Bob Dylan: il discorso d’accettazione del Nobel per la letteratura

Bob Dylan, vincitore del Nobel della letteratura, ha inviato un discorso d'accettazione all'Accademia Svedese.

Il 10 dicembre si è tenuta a Stoccolma la cerimonia di consegna dei Premi Nobel 2016. Il vincitore del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, non era presente, ma al suo posto c’era Patti Smith, la quale si è esibita in A Hard Rain’s A-Gonna Fall, scritta da Dylan nel ’62.

Dylan ha comunque inviato un discorso d’accettazione, di cui vi proponiamo, di seguito, la traduzione. Inoltre, l’Accademia Svedese ha spiegato che il premio rimarrà a Dylan nonostante la sua assenza, a patto che entro i prossimi sei mesi il cantautore tenga la Nobel Lecture, ovvero una specie di lectio magistralis, unico obbligo imposto ai vincitori del prestigioso riconoscimento.

‘Buona sera a tutti,

invio i miei più calorosi saluti ai membri dell’Accademia Svedese e a tutti gli altri illustri ospiti di stasera.

Sono dispiaciuto di non poter essere con voi di persona, ma sappiate che sono con voi nello spirito e sono onorato di ricevere un premio così prestigioso. Essere premiato col Nobel per la Letteratura è qualcosa che non avrei mai immaginato potesse accadere. Fin da bambino ho conosciuto, letto e studiato i lavori di coloro che venivano onorati con un tale riconoscimento: Kipling, Shaw, Thomas Mann, Pearl Buck, Albert Camus, Hemingway. Questi giganti della letteratura, le cui opere vengono insegnate a scuola, custodite nelle librerie di tutto il mondo e recitate con toni reverenziali, hanno sempre lasciato un profondo segno su di me. Il fatto che ora io mi unisca ai loro nomi su quesa lista, mi lascia davvero senza parole.

Non so se questi uomini e donne abbiano mai pensato di ricevere un Nobel, ma suppongo che chiunque scriva un libro, una poesia o una sceneggiatura, in qualsiasi parte del mondo, custodisca nel profondo questo sogno segreto. È probabilmente sepolto così in profondità che neanche sanno della sua esistenza.

Se qualcuno mi avesse detto che avevo una minima possibilità di vincere il Premio Nobel, avrei pensato di avere la stessa probabilità di ritrovarmi a camminare sulla luna. Nell’anno in cui sono nato (e in quelli a seguire) non esisteva nessuno al mondo che potesse essere considerato bravo abbastanza da vincere un Premio Nobel. Perciò, riconosco di trovarmi in rarissima compagnia, a dir poco.

Ero per strada, quando ho ricevuto la sorprendente notizia, e mi ci sono voluti dei minuti per elaborarla come si deve. Ho iniziato a pensare a William Shakespeare, la grande figura letteraria. Immagino che si considerasse un drammaturgo. Il pensiero di produrre ‘letteratura’ non può essergli passato per la testa. Le sue parole erano state scritte per un palco, dovevano essere recitate, non lette. Quando ha scritto Amleto, sono sicuro che stesse pensando a tante questioni diverse: “Chi sono gli attori giusti per questi ruoli?”; “Come dovrebbe essere allestito il palco?”; “Voglio davvero ambientarlo in Danimarca?”. La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio il suo primo pensiero, ma c’erano anche altri aspetti più noiosi da considerare e da affrontare. “I pagamenti sono in regola?”; “Ci sono abbastanza posti a sedere adeguati per i miei mecenati?”; “Dove lo trovo un teschio umano?”. Scommetto che Shakespeare non si sia chiesto neanche lontanamente: “Questa è letteratura?”.

Quando ho iniziato a scrivere da adolescente, e anche quando ho iniziato a ricevere qualche riconoscimento per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano oltre. Pensavo potessero essere ascoltate in caffetterie e bar, forse più tardi in posti come la Carnegie Hall, la London Palladium. Se proprio volevo sognare in grande, forse riuscivo a immaginare di riuscire a fare un album e poi di ascoltare le mie canzoni alla radio. Era quello per me il masimo riconoscimento. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava aver raggiunto un ampio pubblico e, forse, quella era la strada per continuare a fare quello che mi ero posto come obbiettivo.

Beh, faccio quello che mi ero posto come obbiettivo da diverso tempo, ormai. Ho fatto dozzine di album e suonato migliaia di concerti in tutto il mondo. Ma sono le mie canzoni, il fulcro essenziale di quasi tutto ciò che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone di culture diverse, e sono grato per questo.

Ma c’è una cosa che devo dire. Da musicista, ho suonato sia per 50.000 persone che per 50, e posso dirvi che è più difficile suonare per 50 persone. 50.000 persone si trasformano in un’unica entità, cosa che non accade con 50. Ogni persona ha una propria identità separata da tutto il resto, un mondo dentro di sé. Può percepire le cose con maggiore chiarezza. La tua onestà e il modo in cui si relaziona con la profondità del tuo talento vengono messi alla prova. Il fatto che il comitato che assegna il Nobel sia così ridotto, mi fa un certo effetto.

Ma, come Shakespeare, anche io sono spesso occupato a perseguire i miei sforzi creativi e ad affrontare tutti le questioni banali della vita. “Chi sono i migliori musicisti per queste canzoni?”; “Sto registrando nello studio giusto?”; “Questa canzone è nella tonalità giusta?”. Ci sono cose che non cambiano mai, neanche in 400 anni.

Non ho mai trovato il tempo per chiedermi: “Le mie canzoni sono letteratura?”. Perciò, ringrazio l’Accademia Svedese, sia per aver trovato il tempo per prendere in considerazione tale quesito, sia per aver fornito una risposta così meravigliosa.

I miei migliori auguri a tutti voi,

Bob Dylan.’

Redazione
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