Bruce Springsteen – San Siro, Milano

Non sta fermo un attimo, Bruce Springsteen. Corre, salta, suda, gioca con il pubblico, urla nel microfono che a stento riesce a contenere la sua voce. E per tre ore e mezza circa, ininterrottamente. San Siro applaude a scena aperta, canta con ...

Non sta fermo un attimo, Bruce Springsteen. Corre, salta, suda, gioca con il pubblico, urla nel microfono che a stento riesce a contenere la sua voce. E per tre ore e mezza circa, ininterrottamente. San Siro applaude a scena aperta, canta con lui, chiede l’immancabile bis, ed alla fine tutti e due escono di scena stanchi ma contenti, dopo uno scambio reciproco di “buone vibrazioni” che fa sentire il primo a casa, e il secondo location privilegiata.

Sono le 20:13 quando Bruce arriva sul palco: lo introduce il tema morriconiano di C’era una volta il West, lo abbraccia il terzo anello con la scritta “Our love is real”, gli applausi lo sommergono mentre ringrazia in italiano. Poi attacca subito Land of hope and dreams: sbuffa, pesta sulla chitarra, ridacchia, “cerca” i compagni di band e colleziona i boati dei fan. Sarà il copione della serata.

San Siro, dicevamo: per il Boss è la quinta volta qui. La prima era stata per il tour di Born in the USA, e dunque ecco che la scaletta accoglie tutti i pezzi del classico del 1984. Sfilano così la title-track, Working on the highway, I’m on fire, No surrender, Glory days, I’m going down, Dancing in the dark e compagne: tutte brillanti, azzannate con grinta o cullate a luci basse, minacciate da una pessima acustica ma alla fine non scalfite. Come Bruce con la stanchezza: dopo Hungry heart (da The river, 1980), si piega sulle ginocchia, rifiata, ma poi è di nuovo arzillo, e arriva al trionfo di Born to run.

Nelle tre ore e mezza del concerto al San Siro, dunque, va in scena il Mito Americano, un’autocelebrazione maschia ed autoironica, egocentrica e popolare, un’epopea di workingman tragica, disillusa e alla fine benedetta dalla catarsi del rock, che cura le ferite, rigenera, santifica quasi. Ed è davvero impressionante vedere 60 mila persone pendere letteralmente dalle labbra di un uomo solo, il cui carisma è una calamita irresistibile, in grado di colmare gap generazionali (c’erano tutti, dai decenni ai settantenni), sociali, culturali. Bruce si sgola e sorride, e riempie il perimetro di uno show comunque consolidato, di un grande spettacolo pop (con tanto di beati increduli fatti salire sul palco e video-omaggio a Clarence Clemons), con dosi abbondanti e persino stordenti di genuinità. Al punto tale che, dopo 30 pezzi (tra questi anche alcuni assaggi dal recente Wrecking ball), il Boss si concede in successione Twist and shout (mescolata con La bamba), un’interminabile Shout e, come bis, una Thunder road acustica che tiene tutti inchiodati alle sedie.

Non ne aveva bisogno, ovviamente: del resto, chi a quel punto avrebbe concesso altra carne, altro sudore? Nessuno, probabilmente. Ma Bruce non è nessuno, ed è la ragione per cui è lì da quarant’anni, e sarà lì ancora per altri quaranta: è un gigante, il suo canzoniere ha il fascino senza tempo del classico, le sue performance l’aura della leggenda. Unico.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.