calibro 35 hanno mostrato un songwriting sempre più a fuoco, in grado di competere con le partiture dei vari Morricone, Trovajoli, Ortolani e Umiliani. Ecco il resoconto di una chiacchierata via mail con Colliva, che ci racconta la genesi del progetto e analizza le ragioni di un successo, per certi versi, inaspettato.

Leggendo la vostra biografia, mi ha colpito un particolare, il fatto che di recente abbiate aperto i concerti sia degli Afghan Whigs che di Sharon Jones. La cosa mi sembra riassuma bene il carattere crossover della vostra musica, e soprattutto la sua capacità di muoversi tra passato e presente. Del resto, i Calibro 35 non sono nati con l’intento di fare semplici cover…

Credo che i Calibro siano l’opening act perfetto per un gruppo che fa musica non strumentale. Giochiamo su un terreno che gli altri non visitano, non abbiamo un frontman, non abbiamo slogan, facciamo le nostre cose al meglio, divertendoci e cercando di far divertire il pubblico il più possibile. Probabilmente questa cosa si nota….

Nei vostri dischi, il riferimento principale è sicuramente all’immaginario dei “poliziotteschi” e, più in generale, dei thriller italiani anni ’60-’70, di cui ricostruite a modo vostro l’immaginario, dal sound alla grafica delle copertine. Cosa c’è, per voi, di così attraente in quell’estetica?

Il fatto che fosse un’estetica sviluppata a 360 gradi, molto riconoscibile. I film, le locandine, la musica, i vestiti: tutto era coerente. A questo aggiungi il che le musiche di alcune pellicole erano veramente notevoli…

E nelle colonne sonore dei vari Morricone, Trovajoli, Ortolani? Da musicista e produttore, prima che da ascoltatore, cos’è che rende speciali ed efficaci ancora oggi questi pezzi – al di là del revival tarantiniano dei b-movie nostrani?

Cosa? Be’, un tocco da grandi artigiani nell’orchestrazione e la capacità di rendere al meglio le atmosfere dei film. E poi una buona serialità nel rispettare i canoni e, nel frattempo, nello sperimentare linguaggi non convenzionali.

Nel dettaglio, quando e come avete deciso di mettere assieme i Calibro 35?

Un po’ a caso, a dire il vero. All’inizio eravamo un esperimento, un “dai, proviamo a fare questa cosa e vediamo che ne esce fuori”. Cinque anni dopo, abbiamo fatto quattro dischi, una cinquantina di brani originali e non so quanti concerti in giro per il mondo…

Il vostro ultimo LP, così come l’EP Dalla Bovisa a Brooklyn, è stato inciso negli USA. In generale, avete da sempre ottenuto subito grandi riscontri all’estero, dal Texas alla Turchia. Il che è curioso, perché i vostri pezzi (sia le cover che gli inediti) hanno una forte impronta “italiana”…

In realtà non lo trovo curioso: è come dovrebbe essere di norma. Non vai all’estero per assomigliare a qualcun altro, ci vai per essere te stesso e far vedere cosa sai fare, e l’attenzione che abbiamo avuto mi conferma questa cosa. Con la rete e la circolazione di musica che c’è in quest’era, di cloni di band inglesi e americani credo ce ne siano abbastanza.

Ogni riferimento a persone esistenti è il disco che ha rovesciato definitivamente il rapporto tra inediti e cover (9 a 2). Del resto, una supremazia dei primi sulle seconde s’era già verificata con Ritornano quelli di…. È stata una piega imprevista del progetto o l’idea di puntare gradualmente sugli inediti c’era sin dai vostri primi passi?

Il primo disco era composto in gran parte di brani non nostri perché sono stati lo spunto per iniziare un certo percorso. Con la pratica e lo studio, poi, ci siamo appropriati del discorso e abbiamo iniziato a fare cose nostre. Il feedback tipico che avevamo era “non si capisce quali siano i brani vostri e quelli degli anni ’70” e per noi era un gran complimento, ci ha stimolato sempre di più a capire fin dove potevamo spingerci. Suonare un brano di altri rimane comunque una grossa prerogativa dei Calibro 35: ci si arricchisce, non ci si fossilizza e non si diventa autoreferenziali.

La vostra musica si nutre di umori diversi, dall’r’n’b, al funk, al jazz, al rock, senza dimenticare la psichedelia. Il groove è semplicemente irresistibile, eppure dentro c’è un notevole rigore. Il che mi porta a chiedervi come decidete gli arrangiamenti delle riletture e come, invece, nascano gli inediti: lavoro di gruppo, stile jam session, o c’è una regia, una mente unica che dirige tutto?

I nostri dischi sono il frutto di un vero e proprio lavoro di squadra, e la loro poliedricità è dovuta in gran parte ai nostri background, molto differenti. Siamo accomunati dall’amore per la musica, ma i gusti personali sono alquanto diversi, così come le esperienze che ognuno di noi vive e ha vissuto fuori dai Calibro.

Nella vostra musica, sin dagli esordi, c’è sempre stata anche una buona dose di ironia, che in Ogni riferimento… è persino cresciuta. A dimostrazione di questo, c’è anche il fumetto che accompagna Dalla Bovisa a Brooklyn, scritto da Marco Philopat e illustrato da Gianfranco Enrietto. Come è nata la collaborazione con i due, e quello CD + fumetto è un esperimento che ripeterete?

Partendo dal fondo della tua domanda: mai dire mai. Questa collaborazione è stata molto naturale e poco pianificata. Di ritorno dal primo tour negli Stati Uniti, il magazine «XL» commissionò a Marco Philopat una nostra intervista: Marco decise di romanzarla, di farne un racconto fittizio basato su eventi reali, e così è nata la storia. Nel frattempo conobbi Gianfranco Enrietto, con cui si era fantasticato di un fumetto sui Calibro, ma che non si era fatto perché non avevamo ancora una storia giusta. Leggendo il racconto di Philopat su «XL» si è accesa la lampadina, e Gianfranco ha sfornato 16 splendide tavole.

La scena indie italiana tende a essere un po’ seriosa, intimista, raccolta, mentre voi avete dalla vostra una certa brillantezza, un’energia e uno humor che non si sentivano in giro da un po’. Da produttore, perché? Alle volte sembra quasi che il contatto, l’apertura verso il pubblico, siano considerati un mezzo tradimento…

Se riuscissi a spiegarmelo, probabilmente sarei ricco! Non so, ma condivido molto di ciò che dici. Credo che, per certi versi, sia una cosa profondamente italiana, radicata cioè nella nostra cultura. Ha a che fare con la modestia (spesso un po’ falsa) e il pauperismo di stampo cattolico (ah, non importa quante volte bestemmiate, la nostra cultura ne è intrisa fino al midollo, sorry). E poi con un certo snobismo, che caratterizza tutte le scene piccole…

In conclusione, tornando alle colonne sonore: c’è qualche autore più recente o qualche tema degli ultimi anni che vi piacerebbe coverizzare?

Di musica bella in giro ce n’è tanta. Ad esempio, Alexandre Desplat [autore delle soundtrack di, tra gli altri, Il curioso caso di Benjamin Button, The tree of life, Harry Potter e i doni della morte e Carnage, N.d.R.] è bravissimo ma fa cose diversissime da noi…

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.